In Italia non c’è un’accoglienza adeguata per le vittime di tortura
Un nuovo report del 2026 ha messo in luce le carenze dell’Italia nell’accoglienza delle vittime di tortura a causa di lentezze burocratiche, mancanza di finanziamenti e scarsa volontà politica.
Il rapporto sulle vittime di tortura in Italia
Italiani brava gente. Almeno finché non si mette in mezzo la burocrazia, gli interessi politici e la non volontà di essere “bravi” davvero. Il rapporto di ReSST (Rete di Supporto per le persone Sopravvissute alla Tortura) “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura” mette in luce le enormi falle del sistema di accoglienza italiano, che può avere lunghi strascichi. Quegli stessi strascichi di cui poi la destra si lamenta: salute mentale precaria delle persone migranti, criminalità e disagio abitativo nelle grandi città.
In particolare, il dossier analizza il livello di attuazione, da parte dell’Italia, dell’articolo 14 della Convenzione ONU contro la tortura, che prevede di garantire alle vittime di questa pratica i mezzi necessari per una riabilitazione “la più completa possibile”, cioè una forma di riparazione finalizzata a ripristinare l’autonomia e le capacità fisiche, mentali, sociali e professionali delle vittime di tortura, favorendone il pieno reinserimento nella società.
Migrazione e tortura
L’articolo della Convenzione ONU è necessario perché i trattamenti inumani o degradanti sono divenuti ormai elementi strutturali dell’esperienza migratoria. Chi attraversa la Libia, la Tunisia o percorre la rotta balcanica è frequentemente esposto a tortura e maltrattamenti, ma anche detenzioni arbitrarie, sparizioni, abbandono nel deserto, violenze sessuali e sfruttamento da parte di attori statali e non statali, in un contesto di quasi totale impunità. Sulle donne grava inoltre un surplus di violenza, prodotto dalla combinazione di razzismo e sessismo.
Il caso della Libia è particolarmente emblematico, specialmente dopo il Memorandum Italia-Libia del 2017, accordo che è stato rinnovato due volte, nel 2022 e nel 2025, e scadrà l’anno prossimo. L’accordo prevede il sostegno alla cosiddetta Guardia Costiera libica, attraverso fondi, mezzi tecnici e addestramento. Ma, secondo Medici Senza Frontiere e altre associazioni, come Mediterranea, continuare a supportarla significa contribuire direttamente e materialmente al respingimento di uomini, donne e bambini.
Così facendo si sostiengono di fatto anche i centri di detenzione, ufficialmente definiti “di accoglienza”, dove le persone vengono sottoposte a trattamenti inumani e degradanti con abusi, torture e uccisioni. Dal 2017 al 2022, quasi 100.000 persone sono state rintracciate nel Mediterraneo dai guardacoste libici e riportati in un Paese che non può essere considerato sicuro. Arrestati, detenuti, sfruttati, spogliati di ogni diritto.
Le linee guida per le vittime di tortura
L’Italia è il paese dove giungono la maggior parte dei migranti diretti verso l’Europa. Perciò, la responsabilità del Bel Paese nell’accogliere queste persone è molto grande. Invece, una volta giunte in Italia, alle violenze pregresse si aggiungono molte criticità: la durata e la complessità delle procedure di asilo e il trattenimento ricevuto nei centri per il rimpatrio. In alcuni casi, tali condizioni possono consistere in veri e propri “ambienti torturanti”, in grado di amplificare vulnerabilità già presenti.
Non che non si sia provato a migliorare la situazione. Un tavolo tecnico interistituzionale aveva infatti elaborato delle Linee Guida che mirano a orientare il Sistema Sanitario Nazionale nella riorganizzazione dei servizi per individuare i bisogni di richiedenti asilo e rifugiati, in modo che vengano inseriti più velocemente e più correttamente in percorsi di cura e riabilitazione. Il sistema sanitario avrebbe dovuto fare da regista, in un teatro fatto di servizi sanitari, sociali, legali e di mediazione linguistico-culturale. Una politica lungimirante, che in altri Paesi europei, come la Spagna, è già in atto con buoni risultati.
Le carenze del sistema
Tuttavia, nonostante le Regioni abbiano formalmente adottato le Linee Guida, questo non è sufficiente a garantirne il rispetto. Per essere effettivamente attuato, il documento richiede un recepimento normativo da parte delle singole Regioni, oltre che misure organizzative, di finanziamento e di monitoraggio. Questo sistema è carente in quasi tutte le Regioni italiane (tranne Lazio, Toscana e Piemonte) a causa di carenze burocratiche, mancati controlli e finanziamenti.
Inoltre, nella maggior parte dei territori non esistono protocolli del Servizio Sanitario Nazionale, né strutture formalmente riconosciute con competenze specifiche nel trattamento delle patologie post-traumatiche di migranti e rifugiati. Gli interventi più efficaci in questo senso sono spesso realizzati attraverso reti informali con enti del terzo settore, oppure da parte di realtà private.
La formazione del personale
Significativa, a tal proposito, è la percezione degli operatori intervistati per la scrittura del rapporto: solo il 24,3% ritiene che i contenuti delle Linee Guida vengano regolarmente applicati, mentre la maggioranza li considera applicati raramente o per nulla. Operatori che, nei fatti, non vengono formati. Né coloro che lavorano nei centri di accoglienza, né nei servizi sanitari. Per esempio, una vittima di tortura viene riconosciuta quasi solamente per lesioni fisiche evidenti, mentre è molto raro che accada in caso di vulnerabilità non immediatamente osservabili, come quelle psicologiche.
Il mancato riconoscimento di una vittima di tortura può interferire con il percorso di integrazione nel Paese accogliente. Come si legge nel report, capita spesso che le diagnosi non siano corrette e i percorsi di cura non adeguati. Ad esempio, somatizzazioni post-traumatiche possono essere scambiate per patologie internistiche, oppure agitazioni psicomotorie post-traumatiche per scompensi psicotici. In alcuni casi, la persona sofferente può ricorrere a tentativi di “auto-cura” disfunzionali, come ad esempio l’assunzione di alcool per contrastare l’insonnia post-traumatica. Tutto ciò può compromettere, per esempio, la partecipazione a corsi di formazione linguistica e lavorativa.
Altre criticità rilevanti nel sistema di accoglienza e quindi per le persone vittime di tortura sono: la limitata continuità della presa in carico nel lungo periodo; la collocazione di minori dai 16 anni nei Centri di Accoglienza Straordinaria per adulti (che in ogni caso non supera il tempo massimo di 90 giorni); la presenza (o assenza) dei mediatori linguistico- culturali; la mancanza di personale dove invece sarebbe necessaria una equipe.
Tutto è politica
Non dobbiamo poi dimenticarci l’orientamento politico e, quindi, le azioni del governo Italiano. La destra di Giorgia Meloni, infatti, ha poco interesse nell’investire nella riabilitazione delle persone migranti vittime di tortura. Ne sono la prova le poche azioni fatte per regolamentare l’immigrazione, ovvero l’apertura (ad oggi fallimentare) dei centri in Albania, che non sono altro che carceri a cielo aperto e l’aver ostacolato l’approdo in mare delle navi di salvataggio.
Per finire, nel rapporto si legge che, qualora non migliori il sistema di accoglienza, non saranno da escludere possibili ricadute rilevanti sugli obblighi di prevenzione, protezione e riabilitazione secondo il Diritto: nazionale, europeo e internazionale. In caso si parlasse di sanzioni, sarebbero l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno in questo momento di crisi economica e sociale.
Articolo a cura di Iris Andreoni
Immagine di copertina di Eugene Nelmin via Unsplash
