Sovietistan: dispacci dall’Asia Centrale

A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e a ventisei dalla dissoluzione dell’URSS, Sovietistan della giornalista norvegese Erika Fatland ci racconta che cosa è successo alle ex repubbliche dell’Unione Sovietica. Cinque paesi dal fascino esotico delle terre giovani e sconosciute: Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan. Posti dell’altro mondo

Sovietistan di Erika Fatland

Sovietistan edito dalla Marsilio è il risultato di cinque mesi di viaggio che Erika Fatland ha compiuto tra le cinque giovani repubbliche dell’Asia Centrale, dove 65 milioni di abitanti provano a comporre la propria identità. Con avvincente accuratezza, l’autrice ci appassiona alle sue grandiose scorribande tra resoconto storico, indagine etno-antropologica e riflessione geopolitica.

Un vero e proprio viaggio avventuroso verso l’ignoto che avvince. Tra le pagine conosciamo luoghi dal fascino mitico perché fuori dall’ordinario. Sebbene percepiti come distanti, questi paesi sono sempre più cruciali negli equilibri mondiali, per via degli immensi giacimenti di gas e petrolio sui quali sono seduti.

La mappa non è il territorio come la storia scritta non è la somma degli eventi di ogni singolo luogo. Due assiomi evidenti nel racconto di questi paesi, che si estendono su ben quattro milioni di chilometri quadrati. Nati senza alcun fondamento storico, sono frutto della volontà di Lenin che ne stabilì a tavolino i confini e che poi li fece applicare con la forza. In principio l’Asia centrale era vista come un’unica grande regione detta Turkestan, perché gli abitanti parlavano la lingua turca. Per i russi la nazionalità era un principio organizzativo in tutta la federazione e per questo divisero l’area in cinque repubbliche: Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan.

Il Sovietistan è stato usato dal regime per vari scopi, un po’ come un laboratorio. Ci sono state le sperimentazioni nucleari, che rientravano nella creazione di un sistema segreto di centri tecnici per la produzione e lo sviluppo di materiali per l’arsenale militare sovietico. Dei territori sono stati destinati alla coltivazione intensiva di colture non adatte, come cotone e grano. Per sostenere la creazione di questa economia agricola, intere popolazioni sono state spostate coercitivamente per diventare forza lavoro. Una prassi insensata che ha provocato disastri ecologici, stravolgimenti etnici e la perdita irrimediabile di saperi millenari. E la morte di milioni di persone.

Le popolazioni nomadi del nord che erano abituate a vivere nelle tende tonde, le iurte, spostandosi in base alle esigenze del bestiame e seguendo i cicli della natura, sono state costrette a diventare stanziali. Le popolazioni del sud che erano sedentarie ma isolate, non erano preparate all’urto del mondo fuori. Un territorio che un tempo era famoso per la Via della seta, crocevia tra Oriente e Occidente, e puntellato da molti centri culturali e scientifici come Samarcanda e Bukhara.

Monumento dell’Indipendenza ad Asgabat, Turkmenistan

Ora che il filo rosso che teneva legato il patchwork geopolitico di questi territori si è spezzato, che cosa resta oggi di quella grandezza? Questi stati si sono scoperti ricchi di giacimenti di gas e petrolio, che fanno gola a Mosca, ma la ricchezza è nelle mani dell’élite e la popolazione vive in povertà a causa dell’alto tasso di disoccupazione e sotto regimi autoritari e corrotti. I peggiori sono Uzbekistan e il Turkmenistan, tra i paesi più corrotti e oppressivi al mondo. I più ricchi sono Turkmenistan e Kazakistan.

Se al tempo di Gengis Khan la società era evoluta, c’era libertà di culto e tradizioni arcaiche e ingiuste come il ratto della sposa erano bandite, oggi ci sono regimi repressivi. Già nell’Ottocento i Russi avevano colonizzato questi territori, con il risultato di provocare un’involuzione in quelle comunità, ad esempio con un crescente analfabetismo. Corsi e ricorsi storici.

Molte delle persone incontrate dalla giornalista si crogiolano nella nostalgia di una (fantomatica) passata grandezza dell’impero sovietico. Un’età dell’oro da contrapporre al presente sconfortante. Come pare abbia detto Putin “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore”  (citazione usata come esergo da Emmanuel Carrère in

Limonov). Il viaggio di Erika Fatland mostra tutto il dolore e la distruzione causati dal regime sovietico nell’inseguimento di obiettivi irrealistici con effetti disastrosi ancora oggi.

Mettiamoci in cammino. Prima tappa in Turkmenistan, nella capitale Asgabat. Un Paese per tre quarti occupato dal deserto del Karakum e dove gas, benzina e sale sono quasi gratis per i suoi abitanti, che in questo modo si sentono accuditi dal governo. C’è una grande differenza tra le grandi città, che rincorrono la modernità, anche se sono stranamente vuote, e i villaggi limitrofi, dove molti contadini poveri vivono e muoiono esclusi dalla vita del Paese.

L’economia è chiusa e governata dall’alto. La disoccupazione è altissima e c’è un presidente dittatore che ha fatto del culto della propria personalità la missione di una vita. Il Turkmenistan è famoso ai più per la porta dell’inferno, un cratere che brucia senza sosta dal 1971 a Derweze. Il simbolo più scenografico degli enormi giacimenti di gas.

Il Kazakistan è ugualmente ricco come il Turkmenistan, ma è anche sorprendentemente lo stato meno corrotto tra gli ex sovietici secondo Transparency International. Il presidente è stato nominato da Gorbachev nel 1989 e da allora governa.
Una massiccia collettivizzazione investì il Paese nel 1929 per volere di Stalin, che fece espropriare beni, bestiame e raccolti alle popolazioni. Un’operazione che provocò uno sterminio per fame.
Il Kazakistan doveva diventare il granaio dell’URSS ma i terreni non erano adatti e le popolazioni nomadi non erano pratiche di agricoltura, essendo allevatori.

Dushanbe, capitale del Tagikistan

A scapito del buonsenso, i piani quinquennali vennero rispettati, operazione che costò il sacrificio di un milione di persone che morì di carestia forzosa e la perdita di molte delle tradizioni nomadi.
Il Paese era anche luogo di deportazione delle persone considerate “nemiche del popolo”, ecco perché oggi si contano cento nazionalità diverse.

Durante la Guerra Fredda in Kazakistan fu attivo il poligono nucleare di Semipalatinsk le cui radiazioni contaminarono i civili. Forse non dovrebbe stupire che lo sport più famoso, come in tutta l’Asia Centrale e l’Afghanistan, è il Buzkashi una specie di polo a cavallo dove al posto della palla si usa una carcassa di capra senza testa.

A Dushanbe, capitale del Tagikistan, la bandiera nazionale sventola sul pennone più alto del mondo, ben 165 metri. Un insolito primato, risultato di una competizione innescata nel 2001, quando gli Emirati Arabi Uniti per festeggiare Abu Dhabi ordinarono un’asta di 123 metri, all’epoca la più alta del mondo.

Forse per il Tagikistan, il più povero del Sovietistan, che non ha petrolio e gas e con la quasi totalità del territorio coperto di montagne, un primato è pur sempre un onore. Il Paese racchiude la valle dello Yaghnob, rimasta isolata fino al 1970, quando i sovietici costruirono dei collegamenti stradali funzionali alle deportazioni degli abitanti come manodopera per la produzione di cotone nelle pianure.

E pensare che gli yaghnobi erano una popolazione leggendaria discendente dai fondatori di Samarcanda. Erano mercanti sulla Via della seta, dediti al culto di Zoroastro, una delle prime religioni monoteiste e proprio per sfuggire alla conversione all’Islam degli arabi che si rifugiarono nella valle.

Oggi il Tagikistan è musulmano, ed è l’unico tra le nazioni ex sovietiche ad avere una religione di stato che ha lo scopo di cementare l’identità tagika. Per mitigare la paura che gruppi islamici estremisti possano prendere piede nel Paese, molte moschee sono state chiuse e riconvertite, c’è il divieto di indossare il velo nelle scuole, ed è proibito portare la barba lunga. Vengono sostenute le tradizioni preislamiche come quelle del culto zoroastriano, al punto che il presidente ha fatto pressione sull’Unesco che nel 2003 ha indetto la celebrazione dei 3000 anni della cultura zoroastriana.

I russi si si spinsero fino all’altopiano del Pamir , il tetto del mondo, a lungo una delle terre più inaccessibili del pianeta dove solo gli yak sopravvivono. Il villaggio di Bulunkul è stata l’ultimo avamposto delle sperimentazioni agricole, riuscire a coltivare la terra grazie alle attrezzature moderne. Con il crollo dell’URSS esperti di trattori e pezzi di ricambio scomparirono e rimase soltanto la popolazione locale, che ormai aveva dimenticato come si coltivasse la terra alla maniera antica.

Pamir

È la volta del Kirghizistan, il Paese più povero dei cinque, dove si è registrato l’unico caso di dimissioni spontanee del presidente in carica. Sarà per questo che è considerata la nazione più libera e democratica dell’Asia centrale. La stampa è più libera che nelle altre repubbliche post sovietiche. Sono maggiori le libertà economiche rispetto ai vicini autocratici.

Del resto i guadagni dei lavoratori emigrati in Russia sono determinanti per l’economia nazionale. Le tradizioni resistono. Dall’arte della caccia coi rapaci, all’ignobile ratto della sposa. Anche in Kirghizistan la cultura locale è andata persa quando le popolazioni nomadi furono costrette da Lenin a diventare stanziali.

In questo Paese alla fine del mondo che cosa ci fa una comunità tedesca? Si tratta di Rot Front, esempio dell’emigrazione dei tedeschi in Kirghizistan. Era il XIX secolo, al tempo degli zar. Per quei protestanti pacifisti era un modo per sottrarsi al servizio militare, ma sotto Stalin furono deportati, uccisi o mandati nei campi di lavoro.
Altre anticaglie dell’epoca dei Soviet che sopravvivono? Costringere tutta la popolazione a lavorare gratis per la raccolta del cotone.

Ugualmente in Uzbekistan il lavoro nobilita l’uomo, anche se non retribuito. Infatti tutti gli studenti di scuole pubbliche devono fare tre anni di lavoro obbligatorio gratis per lo stato. Non stupisce tanta abnegazione in un Paese dal governo autoritario, accusato di violazioni dei diritti umani e che registra torture ai danni dei detenuti. La paura delle violenze etniche e degli estremisti islamici, l’Uzbekistan è la nazione con la più forte influenza dell’Islam, servono come deterrenti per mantenere la dittatura.

Nel Paese si trova la parte ormai secca del lago d’Aral. Uno specchio d’acqua che dava cibo e lavoro agli abitanti,  le cui dimensioni si sono ridotte e la pescosità azzerata per colpa del disastro ambientale legato agli esperimenti con le armi biologiche fatti dai russi. Testavano antrace, vaiolo e peste negli impianti militari nell’area. Ora la popolazione è disoccupata e il pesce immangiabile .Povertà e malattie è il prezzo per sostenere l’illusione di trasformare il deserto in un campo di cotone.
L’Uzbekistan ha anche dei traguardi da celebrare, come Khiva, riconosciuta Patrimonio dell’Unesco, specialmente i monumenti racchiusi nella città vecchia detta Itchan Kala, dove si torna indietro nel tempo con cupole azzurre e minareti. In realtà sono edifici del XIX secolo. Miraggi del deserto.

Sovietistan – Un viaggio nell’Asia centrale
di Erika Fatland
pp. 544
Marsilio – Specchi

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