“My America” di Barbara Cupisti: l’utopia del sogno americano

My America, documentario scritto e diretto da Barbara Cupisti e presentato fuori concorso al 38° Torino Film Festival: un viaggio tra le contraddizioni di quello che è ritenuto il Paese dei sogni realizzabili

my americaPresentato nella sezione fuori concorso della 38° edizione del Torino Film Festival, “My America“, documentario scritto e diretto da Barbara Cupisti, ci racconta il malessere sociale nel “Paese delle opportunità”, gli Stati Uniti d’America.

Un Paese considerato la più grande democrazia del mondo, quello dove dal nulla puoi realizzare i tuoi sogni, il sogno americano nasconde in sé contraddizioni e distanze sociali, povertà, che fanno sembrare quel sogno più un’utopia.

Lo sa bene Barbara Cupisti, che dal 2014 vive oltreoceano e ha deciso di portare alla luce quello che dai media molte volte non arriva: l’alto livello di conflitti, povertà e violenza che sono parte integrante della vita americana.

Il documentario si divide in tre capitoli,che raccontano tre aspetti importanti e contraddittori degli Stati Uniti: violenza armata, povertà, emigrazione.

L’argomento della violenza armata torna costantemente alla ribalta nelle cronache quotidiane per episodi di violenza soprattutto tra i giovani e nelle scuole americane: il massacro in una scuola di Parkland, in Florida, ha dato vita ad una associazione, Goodkids Madcity, composta proprio da giovani ragazzi che si battono per la loro sicurezza, per contrastare questa emergenza reale.

Sostenitori dell’idea che la violenza armata non si combatte introducendo altre armi, non è la soluzione armare gli insegnanti per arginare questo fenomeno. È stupefacente come, numeri alla mano, si veda che negli States ci sono più armi che persone. La Cupisti ci racconta che l’idea dell’uomo armato negli americani è radicata dal 18° secolo, ma i tempi sono cambiati e anche i Governi devono rendersene conto.

La situazione peggiore la vediamo nei quartieri neri e latini, dove un’ambulanza per arrivare impiega circa mezzora. In queste zone gruppi di ragazzi si riuniscono per sensibilizzare e educare sull’argomento i loro coetanei, insegnano come intervenire per poter salvare la vita a qualcuno ferito da arma da fuoco. Bambini il cui unico pensiero dovrebbe essere quello di giocare ad un videogioco o con le bambole, si trovano a dover imparare come fermare un’emorragia.

Ci sono quartieri di Chicago in cui sentire spari è la normalità, quartieri in cui mentre un ragazzo cade a terra, ucciso, altri bambini continuano a giocare al parco di fronte, da quanto tutto sia pane quotidiano.

La violenza in America è un fenomeno trasversale, colpisce ogni gruppo di popolazione più vulnerabile.

Un fenomeno che può essere paragonato al razzismo, al sessismo, al diritto di voto.

La Cupisti porta sullo schermo l’urlo di ragazzi che vogliono poter andare a scuola senza rischiare di essere uccisi. Di poter giocare al parco senza paura, senza che una madre abbia la paura che non rivedrà il proprio figlio a cena.

Dopo l’accaduto a Parkland, milioni di giovani di sono mobilitati, il movimento March For Our Live fa pressione sulle forze politiche per difendere il diritto alla vita, alla libertà. Come può essere il “Paese dei desideri” se l’unico desiderio di alcuni ragazzi è quello di tornare a casa vivi in una normale giornata di scuola.

Nel secondo capitolo del documentario la regista si concentra sulla promozione dello stato sociale riportando, dati alla mano, che a Los Angeles 60 mila persone dormono per strada ogni notte, proprio ad un isolato dalla ricchezza, a due passi dalla Walk of fame.

Le testimonianze raccolte raccontano come negli USA basti anche solo un mese in cui salta uno stipendio per finire per strada, una rata mancata della carta di credito o una gravidanza inaspettata.

Così si ritrova per strada anche una donna dopo aver subito abusi, costretta a dormire in macchina per un periodo lungo due mesi, prima di riuscire ad essere accolta in una casa-famiglia. Ma anche lei prima di allora non aveva mai avuto bisogno di sussidi.

Il rischio è sempre dietro l’angolo e non sono solo tossicodipendenti quelli che la Cupisti ci mostra, arrivando a toccare il cuore e l’umanità di queste persone che magari si sono ritrovate senza un tetto ma che sono consapevoli che sia solo una fase della loro vita e che prima o poi potranno riscattarsi.

I veri angeli nella Città degli Angeli sono i volti dei volontari che con programmi organizzati portano pasti e il necessario ai senza tetto, senza farli mettere in fila in quanto ritenuto disumanizzante.

Fra questi il programma “Share a meals”, che vede ogni notte decine di volontari camminare per le strade di Los Angeles e donare il proprio aiuto.

Altro focus di questo documentario è l’emigrazione e lo troviamo nel terzo e ultimo capitolo. In particolar modo l’emigrazione del Centro America. L’amministrazione Trump ha drasticamente tagliato il numero di richiedenti asilo che può entrare negli Stati Uniti e più di 5.400 bambini sono stati separati dalle proprie famiglie alla frontiera.

Sono questi i dati su cui riflettere, questi e sugli oltre 3.000 corpi trovati al confine senza vita, di cui identificati solo 2.000 e degli altri mille ancora non si sa il nome. L’86% sono maschi tra i 20 e i 30 anni, dimostrando così che il motivo maggiore per cui si cerca di entrare in America sia per lavoro.

Ed è nel deserto dove perdono la vita più persone. Persone che cercano una vita migliore o di aiutare le proprie famiglie, persone che vengono da Paesi devastati da guerriglie, Paesi poveri in cui non c’è possibilità di sopravvivere, abbandonati anche dal Governo stesso.

Sono persone che vedono nel rischiare la propria vita l’unica possibilità di sopravvivenza.

Chi fa regolarmente domanda per entrare sul suolo americano deve poi attendere in cascine poste al confine anche per mesi l’esito della richiesta. Alla base della richiesta di asilo ci deve essere un valido motivo che poi verrà valutato prima di essere accettati o rifiutati.

Ci troviamo a Nogales, Sonora, appena oltre il confine americano. Qui si trova il rifugio “La Roca”, costruito da “samaritani” per ospitare i richiedenti asilo. Ma i rifugi non sono abbastanza.

Quello che il documentario mette in evidenza è come la maggior parte degli americani non sia a conoscenza di ciò che accade in questi punti di confine, quel che leggono sui giornali o apprendono dai media non sono le reali condizioni. I migranti non sono visti come esseri umani.

E a renderli umani, una volta che nel deserto perdono la vita, ci pensa Alvaro. Un volontario dei samaritani, di origine colombiane.

Alvaro ripercorre nel deserto, con l’aiuto di altri volontari, il percorso fatto dalle vittime per apporre delle croci nei luoghi in cui i corpi sono stati ritrovati. In quei punti lasciano anche dell’acqua, sperando possa aiutare chi, malauguratamente si trovi a fare quella stessa strada, cercando salvezza.

Quel deserto è inevitabile per ogni migrante che attraversa il confine col Messico. La ricerca del sogno americano passa per quel terreno arido e pericoloso. Ma la verità è che quel sogno americano non è tale. Nonostante il Paese stesso lo sponsorizzi così, per molti si trasforma in un incubo.

My America è un documentario vero, emozionante e potente quello che ci presenta Barbara Cupisti. Crudo e reale, al punto giusto per far aprire occhi e cuore a chi pensa che in America splenda sempre il sole. A chi non guarda dietro le luci dei grandi magazzini, le vie alla moda, dietro Hollywood e i suoi attori. In America c’è molto di più di ciò che luccica, c’è chi piange lacrime di dolore nel Paese delle lontane libertà.

Giada Giancaspro

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