La de-globalizzazione forzata al tempo della quarantena globale

L’emergenza Coronavirus modifica il tenore di vita al quale siamo abituati facendo venire a galla alcuni paradossi, dalla vita sociale alle scelte politiche

Tra gli spazi vuoti degli uffici chiusi e gli spazi di cui ci si riappropria, quelli familiari, in un periodo di “fermo” forzato dovuto al dilagare di una pandemia mondiale come il Coronavirus, si possono trovare soluzioni alternative alla routine quotidiana.

Si vive alla giornata, dedicandosi agli hobby, seguendo serie infinite su Netflix, a valutare un tempo non più misurabile solo in termini di giornata lavorativa. In tempi incerti aumenta l’ansia, si acuiscono le solitudini di chi vive lontano dai parenti o di chi lavora lontano da casa. In una società di individualismo estremo e di vacanze intercontinentali ci mancano le relazioni umane, siamo reclusi nel non-contatto.

Restano città improvvisamente deserte, famiglie ed amici impossibilitati ai contatti umani. E invece, pur stando ad almeno un metro di distanza, bisogna necessariamente pensare all’altro, condividere le responsabilità, prendere decisioni difficili perché si è parte di una comunità.

In questa situazione di imprevedibilità un nuovo apprendimento è necessario: aumentano le diseguaglianze lavorative, come per chi lavora nelle grandi multinazionali, che può optare per lo smartworking e chi invece lavora nelle fabbriche; tuttavia si fa più rete nell’ambito della sperimentazione di nuovi farmaci, si applicano processi di validazione che verificano la fragilità dei sistemi esistenti, siano essi ambientali, politici, sociali.

Capire come si gestisce l’emergenza è fondamentale per escludere un periodo di un “governo di guerra”: vengono messi alla prova gli strumenti di pianificazione e le gerarchie istituzionali, i governi nazionali e regionali, il rapporto tra sanità pubblica e sanità privata.

Per quantificare gli effetti della recessione in termini di Pil – già in una situazione di deflazione – bisogna pensare sia a nuovi indicatori per misurare il cambiamento in termini di benessere socio-economico sia a nuovi margini di flessibilità rispetto ai vincoli dei Trattati europei. A differenza della recessione del 2008, legata ai mercati finanziari gestiti da soggetti poco regolabili, la crisi attuale si lega alla psicosi sul futuro, alimentata dai social, i cui contenuti virali sono scarsamente governabili. Le merci possono e devono continuare a circolare liberamente ma le persone non possono più: restano bloccate dalla chiusura degli aeroporti e dalla cancellazione di traghetti e treni. La globalizzazione è messa alla prova da una pandemia ancora più globale.

Evidentemente le regole del gioco democratico mostrano, alla fine, la corda ed emerge qualcosa di nuovo: un possibile regime sanitario/poliziesco soft in cui le libertà e i diritti civili della popolazione sono, di fatto, sospesi. Una situazione per molti di noi assolutamente inedita, che apre, però, anche scenari inediti.

Quando potremo tornare ad uscire liberamente di casa troveremo città stranamente pulite, vivibili: una stretta sugli usi e i costumi italiani, spesso portati ad eccessi discutibili, potrebbe favorire un’inedita svolta ambientalista e salutista a tutti i livelli, anche se imposta dall’alto. In più, questa svolta potrebbe, per lo meno, porre un argine ad un liberismo e ad un consumismo dilagante che sono state le concause della crisi ormai irreversibile in cui versa il sistema italiano.

Potremmo addirittura sperare di ritrovarci poi, di colpo, in un Paese migliore di come lo abbiamo lasciato. Potremmo, perché il prezzo sarà probabilmente altissimo. Nel giro di poche settimane si è passati dal caos frenetico delle città ad una pace irreale, surreale, interrotta solo da flashmob sui balconi per applaudire il lavoro dei medici, flash mob che per fortuna ci ricordano che non esiste solo il COVID-19.

Marta Donolo

Immagine di copertina via Unsplash

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