Liberia, la strada tortuosa dei diritti femminili

Mutilazioni genitali fermate per 3 anni: una tregua per donne e bambine, in attesa di una legge definitiva.

Ci sono Paesi dove i diritti umani sono negati, altri in cui si trovano sospesi, altri dove il diritto alla salute e alla vita è solamente momentaneo. É il caso della Liberia, Paese affacciato sull’Atlantico dalla costa centro occidentale dell’Africa: lo scorso 21 Febbraio il governo ha annunciato l’abolizione della pratica delle Mutilazioni Genitali Femminili (FGM).

Un sospiro di sollievo per migliaia di donne, ragazze e bambine che però durerà solo tre anni. L’abolizione è in realtà una sospensione temporanea, ma l’aspetto più preoccupante della faccenda è che già in passato quest’orrenda pratica era stata abolita – 3 volte, nel 2012, nel 2016 e nel 2018 – per poi tornare pienamente e regolarmente in pratica.

Le FGM, che consistono nella mutilazione totale o parziale degli organi sessuali femminili, sono effettuate in modo legale in Mali, Sierra Leone, Ciad, Somalia e, appunto fino a qualche giorno fa, in Liberia. Secondo dati Unicef dello scorso anno, sono oltre 200 milioni le donne e le bambine di 30 Paesi che hanno sofferto questa pratica.

In Liberia è principalmente la Sande ad occuparsi di effettuare le mutilazioni: una società segreta di sole donne che si considera custode delle tradizioni nazionali e che opera soprattutto attraverso le Scuole della Foresta. Madri e padri liberiani  mettono le proprie figlie nelle mani di leader spirituali, le Zoe, affinché le facciano diventare delle vere donne meritevoli di vivere in società.

Le scuole della foresta, come si capisce, tutto sono tranne che vere scuole: eppure è in questi centri femminili che finiscono adolescenti e bambine, mentre i loro coetanei maschi continuano i normali percorsi di studio. Questi centri sono legittimati e sovvenzionati dallo Stato e, del resto, la pressione sociale che costringe le ragazze a tale pratica è fortissima: pena lo stigma e l’esclusione sociale.

Due settimane dopo la Giornata Mondiale della Tolleranza zero verso le Mutilazioni Genitali Femminili, che cade il 6 Febbraio, è arrivato l’accordo per un documento esecutivo firmato dal Governo e dal Consiglio Nazionale dei Capi e degli Anziani – forza tradizionale e conservatrice del parlamento liberiano. L’evento che, anche se momentaneo, rappresenta un importante e significativo passo avanti nel percorso dei diritti umani delle donne. La moratoria è arrivata grazie alla campagna Spotlight, attiva contro la violenza sul genere femminile e finanziata da Unione Europea e ONU.

I politici locali hanno salutato l’accordo con una misurata e cauta speranza. Realistica è stata Williametta E. Saydee-Tarr, Ministra per il Genere, l’Infanzia e la Protezione Sociale: “Abbiamo capito che la sola emissione di decreti e la firma di impegni con i nostri leader tradizionali è insufficiente per fermare la pratica in modo definitivo“. L’Ambasciatore e Capo della delegazione europea in Liberia, Laurent Delahousse, ha invece mostrato un consapevole ottimismo: “Insistiamo con i leader che le tradizioni possono e devono evolversi. Se sono illegali e dannose, devono cambiare“, ha detto a seguito dell’annuncio “In passato la società è stata frustrata dalle battute d’arresto ma speriamo, adesso, che questo movimento in avanti continui“.

Dicevamo, inoltre, dei tentativi passati: nel 2012 era stata la pressione della stampa attivista a costringere il governo a fermare la Sande una prima volta. Ma non c’era stato seguito. Quattro anni dopo, nel 2016, il tentativo era stato più marcato: le FMG erano state vietate all’interno di un quadro legislativo sulla violenza domestica. Anche in questo caso aveva avuto la meglio la pressione dei gruppi conservatori, che avevano argomentato e convinto con il tema della “Tradizioni culturale”. Nel 2018 ci riprovò la presidente Ellen Sirleaf, primo capo di stato donna in Africa e già Nobel per la pace nel 2011, che emise un’ordinanza che vietava la MFG per donne non ancora diciottenni. Ma nel 2108 il mandato della Sirleaf era allo scadere e l’ordine esecutivo ebbe analoga sorte.

Impegnato contro le FMG è l’UNICEF che richiama la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Convenzione dei Diritti del Bambino e la Convenzione contro tutte le forme di violenza contro le Donne delle Nazioni Unite per denunciare la continuità della pratica.

Secondo dati pubblicati sei mesi fa, le FMG sono altamente concentrate in una fascia di paesi dalla costa atlantica al Corno d’Africa, in aree del Medio Oriente come Iraq e Yemen e in alcuni paesi dell’Asia come Indonesia, con ampie variazioni di prevalenza. In Somalia, Guinea e Gibuti si parla del 90%, mentre colpisce non più dell’1% delle ragazze e delle donne in Camerun e Uganda. Tuttavia, dati raccolti sul campo evidenziano che le FMG esistono anche in Colombia, India, Malesia, Oman, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

Si diceva, prima, della pressione e dello stigma sociale che danno continuità alla pratica: per questo l’UNICEF si è chiesta quanto le donne tra i 14 ed i 49 anni ritenessero opportuno abbandonare questa crudele e disumana “tradizione”, rivelando grosse differenze. In Mali, Sierra Leone, Guinea, Gambia, Somalia ed Egitto più della metà della popolazione femminile continua a ritenerla legittima. Ciò non accade in Medio Oriente o nella maggior parte dei paesi africani come Togo, Kenya, Burkina Faso e Ghana: qui l’abolizione supera il 90%.

La strada è lunga: per la Liberia, il prossimo passo è un quadro legislativo definitivo.

Sara Gullace

Immagine di copertina via ohchr.org

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