“Disclosure Day”: la fantascienza che parla di noi
Per anni abbiamo guardato il cielo aspettando gli alieni. Spielberg, invece, sembra dirci che avremmo solo dovuto guardarci un po’ intorno. Con “Disclosure Day” la prospettiva si ribalta: sono già qui, tra di noi, e forse è arrivato il momento di rivelarlo.
Con “Disclosure Day”, uscito nelle sale il 10 giugno 2026, Steven Spielberg torna a confrontarsi con uno dei temi più cari al suo cinema. Ancora una volta, utilizza la fantascienza per parlare di noi: non è davvero un film sugli alieni, è solo il punto di partenza per una riflessione più ampia sull’essere umano
Il giorno della rivelazione
La pellicola si apre con una soggettiva radicale: quella di un wrestler a terra che viene schiacciato dallo stivale del suo avversario e poi, in un cambio di inquadratura, scaraventato contro le corde del ring. Un’immagine simbolica che potrebbe già farci entrare nel vivo del film: se Orwell nel suo “1984” descrive il totalitarismo come «uno stivale che calpesta il volto di un uomo», in “Disclosure day” è la realtà stessa che viene schiacciata dall’uomo, “soppressa” e occultata dalla “Wardex Corporation”, un’agenzia segreta guidata da Noah Scanlon (Colin Firth).
L’organizzazione vuole nascondere video e materiale che attesterebbero la presenza aliena sulla Terra, e il loro coinvolgimento in esperimenti e in atti violenti di tortura nei confronti di tali creature. Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto in sicurezza informatica, dopo aver rubato un dispositivo di origine extraterrestre ed essere venuto a conoscenza della verità, è intenzionato a rivelarla a tutto il mondo, innescando una corsa contro la “Wardex Corporation”, destinata a mettere in discussione l’intero destino dell’umanità.
Conoscere o proteggere: il dilemma di “Disclosure Day”
Spielberg pone un interrogativo tanto ai suoi personaggi quanto ai suoi spettatori: è giusto conoscere la verità mettendo a rischio l’equilibrio di un mondo già di per sé instabile, sull’orlo di un imminente conflitto mondiale?
L’arco narrativo sembra orientare lo spettatore verso uno dei due poli: la verità non può essere occultata, perché ogni individuo ha il diritto di conoscerla e di scegliere autonomamente come confrontarsi con essa. È questa la strada che decidono di seguire anche Margaret Fairchild (Emily Blunt) e Hugo Wakefield (Colman Domingo).
L’uomo al centro (e la sua paura di non esserlo)
Il film immagina un mondo in cui gli alieni sono presenti sulla Terra dal “Caso Roswell” del 1947, perfettamente integrati nella nostra quotidianità: nessuno sa della loro esistenza, eppure sono sempre stati tra noi.
Assume così particolare rilevanza Sister Maura (Elisabeth Marvel) che leggerebbe la presunta presenza extraterrestre attraverso lo sguardo della fede: credere in qualcosa di superiore all’uomo rende una rivoluzione del genere meno destabilizzante.
Al contrario, sono proprio gli uomini, convinti di rivestire una posizione centrale e privilegiata, quasi divina nel mondo, a reagire con violenza, trasformando ciò che non conoscono e ciò di cui hanno paura in oggetto di studio e di dominio, dimostrando l’incapacità dell’essere umano di riuscire ad accettare qualcosa che sfugga al proprio controllo.
Oltre la rivelazione
Il finale del film potrebbe lasciare qualcuno a bocca asciutta: Margaret, dopo aver mandato in onda la notizia, sta per rivelare qualcosa in più. L’alieno le ha sussurrato qualcosa, lei si posiziona davanti alla telecamera per condividerlo con il mondo, ma lo schermo diventa nero e iniziano i titoli di coda. Il senso sta tutto qui.
Gli extraterrestri hanno dotato Margaret di capacità straordinarie, dalla conoscenza di numerose lingue, compresa quella aliena, a una profonda empatia nei confronti degli altri. Ed è proprio quest’ultima la qualità che l’umanità sembra aver smarrito: la capacità di comunicare, di accettare l’altro e non temere ciò che non conosce.
Non a caso, l’ultima battuta pronunciata dalla donna prima dello schermo nero è «Ascoltate». Spielberg interrompe la rivelazione proprio nel momento in cui sta per compiersi pienamente: il messaggio più importante non è ciò che gli alieni hanno da dirci, ma la nostra disponibilità a metterci in ascolto. In un mondo dominato dal potere, dal controllo, dalla sopraffazione e dalla paura, l’empatia diventa un gesto rivoluzionario.
Articolo a cura di Chiara Lepore
Immagine di copertina via Universal Pictures Italia
