La guerra schiaccia la cultura russa

Il boicottaggio internazionale e l’opposizione di personaggi eminenti come il direttore del Teatro Bolshoi colpiscono l’attività artistica del paese. Cancellata l’esibizione di Placido Domingo a Mosca.

Lunedì scorso (28 febbraio 2022, ndr) l’artista russo Kirill Savchenkov ha annunciato sul suo profilo Instagram che non rappresenterà il suo paese alla 59a edizione della Biennale di Venezia, il grande appuntamento internazionale di arte contemporanea che sarà inaugurato il prossimo 23 aprile. L’ha comunicato con questo messaggio, scritto in maniera sobria con un carattere bianco su fondo nero: “Non c’è altro da dire, non c’è spazio per l’arte quando i civili stanno morendo sotto il fuoco dei missili, quando i cittadini dell’Ucraina si stanno nascondendo nei rifugi, quando manifestanti russi vengono messi a tacere. Come russo, non presenterò il mio lavoro nel padiglione della Russia”.

Lo stesso hanno fatto un’altra artista che avrebbe esposto il suo lavoro in quello spazio, Alexandra Sujareva, e il curatore del padiglione, Raimundas Malasauskas, tanto che alla fine non ci sarà nessuna rappresentanza russa all’evento. “Questa guerra è politica e emotivamente insopportabile”, ha spiegato Sujareva nel suo messaggio di rinuncia. Da parte sua, Malasauskas ha dichiarato: “Sono nato e cresciuto in Lituania quando questa faceva parte dell’Unione Sovietica. Ho vissuto la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1989 e da allora sono stato testimone dello sviluppo del mio paese di cui ho goduto. L’idea di tornare a vivere sotto un qualunque impero, che sia russo o meno, è semplicemente intollerabile”.

Sono solo due dei tanti esempi di come l’attacco della Russia all’Ucraina abbia conseguenze gravi anche sul settore culturale, spesso dominato da persone vicine al governo. Il padiglione russo a Venezia è finanziato da Anastasia Karneieva, figlia dell’attuale generale del Servizio Federale per la Sicurezza, e da Nikolay Volobuev. Karneieva, insieme a Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, gestisce l’impresa aggiudicataria del padiglione per i prossimi otto anni.

 

Da quando giovedì scorso Mosca ha dato avvio all’invasione dell’Ucraina sono aumentate senza sosta le voci di rappresentanti della cultura russa che manifestano il loro rifiuto della guerra e che nel paese stanno paralizzando l’attività in segno di protesta. E questo malgrado nel corso della settimana passata Viacheslav Volodin, presidente della Duma, abbia dichiarato che le manifestazioni contro la guerra saranno considerate “tradimento della patria”.

Nonostante questo, il principale museo di arte contemporanea della Russia, Garage, ha emesso un comunicato per annunciare il blocco delle attività fino a quando “non si sarà conclusa la tragedia politica e umana che sta avendo luogo in Ucraina”. E nel centro culturale GES-2 di recente inaugurazione, il curatore e artista islandese Ragnar Kjartansson ha comunicato la cancellazione della mostra Santa Barbara, dopo aver definito la Russia “uno Stato fascista in piena regola”. Successivamente, la Fondazione V-A-C, gruppo privato che supporta questo spazio, comunicava la chiusura di tutte le mostre e attività in programma.

Stephen Brooks, CEO della casa d’aste Philips, del Mercury Group, la società operante nel settore dei beni di lusso più grande del paese, ha pubblicato sotto la raffigurazione della bandiera dell’Ucraina una dichiarazione nella quale chiede “nel modo più deciso possibile la cessazione immediata di tutte le ostilità”. Anche la stampa specializzata prende posizione, come la rivista di arte The Calvert Journal, che ha deciso la sospensione delle pubblicazioni “fino a nuovo ordine”.

 

Nell’ambito delle arti performative, Elena Kovalskaya ha preso le distanze dal presidente russo in maniera radicale, dimettendosi come direttrice del Teatro statale Meyerhold di Mosca poche ore dopo i primi attacchi, non prima di aver reso pubblico un duro comunicato dal suo profilo Facebook: “È impossibile lavorare per un assassino e riscuotere uno stipendio da lui”.

È molto importante anche il manifesto contro la guerra firmato questa settimana dai direttori degli iconici teatri Bolshoi di Mosca e Alexandrinsky di San Pietroburgo, Vladimir Urin e Valery Fokin, insieme ad altri importanti artisti come il violinista Vladímir Spivakov o l’attore Oleg Basilashvili. Il caso del responsabile del Bolshoi è significativo, dal momento che a marzo 2014 aveva firmato un altro manifesto di appoggio alla politica di Vladimir Putin in Ucraina e Crimea.

Dalla parte opposta c’è il direttore d’orchestra Valery Gerguiev, molto vicino a Putin, che si è rifiutato di condannare pubblicamente l’attacco, cosa che gli è costata la cancellazione di concerti internazionali (Carnegie Hall, Filarmonica di Parigi), la rescissione del suo contratto con la Scala di Milano e il suo licenziamento come direttore della Filarmonica di Monaco.

Un’altra analogamente penalizzata è la soprano Anna Netrebko, che in un primo momento ha ceduto alle pressioni internazionali e nel fine settimana ha pubblicato un messaggio sui suoi profili social nel quale si rammarica per la guerra ma ha puntualizzato che “è inaccettabile obbligare gli artisti e qualunque figura pubblica a esprimere pubblicamente le proprie opinioni politiche e condannare il proprio paese”. Il risultato, per ora, è che l’Opera di Stato della Baviera ha cancellato tutti gli impegni futuri con la cantante e lei stessa ha deciso di rinunciare a diverse date già programmate, tra cui alla Scala e al teatro dell’Opera di Zurigo. Probabilmente è in discussione anche il suo concerto al Gran Teatre del Liceu di Barcellona il prossimo 3 aprile. “Per me questo non è il momento per fare musica e fare spettacoli. Perciò, per adesso ho deciso di fare un passo indietro”, ha spiegato l’artista.

La pressione internazionale cresce ogni giorno di più.

Frank-Walter Steinmeier, presidente della Fondazione per l’Arte e la Cultura, uno dei patrocinatori della mostra collettiva Diversità Unita – che vuole mostrare i legami tra Europa e Russia attraverso l’arte – aperta nella Galleria Tretyakov, ha comunicato il ritiro del suo appoggio e ha sollecitato la chiusura immediata della mostra. Il ministro della Cultura dell’Ucraina, Oleksandr Tkachenko, ha chiesto sanzioni per “limitare la presenza russa nelle arene culturali internazionali” e ha inviato al boicottaggio degli artisti russi in tutte le fiere e esposizioni.

Dalla settimana scorsa si stanno verificando una serie di boicottaggi. La risposta del Regno Unito è stata molto dura: è stata interrotta la tournée del Balletto Nazionale Siberiano e la Royal Opera House di Londra ha cancellato la stagione di danza del Bolshoi prevista per l’estate. La compagnia di danza a maggio ha in programma anche diverse esibizioni al Teatro Real di Madrid che non ha ancora deciso se cancellarle. La guerra sembra essere molto intensa su questo fronte, tanto da registrare anche reazioni da parte dei russi: il Bolshoi ha cancellato l’esibizione di Placido Domingo prevista per l’8 marzo.

In Spagna è in sospeso l’attività della sede del Museo Statale di Arte Russa di San Pietroburgo a Malaga. La mostra annuale in corso, Guerra e pace nell’arte russa, si conclude il prossimo 24 aprile e, secondo Nacho Sanchez, ancora non si sa se la mostra successiva – della quale non è stato ancora reso pubblico su cosa verterà –  potrà essere allestita, per via delle restrizioni e delle sanzioni internazionali contro la Russia. Il sindaco di Malaga, Francisco de la Torre (PP), ha dichiarato lunedì scorso che sarà necessario attendere lo sviluppo degli eventi per capire “se e quali ripercussioni” avranno sul trasferimento di opere d’arte, ma scommette sulla preservazione del settore culturale, sebbene da Ciudadanos, suoi alleati di Governo, non siano d’accordo. La consigliera per la Cultura, Noelia Losada, ha twittato: “Sono contraria al trasferimento di denaro al Museo Statale Russo fino a quando è in atto l’invasione dell’Ucraina. Qui non si paga il canone, ma si paga la mostra. La mostra in corso è già pagata. La prossima deve rimanere in sospeso”. 

Il Comune ha un contratto con la casa madre del centro fino al 2035 che prevede il pagamento di un canone annuo di 400.000 euro. Oltre a numerose attività, lo spazio – che non ha preso posizione pubblicamente in merito all’invasione dell’Ucraina – mette in programma una grande mostra annuale insieme ad altre più piccole. Nel 2019 ha avuto 82.549 visitatori.

Traduzione di Valentina Cicinelli via elpais.com

Immagine di copertina via Flickr

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