La Polonia, l’Unione europea e la riforma della discordia

Il governo polacco è deciso a far prevalere il diritto nazionale su quello europeo: la decisione nelle prossime settimane, a rischio sanzioni multimilionarie.

Si profila un braccio di ferro senza precedenti tra Polonia e Unione europea. Varsavia, infatti, sembra voler tenere duro nel non rispettare la sentenza di Bruxelles che ordina di disapplicare ufficialmente la recente riforma del sistema di giustizia nel giro di un mese. Sarebbe la prima volta che uno Stato dell’Unione non rispetterebbe una sentenza della Commissione. Le conseguenze minacciate riguardano multe anche multimilionarie ma, secondo diversi analisti internazionali, si potrebbe anche arrivare a una clamorosa uscita dalla Ue.

Al centro della questione la riforma del sistema giudiziario voluta dagli ultraconservatori di estrema destra del PiS (Diritto e Giustizia), il partito guidato da Jaroslaw Kaczyński che nell’Ottobre 2019 ottenne la maggioranza dopo una campagna anti-immigrati e contraria ai movimenti LGBT. Tra le promesse elettorali di allora, appunto, anche la revisione del sistema giudiziario: riforma che la critica internazionale aveva da subito interpretato come un chiaro tentativo di controllo della magistratura da parte dell’esecutivo.

Dopo che la nuova legge è entrata in vigore a Gennaio, Bruxelles ha presentato diversi ricorsi facendo richiesta di misure cautelari per fermare cambiamenti che, secondo la Corte, potrebbero causare danni irreversibili al sistema giudiziario polacco e mettere a repentaglio la cooperazione tra i tribunali nazionali e quelli del resto d’Europa. Ma lo scorso 14 luglio la Corte Costituzionale polacca ha emesso un’ordinanza con la quale ritiene le misure cautelari della Corte di giustizia Ue in materia di giustizia incompatibili con l’ordinamento costituzionale del Paese e, quindi, inapplicabili. In risposta Bruxelles ha immediatamente ricordato la priorità del diritto europeo su quello nazionale: posizione che sembra non essere condivisa dal premier polacco Mateusz Morawiecki e dal suo governo, che ad Agosto dovrà riunirsi e prendere una decisione in merito.

La diatriba, quindi, è una questione di prevalenza di legge nazionale su quella europea. A questo proposito è intervenuto i giorni scorsi il vice Ministro agli Esteri, Pawel Jablonskil’Unione europea non ha competenza sul modo in cui i sistemi giudiziari sono organizzati negli Stati membri: se non ha questa competenza in Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Danimarca, non può averla neanche in Polonia. Ogni Stato membro dovrebbe essere trattato allo stesso modo”.

Quella che viene vista come un’ingerenza della Corte europea nasce dal contenuto della legge, definita non a caso “legge bavaglio” dalla maggioranza dei magistrati polacchi e dalla critica internazionale. Il governo infatti ha la facoltà di punire i giudici che ne criticano le riforme giudiziarie, che non concordino con le nomine di cariche pubbliche o che esprimano dissenso o critica sul comportamento di loro colleghi. Chi sarà ritenuto colpevole potrà essere multato, degradato di ruolo e responsabilità o addirittura licenziato. Ai magistrati, inoltre, è preclusa l’attività politica.

Una riforma che connota di autarchia il governo e mina alle radici l’autonomia della magistratura in pieno controllo dell’esecutivo. Forte era stata la dimostrazione di solidarietà alla magistratura polacca lo scorso Gennaio: 25 mila cittadini e giudici di oltre 20 paesi europei, tra cui l’Italia, avevano sfilato a Varsavia chiedendo l’abolizione della legge appena entrata in vigore.

Per il PiS al governo, non c’era stato nulla da fare come a nulla, abbiamo detto, è servita l’ordinanza della Corte di Bruxelles arrivata ad Aprile. La riforma giudiziaria, non è l’unica ragione di tensione tra Polonia e UE: il Paese è nel mirino dell’Unione anche per quanto concerne i diritti civili: la Commissione Ue ha avviato procedure di infrazione sull’uguaglianza e la tutela dei diritti fondamentali, in particolare per le comunità LGBT.

In compagnia della Polonia l’Ungheria di Viktor Orbán. Anche in questo caso si attende un’inversione di rotta: i due stati adesso hanno due mesi di tempo per rispondere e motivare le proprie posizioni in materia. In estate quindi si capirà se potrà esserci riappacificazione, almeno momentanea, o se calerà il gelo tra le istituzioni.

Sara Gullace

Immagine di copertina via youtube.com

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