Ursula Von der Leyen supera la “censura”, ma non ne esce indenne

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Il Parlamento europeo ha bocciato la mozione di censura contro Ursula Von der Leyen per il “Pfizergate”. Ma la presidente della Commissione europea non ne esce indenne, benché vincitrice. L’esito del voto ha fatto emergere problemi che prima o poi questa commissione dovrà affrontare.

Lo scorso 10 luglio l’Europarlamento, con 360 voti contrari e 175 a favore e 18 astenuti, ha bocciato la mozione di sfiducia – che nel contesto parlamentare europeo viene chiamata “censura” – presentata su iniziativa del gruppo dei Conservatori e riformisti europei. Su una base di 720 europarlamentari – 167 deputati erano assenti (e anche questo è un dato) – risulta quindi che i voti a favore della mozione sono dunque di molto inferiori ai due terzi necessari per far passare la sfiducia.

A leggere i numeri è una vittoria di Ursula Von der Leyen, sì, ma proprio queste cifre danno la misura di quali possono essere i problemi interni ed esterni che la presidente della Commissione europea dovrà affrontare con urgenza, visti gli scenari in cui l’Unione è chiamata in campo.

La mozione di censura, cos’è?

La “censura” è il provvedimento con cui il Parlamento europeo esprime il proprio parere negativo sull’operato dell’Esecutivo, ossia la Commissione europea. Secondo il Regolamento europeo, per presentare la mozione serve che un decimo dei parlamentari la sottoscriva e qualora passasse tutti i membri della Commissione devono dimettersi per essere sostituiti da membri nominati dall’Europarlamento fino a scadenza naturale del mandato.

Una cosa da sottolineare è che quando si dice tutta la Commissione si deve dimettere, si intende devono dimettersi anche tutti i membri, cioè i commissari, che sono 27, con peso politico differente in base alla carica, uno per ogni Stato membro. E questo già potrebbe innescare calcoli di posizione e di rappresentanza di ogni singolo paese che poco potrebbero rispettare il sentimento comune rispetto all’operato oggettivo dell’esecutivo. Ma parliamo di dati.

Il caso Pfizer

Il primo dato è che nella discussione politica di questi giorni è passato in secondo piano il motivo per cui la mozione è stata presentata: il cosiddetto “Pfizergate”, ossia la presunta mancanza di trasparenza con cui nel 2021 la Commissione – o per meglio specificare, Von der Leyden – ha ottenuto dosi di vaccino contro il COVID-19 dall’azienda Pfizer per un equivalente di 1,8 miliardi di euro.

In sintesi, all’inizio del 2021 la società AstraZeneca, a cui la Commissione aveva ordinato i vaccini, era in forte ritardo con la consegna, tanto da rendersi necessario farle causa e trovare un altro fornitore, Pfizer, appunto. La Von der Leyen si era occupata direttamente della trattativa. Quello che allora fu definito un successo per la presidente, dopo un’inchiesta del New York Times secondo cui la trattativa si è svolta tramite chiamate e messaggi diretti tra la Von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, è diventato causa di scontro politico.

A onor di cronaca, a queste accuse Ursula Von der Leyen si è sempre ritenuta estranea, ma a relativa richiesta di accedere agli atti sensibili da parte dei quotidiani e degli organi di controllo della stessa Ue non si è mai dato seguito. Ma è anche vero che le trattative tra istituzioni e grandi fornitori industriali sono sempre stati parzialmente trasparenti, per onorare il segreto industriale.

La censura a Von der Leyen

Di qui, la mozione della censura alla Commissione che, formalmente, oggi non è la stessa del 2021. Quindi è una censura personale contro Von der Leyen. A presentare la mozione è stato il gruppo dei Conservatori e riformisti europei (ECR), con 72 sottoscrizioni, quindi precisi, in termini di legge.

Solo che molte cose sono cambiate dal 2021, soprattutto negli equilibri politici, tanto che, per puro esempio, Fratelli d’Italia, che oggi in ECR esprime il presidente, Nicola Procaccini, ma in Commissione esprime il vicepresidente con delega alla Coesione e le riforme, Raffaele Fitto non ha partecipato al voto.

Nel riequilibrio delle forze molti altri scenari sono cambiati.

Gli esiti del voto

Giovedì Von der Leyen, quindi lei personalmente non il partito o la Commissione, ha ottenuto 360 voti. Facciamo quindi un paragone personale: meno di un anno fa, al voto di riconferma alla presidenza i voti a favore erano 401. Tanto più che allora si trattava di voto segreto mentre quello di giovedì era palese.

Se i socialisti, con alti e bassi continuano a sostenere la Von der Leyen in cambio di un impegno a favore delle loro posizioni nel prossimo bilancio quadriennale, il dato che più dà la sensazione di calo di consensi è il grande numero di assenti di Sinistra europea e Verdi, che potrebbe tradursi nel messaggio “non votiamo alla mozione di destra ma il nostro consenso non è scontato”. Tra questi i Verdi sono i più scontenti. I piani europei per il riarmo e le politiche economiche per la crescita, progressivamente stanno smontando il piano sul Green Deal con cui la Von der Leyen aveva conquistato la loro speranza nel primo mandato.

E un consenso così risicato – con gli stessi voti se giovedì si fosse votato per la presidenza della Commissione Von der Leyen non sarebbe passata – non è in grado di far fronte maniera alle grandi questioni che, invece, vorrebbero un’Unione compatta e coesa: dazi statunitensi, difesa e NATO, guerra in Ucraina, e il piano di bilancio quadriennale.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Immagine di copertina via Flickr – European Parliament

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