“Nessun amico se non le montagne”: Berhouz Boochani racconta la sua prigionia sull’isola di Manus

Il poeta, giornalista e documentarista curdo-iraniano Behrouz Boochani in Nessun amico se non le montagne racconta la drammatica esperienza del carcere di Manus in Papua Nuova Guinea

Certi libri ti restano dentro. Certi libri ti restano in mente a ricordarti fra mille pensieri che conoscere certi orrori e certe brutalità causate dall’uomo sull’uomo andrebbero estirpati come un male dilagante nella società. Il carcere di Manus in Papua Nuova Guinea raccontato da Behrouz Boochani, poeta, giornalista e documentarista curdo-iraniano, è il terribile racconto di una prigionia crudele e lesiva dei diritti basilari di ogni uomo.

Come scritto nella prefazione all’edizione australiana, “Nessun amico se non le montagne (Add Editore, 2019) è un libro che, a buon diritto, può occupare un posto sullo scaffale della letteratura carceraria mondiale accanto a opere tanto diverse come il De profundis di Oscar Wilde, I quaderni del carcere di Antonio Gramsci, Into the Smother di Ray Parkin, L’uomo è morto di Wole Soyinka e Lettera dal carcere di Birmingham di Martin Luther King”.

In una nota che precede il testo si specifica che nel 2013 nel territorio australiano è entrato in vigore l’accordo tra Australia e Papua Nuova Guinea noto come Regional Resettlement Agreement. In base a questo accordo i richiedenti asilo sono bloccati a tempo indeterminato nel centro di detenzione di Manus (o in altri centri come l’isola di Natale e Nauru).

Secondo la “Pacific Solution” in vigore in Australia, i richiedenti asilo di qualsiasi età che tentano di entrare illegalmente nel Paese vengono respinti o deportati finché non venga loro riconosciuto lo status di rifugiato politico. Il carcere Manus Island Regional Processing Centre è stato dichiarato illegale dalla Papua Nuova Guinea nel 2016 e chiuso nell’ottobre del 2017. I richiedenti asilo detenuti illegalmente a Manus sono stati trasferiti in altre strutture di accoglienza.

Sono come un soldato davanti al dilemma se attraversare un campo minato o cadere prigioniero di guerra. Dovevo scegliere. Questo è il punto di non ritorno. Non posso voltarmi indietro.

Nessun amico se non le montagne è un libro che ha in sé le rughe dell’angoscia dei barconi sovraffollati, della ricerca di un posto in cui stare, del contatto con una terra nuova. Situazioni al limite della sopravvivenza che spingono faccia a faccia con sé stessi, situazioni nelle quali ci si aspettava un mondo libero e invece ci si ritrova a fare i conti con l’esilio, la prigionia, l’essere soli in mezzo agli altri prigionieri. Il volto di quell’esilio, il volto di quella prigionia in cui si tenta in tutti i modi di fuggire dal pensiero della morte e in cui si prova in tutti i modi ad aggrapparsi alla speranza della vita.

Il tempo negato alla libertà e il senso di colpa dell’essere andati via per ritrovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Riuscirete a stento a trattenere le lacrime nel leggere tutto ciò che è raccontato: l’andare via dalla propria casa, lasciare il Paese in cui si è nati, ritrovarsi chiusi in gabbie, la violenza e tante famiglie che nel loro incedere devono fare continuamente i conti con la fame e la privazione dei diritti fondamentali della persona.

Penso che tutti i libri, o la maggior parte di essi, abbiano una loro sacralità, ma qualcuno di essi arriva meglio al lettore riuscendo a scardinare i princìpi ai quali era legato e cambiando il suo modo di vedere le cose: Nessun amico se non le montagne è uno di questi.

Maria Laura Canori

Immagine di copertina via twitter.com/lynlinking

Nessun amico se non le montagne
Behrouz Boochani
Traduzione di Alessandra Maestrini
Add Editore, 2019
pp. 432, € 18,00, e-book € 9.99

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