Kandinsky torna a Roma dopo 25 anni: a Palazzo Bonaparte un viaggio dentro il colore

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Oltre settanta opere, cinque sezioni e un percorso che dagli esordi figurativi conduce alla rivoluzione dell’astrazione. Fino al 14 febbraio 2027 Palazzo Bonaparte racconta Vassily Kandinsky, tra pittura, musica e un’esperienza immersiva.

A distanza di venticinque anni dall’ultima grande mostra romana a lui dedicata, Vassily Kandinsky torna protagonista a Roma con un percorso che attraversa l’intera evoluzione della sua ricerca artistica.

Oltre settanta opere, ma anche documenti, oggetti personali, musica, apparati multimediali e momenti interattivi costruiscono a Palazzo Bonaparte un racconto che non si limita a mostrare Kandinsky, ma prova a farci entrare nel suo universo.

Dagli esordi figurativi alla conquista dell’astrazione, dalla Russia al Bauhaus fino agli ultimi anni parigini, le cinque sezioni permettono di seguire la trasformazione di un artista che ha cambiato il nostro modo di guardare la pittura.

E dietro quei cerchi, quelle linee e quelle esplosioni di colore emerge una domanda che sembra accompagnare l’intera visita: è possibile dipingere non quello che vediamo, ma quello che sentiamo?

Prima dell’astrazione: il Kandinsky che non ti aspetti

La mostra parte da un Kandinsky molto diverso da quello che tutti abbiamo in mente.

Nelle prime sale troviamo ancora paesaggi, città e figure. Fondamentali sono i viaggi compiuti con Gabriele Münter, artista e compagna di Kandinsky: dalla Tunisia a Murnau, in Baviera, luce e colore acquistano progressivamente sempre maggiore importanza.

Ed è proprio osservando le opere in successione che si può quasi vedere nascere l’astrazione.

Case, montagne e campanili sono ancora riconoscibili, ma le forme diventano più semplici, le prospettive cambiano e il colore smette lentamente di obbedire alla realtà.

Nel 1911 Kandinsky pubblica il saggio Dello spirituale nell’arte. L’idea è rivoluzionaria: il colore non deve necessariamente descrivere qualcosa, può agire direttamente sulla nostra interiorità.

Ed è qui che entra in scena un altro grande protagonista della mostra: la musica.

Quando il colore diventa musica

Kandinsky studia pianoforte e violoncello e per tutta la vita cerca un dialogo tra pittura e musica.

Una linea può avere un ritmo, una forma creare una tensione, un colore produrre una vibrazione. Kandinsky arriva persino ad associare alcune tonalità agli strumenti musicali: l’azzurro al flauto, il blu al violoncello, le tonalità più profonde al contrabbasso e all’organo.

La mostra racconta bene questa relazione anche attraverso l’incontro con Arnold Schönberg. Dopo aver assistito a un suo concerto a Monaco nel 1911, Kandinsky comprende quanto la dissonanza possa produrre una nuova forma di armonia.

Lo stesso principio entra nella sua pittura.

Colori contrastanti, linee e forme che sembrano scontrarsi possono costruire un equilibrio, proprio come accade in una composizione musicale.

Con Der Blaue Reiter, il Cavaliere Azzurro, fondato insieme a Franz Marc, questa ricerca si apre ulteriormente a linguaggi, culture e forme artistiche differenti.

L’astrazione è ormai vicina.

Dalla Russia al Bauhaus: punto, linea, colore

La mostra segue Kandinsky anche durante gli anni più turbolenti della sua vita. Con la Prima guerra mondiale torna in Russia, dove entra in contatto con Suprematismo e Costruttivismo. Le forme della sua pittura diventano sempre più geometriche e i colori primari acquistano maggiore importanza.

Nel 1921 lascia nuovamente la Russia e l’anno successivo viene chiamato da Walter Gropius a insegnare al Bauhaus di Weimar.

Qui incontriamo non soltanto il pittore, ma anche il Kandinsky teorico e insegnante.

Punto, linea, superficie, forme geometriche e colori vengono studiati attraverso esercizi, rapporti e tensioni. La mostra permette di capire quanto queste teorie siano strettamente collegate alle opere che vediamo sulle pareti.

Ed è proprio durante gli anni del Bauhaus che nasce uno dei capolavori protagonisti dell’esposizione romana.

Giallo-Rosso-Blu: l’opera protagonista

Giallo-Rosso-Blu, realizzato nel 1925, è forse l’opera che meglio riassume il viaggio compiuto fino a questo punto. Già il titolo elimina ogni riferimento a un soggetto: restano tre colori fondamentali.

Nella tela ritroviamo le relazioni tra colore e forme geometriche studiate da Kandinsky al Bauhaus. Linee, cerchi, geometrie e segni sembrano muoversi sulla superficie. A un primo sguardo può sembrare caos. Poi l’occhio comincia a trovare un ritmo: alcune forme avanzano, altre arretrano, si attraggono o si respingono. Ci sono pause, tensioni e accelerazioni. Quasi una partitura dipinta.

Non a caso, nel percorso di Palazzo Bonaparte l’opera viene associata alla Sinfonia n° 5 di Beethoven. È uno dei momenti più belli per comprendere il pensiero di Kandinsky: invece di domandarsi immediatamente “che cosa rappresenta?”, possiamo provare semplicemente a seguirne il ritmo. Quasi ad ascoltare il dipinto con gli occhi.

Cerchi, geometrie e sperimentazioni

Negli anni del Bauhaus il cerchio diventa una delle forme preferite di Kandinsky, tanto che Nina definirà il periodo tra il 1925 e il 1928 “l’epoca dei cerchi”.

La mostra permette di seguire questa evoluzione attraverso opere come Su bianco II, del 1923, dove colori primari, diagonali e geometrie sembrano sospesi nello spazio, e Accento in rosa, del 1926, realizzato sperimentando anche l’aerografo per ottenere delicate sfumature e passaggi tonali.

Sono opere che dimostrano come l’astrazione di Kandinsky non sia mai un punto di arrivo definitivo. È una ricerca continua.

Non solo quadri: la mostra diventa interattiva

Ed è qui che il percorso di Palazzo Bonaparte diventa particolarmente interessante.

La mostra non si limita infatti alle opere appese alle pareti. Musica, apparati multimediali e aspetti interattivi aiutano a comprendere concetti che altrimenti potrebbero sembrare molto teorici.

Prima scopriamo il rapporto tra colore e suono e poi possiamo cercarlo nelle opere. Prima leggiamo delle relazioni tra forme geometriche e colori e successivamente possiamo riconoscerle nei dipinti.

Anche l’idea di entrare fisicamente dentro un’opera apparteneva già a Kandinsky. Durante un viaggio nella regione russa di Vologda era rimasto affascinato dalle case completamente decorate, ricordando la sensazione di trovarsi dentro un dipinto.

Nel 1922 trasforma quell’intuizione in un progetto per la Juryfreie di Berlino, facendo espandere forme e colori sulle pareti di un ambiente. La mostra racconta anche questa esperienza, successivamente ricostruita al Centre Pompidou.

È una premessa perfetta per ciò che ci aspetta nella sala multimediale.

La sala multimediale: una musica da vedere

Nella sala multimediale le forme di Kandinsky sembrano finalmente uscire dalla tela.

Cerchi, linee, triangoli e campiture di colore si muovono attraverso proiezioni, luce, suono e superfici riflettenti, trasformando l’ambiente in una grande composizione astratta.

Le immagini si scompongono e si ricompongono, le forme fluttuano e il colore segue ritmi, pause e accelerazioni.

È quasi una musica da vedere. E non è soltanto un finale spettacolare. Dopo aver attraversato il resto della mostra, comprendiamo perché questa esperienza abbia senso: Kandinsky aveva trascorso la vita cercando di mettere in relazione pittura, musica, movimento ed emozione.

Qui, per qualche minuto, possiamo provare a vivere quella stessa intuizione.

Parigi e il Kandinsky più intimo

Le ultime sale ci portano infine a Parigi, dove Kandinsky si trasferisce con Nina nel 1933.

La sua pittura cambia ancora. La luce parigina amplia la tavolozza, compaiono tonalità più delicate e forme biomorfe, quasi piccoli organismi sospesi nello spazio. La geometria rigorosa del Bauhaus incontra un universo più libero e organico.

Ma la mostra ci porta anche dietro le quinte della sua pittura attraverso materiali e oggetti legati allo studio di Neuilly-sur-Seine.

Scopriamo un Kandinsky estremamente concreto: mescolava personalmente pigmenti, utilizzava leganti e vernici differenti e sperimentava continuamente con le superfici, arrivando persino ad aggiungere sabbia alla pittura.

Dipingeva soprattutto sfruttando la luce naturale, perché riteneva che quella artificiale alterasse i colori.

È un dettaglio che racconta bene la sua ossessione cromatica: dietro la spiritualità della sua pittura c’erano anche materia, tecnica e una continua sperimentazione.

Persino nelle ultime opere riaffiorano le sue origini russe, attraverso piccoli riferimenti alla tradizione, alle matrioske, alle uova pasquali e alla musica.

Tutte le informazioni per visitare la mostra

La mostra Kandinsky è visitabile a Palazzo Bonaparte, in Piazza Venezia 5 a Roma, dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027. L’esposizione è aperta dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 19:30 e venerdì, sabato e domenica dalle 9 alle 21; la biglietteria chiude un’ora prima. Sono inoltre previste aperture straordinarie durante le festività e, negli ultimi tre giorni di mostra, dal 12 al 14 febbraio, l’apertura è prolungata fino alle 23.

Il biglietto intero costa 18 euro e comprende l’audioguida gratuita; sono previste diverse tariffe ridotte, tra cui 17 euro per alcune categorie, 15 euro per gli studenti universitari il martedì e 8 euro per i bambini dai 4 agli 11 anni non compiuti. È disponibile anche un biglietto Open a 22 euro. La prenotazione non è obbligatoria, ma è fortemente consigliata, soprattutto nei fine settimana e nei giorni festivi, quando l’accesso senza prenotazione potrebbe comportare attese o non essere garantito in caso di raggiungimento della capienza.

Palazzo Bonaparte è accessibile alle persone con disabilità e tutte le sale della mostra sono raggiungibili tramite ascensore. Sono disponibili anche visite guidate per singoli visitatori, famiglie, gruppi e scuole.

Per orari aggiornati, aperture straordinarie e acquisto dei biglietti puoi consultare il sito ufficiale di Palazzo Bonaparte – Mostra Kandinsky.

Una mostra per entrare nell’universo di Kandinsky

Alla fine delle cinque sezioni ci si rende conto che la mostra di Palazzo Bonaparte non ha semplicemente riunito oltre settanta opere. Ha costruito un viaggio.

Ci mostra il Kandinsky figurativo prima del maestro dell’astrazione, racconta il rapporto con Gabriele Münter e la musica, attraversa la Russia e il Bauhaus, ci porta davanti a Giallo-Rosso-Blu, dentro il suo atelier e infine in una sala dove forme, luce e suono ci circondano.

Soprattutto, il percorso sembra insegnarci progressivamente come guardare Kandinsky. Quando arriviamo davanti alle sue composizioni astratte, quelle forme non appaiono più così indecifrabili. Abbiamo capito perché un colore per lui poteva avere un suono, perché una linea poteva possedere un ritmo e perché un cerchio poteva contenere infinite possibilità espressive.

Kandinsky ha trascorso gran parte della propria vita cercando di liberare la pittura dall’obbligo di raccontare ciò che gli occhi potevano già vedere. Voleva raggiungere qualcosa di meno visibile: una vibrazione, un’emozione, una risonanza interiore.

Per questo, uscendo da Palazzo Bonaparte, forse la domanda più interessante non è “Che cosa rappresenta?” ma “Che cosa mi fa sentire?”

Articolo a cura di Elena Murgia

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