Il futuro delle scienze si decide sui banchi di scuola

Per la scienziata americana Ainissa Ramirez, l’insegnamento nelle scuole delle scienze va ripensato. E ci spiega perché

di Alessia Signorelli (@signorellialexa)

fonte immagine:ohiosci.org

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La settimana scorsa, vi avevamo parlato di come, secondo Lisa Phillips, le arti fossero uno strumento imprescindibile per aiutare i bambini ad acquisire abilità fondamentali per la loro vita da adulti, studenti e lavoratori.

Questa settimana, abbiamo dato un’occhiata all’idea di creatività, ma dall’altro lato della medaglia e cioè, da quello scientifico; Maria Popova, collaboratrice del sito brainpickings,  ha presentato il punto di vista dell’eminente scienziata, inventrice e docente di Yale Ainissa Ramirez, autrice del libro “Save Our Science: How to Inspire a New Generation of Scientists”.

Per la Ramirez, in ballo, ci sono molti e scottanti argomenti.

La Dottoressa Ramirez afferma che:”Il 21esimo secolo ha bisogno di un nuovo tipo di allievi, non di qualcuno che sappia solamente rispondere in maniera meccanica, come nel passato, ma di un tipo di studente che possa pensare in modo vasto e possa risolvere i problemi in modo ingegnoso.”

Secondo la Ramirez, sono tanti gli elementi che, secondo la sua visione, hanno contribuito a rendere problematico l’insegnamento di quelle che viengono definite materie STEM (scienze, tecnolgie, ingegneristica e matematica), pur essendo queste le più supportate e “pubblicizzate” dallo stesso governo, cosa che la Ramirez fa risalire a partire dal desiderio di rivalsa nei confronti del lancio dello Sputnik in orbita, da parte dell’Unione Sovietica nel 1956 e che vide i finanziamenti al National Science Foundation arrivare a toccare i 132.9 milioni di dollari nel 1959, quando, tre anni prima, ammontava “semplicemente a 15.9 milioni.

Per Yanissa Ramirez il problema principale dell’insegnamento delle STEM sta nell’ avere ingenerato una sterile meccanizzazione del pensiero degli studenti e, quindi, allontanandone una buona percentuale, tra cui le ragazze, che risultano impegnate in studi e carriere  STEM solo per il 26% – per quella vecchia, stantìa convinzione, sempre riportata dalla scienziata, per cui le ragazze non “sarebbero portate” per le materie scientifiche o ingegneristiche.

Una convizione che, però, sembra aver sollevato al sua brutta testa solo nel ventesimo secolo, in quanto, alla fine del diciannovesimo, la percentuale di donne impegnate in studi di fisica, nell’esempio riportato dall’autrice, era del 23%, per poi diventare un mero 2% nel 1955; tutto questo viene motivato da implicazioni sociologiche tipiche della società americana del secondo dopoguerra, che vedeva nella madre-casalinga discreta, ben curata e premurosa il traguardo finale e validante per le donne.

L’approccio di Ainissa Ramirez alla questione scienza e creatività è, da una parte estremamente critico, in quanto, secondo la scienziata, anni di eccessiva “razionalità” hanno condotto l’insegnamento delle scienze in un tunnel sterile,  dall’altra dimostra anche una grande attenzione per quello che viene definito dagli anglosassoni “the big picture”: non si può in alcun modo non riservare un posto d’onore all” “ignoranza”, al non sapere, proprio perché è “sfiorando l’ignoto”, in quella che Keats definiva “capacità negativa” , ossia essere in grado di stare “ nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi senza essere impaziente di pervenire a fatti e a ragioni”, che si dà fuoco alla miccia della creatività e, di conseguenza, all’ innovazione.

Scienza sì, dunque, ma che sia in simbiosi con la creatività. Perché, per la Ramirez, laddove la scienza è scoperta, ingegno, creatività, l’insegnamento STEM è si riduce al famoso travaso di conoscenze che intere generazioni di pedagoghi hanno rigettato e combattuto con tutti i mezzi loro possibili e disponibili.

Per la Dottoressa Ramirez, quindi, l’educazione alle STEM va reinventata e va infusa con la creatività, la curiosità e l’audacia degli scienziati che operano sul campo. Davanti a noi, si dispiega uno scenario sempre più complesso che ha bisogno di menti giovani e flessibili, in grado di vivere le scienze in maniera non solo pragmatica, ma anche, si potrebbe azzardare “giocosa”; come se, invece di neutrini, becchi Bunsen, leve, e quant’altro mai, si avesse a propria disposizione creta, colori e tele sulle quali dipingere e dare una forma nuova al nostro (oramai prossimo) futuro di scoperte sempre più sensazionali.

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