Dalla voce di Omero alla firma di Nolan: il nuovo viaggio di “The Odyssey”

Tempo di lettura 6 minuti
Con “The Odyssey”, dal 16 luglio al cinema, Nolan affronta il “ritorno” più celebre e monumentale della letteratura reinterpretandolo attraverso il suo personalissimo linguaggio cinematografico.

InterstellarInceptionMementoDunkirk condividono un tema ricorrente nella poetica di Christopher Nolan: il viaggio di ritorno del protagonista verso casa. Maestro del tempo e della sua percezione, Christopher Nolan porta sul grande schermo, dal 16 luglio al cinema, il mito omerico, trasformando quelle pagine in materia visiva all’altezza del loro peso storico e narrativo.

L’Odissea di Omero racconta un nóstos, ovvero il ritorno di Ulisse nella sua patria Itaca dopo la guerra di Troia, affrontando un viaggio durato dieci anni, tra innumerevoli avventure e terre sconosciute. Nel frattempo la moglie Penelope e il figlio Telemaco attendono il suo ritorno, ostacolati dai Proci, i pretendenti al trono di Itaca.

L’opera celebra così il coraggio, la forza dell’intelligenza, la fedeltà e la capacità dell’uomo di affrontare le difficoltà.

Il tempo come mito 

L’Odissea sembra quasi fatta apposta per il cinema di Nolan. Nei suoi film, il tempo non è una linea retta, ma una struttura che si frammenta e si ricompone attraverso flashback, salti temporali e prospettive diverse. Allo stesso modo il poema costruisce un racconto del tempo non lineare: il suo inizio in medias res introduce il lettore nel mezzo degli eventi, quando Ulisse è già lontano da Itaca ed è trattenuto sull’isola di Ogigia dalla ninfa Calipso.

La struttura narrativa si complica ulteriormente attraverso l’intreccio di diverse linee temporali: da una parte il presente della narrazione, quello della “Telemachia”, ossia il viaggio di Telemaco alla ricerca di notizie sul padre, intrecciato all’attesa del ritorno di Ulisse e il racconto del palazzo di Itaca assediato dai Proci. Dall’altra prende vita il lungo racconto che ripercorre i dieci anni di peregrinazione per mare di Ulisse dopo la guerra di Troia.

Due linee temporali di durata differente che convivono e si alternano per poi incrociarsi nel finale attraverso il ritorno dell’eroe a casa. Non stupisce allora che proprio l’Odissea sia approdata nel cinema di Nolan: è la concezione del tempo come architettura del racconto a rendere il poema sorprendentemente affine alla sua poetica.  

Il formato più grande per la più grande storia 

Per affrontare un viaggio di questa portata, il regista utilizza una delle tecnologie più avanzate mai concepite nella storia del cinema.  

Il suo film è il primo ad essere girato totalmente in IMAX 70mm, tecnologia sviluppata affinché ogni fotogramma contenga una quantità eccezionale di dettaglio, con immagini più profonde, nitide e immersive rispetto ai formati tradizionali. A questo si aggiunge l’utilizzo pressoché nullo della CGI e un sistema sonoro progettato appositamente per coinvolgere lo spettatore attraverso una resa più dinamica di dialoghi, effetti e ambientazioni, trasformando la visione in un’esperienza immersiva totale.

Così anche le musiche del compositore Ludwig Göransson irrompono sulla scena, grazie alla sua attenta ricerca sugli strumenti musicali con la ricostruzione di lire e sonorità affini al mondo greco. La musica diventa in questo modo parte integrante della narrazione: dall’urlo dirompente di Polifemo, alla sequenza del canto delle sirene, in cui il suono si fa ovattato e sfuggente, senza rivelarne mai completamente il canto, alimentando anche nello spettatore quell’irresistibile desiderio e quell’irrefrenabile curiosità di ascoltarlo e lasciarsi trasportare. 

Una rilettura adattata al grande schermo 

Portare in sala un’opera come l’Odissea significa inevitabilmente confrontarsi con le esigenze e i limiti del linguaggio cinematografico. Trasporre i ventiquattro canti del poema in un unico film vuol dire condensare alcuni eventi, ometterne o modificarne altri, nonché ricorrere a ellissi narrative. Raccontare ogni episodio nella sua interezza avrebbe dato vita a un racconto di dimensioni incompatibili con la tradizionale fruizione cinematografica. 

Nonostante ciò, il film sfiora comunque le tre ore: nell’episodio con il ciclope Polifemo, ad esempio, Ulisse e i suoi compagni riescono a fuggire dalla grotta in cui erano tenuti prigionieri, camuffandosi con della paglia legata al corpo per ricreare il vello delle pecore, anziché nascondersi sotto il loro ventre. Diversamente dal poema, inoltre, non compare il celebre inganno di “Nessuno”, nel quale Ulisse, per sfuggire a Polifemo, si presenta con un falso nome e riesce a salvarsi dopo averlo accecato. Lo stesso vale per i personaggi di Nausicaa e di Alcinoo, re dei Feaci: nel poema è a lui che Ulisse racconta il suo viaggio da Troia, nel film invece il re di Itaca racconta le sue avventure a Calipso, personaggio interpretato da Charlize Theron.  

Scelte discusse, ma consapevoli 

Si è parlato molto della scelta di Lupita Nyong’o nei panni di Elena, criticata fin da subito per la sua non fedeltà alla descrizione fisica presente nel poema; tuttavia, appare naturale e affascinante una volta visto il film, non compromettendo minimamente la credibilità del racconto. 

Così come la presenza del rapper Travis Scott nei panni di un aedo che con il suo canto sulle gesta di Ulisse a Troia, fa stare in silenzio i pretendenti prima del banchetto, ripetendo versi che risuonano tanto nel palazzo di Itaca quanto nella sala. La scelta del suo ruolo è voluta da Nolan stesso, con l’intento di creare un ponte tra la tradizione antica dell’oralità e quella odierna della cultura rap e hip hop. 

Insomma, “The Odyssey” è pur sempre il personale adattamento di Nolan e non un documentario che deve necessariamente rispecchiare scrupolosamente l’opera originale, che nonostante le variazioni, non intacca ma, soprattutto, conserva la maestosità dell’epica omerica.
Un film grandioso, che a volte rielabora la sua fonte, ma restituendone tutta l’imponenza delle vicende e dei suoi personaggi.
 

Fra tutti Ulisse, interpretato da un magnetico Matt Damon, tanto comandante della flotta di Itaca quanto guida del nostro viaggio da spettatori, capace di restituire tanto l’astuzia e la furbizia dell’eroe, quanto la sua ardente volontà di ritornare a casa. Più che un eroe invincibile però, il film tratteggia un Ulisse tormentato dal senso di colpa e segnato dal rimorso.

Il ritorno a Itaca assume così i contorni di un percorso di espiazione: il suo viaggio è ostacolato non solo dall’ira degli dèi, ma anche dal peso delle proprie azioni, dalla consapevolezza di aver distrutto un’intera civiltà attraverso l’inganno del cavallo di Troia, un simbolo di pace e dono apparente, nonché per le molteplici morti avvenute sotto il suo comando.

Accanto a lui il più supponente dei Proci Antinoo, figura incarnata da Robert Pattinson, intento a conquistare il trono di Itaca, aspirando alla mano di Penelope. 

Lo specchio dei valori omerici: le voci femminili 

Intelligenza, forza e determinazione contraddistinguono le donne tanto nell’epica quanto nel film, attraverso una straordinaria Anna Hathaway nei panni di Penelope, incarnazione di fedeltà, ma allo stesso tempo di astuzia, tenacia incorruttibile e protezione nei confronti della sua Itaca e di suo figlio Telemaco (Tom Holland).  

Atena, la dea interpretata da Zendaya, che con saggezza guida Ulisse, mentre Circe (Samantha Morton), donna e maga potente capace di mettere alla prova l’eroe e poi di sostenerlo.  

«Cantami, o Nolan»

Un viaggio che merita di essere affrontato, quello di “The Odyssey di Christopher Nolan.
Vivere il film come è stato concepito dal regista sarà purtroppo un’esperienza elitaria: le sale IMAX 70mm nel mondo sono pochissime e molti spettatori dovranno per forza accontentarsi di un’esperienza parziale. In ogni caso la cosa giusta da fare è prendere un biglietto, sedersi in sala e lasciarsi trasportare da un’opera maestosa pensata per il grande schermo
 

Non è necessario interrogarsi eccessivamente sulla fedeltà del film, ma sulla capacità del cinema di dare nuova vita a un racconto che attraversa i secoli e sul modo in cui Nolan decide di raccontarlo attraverso le immagini. Perché dopo millenni, il viaggio di Ulisse continua a chiederci la stessa cosa: «Cantami, o Musa, dell’eroe dal multiforme ingegno». Oggi quella voce non arriva soltanto dalle pagine, ma prende forma sul grande schermo.

Articolo a cura di Chiara Lepore

Immagine di copertina via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons

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