Romanzo Quirinale: il gran finale

La stagione 2022 di Romanzo Quirinale è finita senza colpi di scena e la questione di genere resta irrisolta.

Tutto come prevedibile: la corsa al Quirinale finisce con il presidente della Repubblica che rimane al suo posto (e perde la caparra per il nuovo appartamento al Pinciano) e il presidente del Consiglio che deve intervenire per mettere fine all’inutile guerra di trincea e un serio problema di leadership dei partiti. Ma se c’è una cosa che dobbiamo ricavare da tutto questo è che l’uguaglianza di genere nelle istituzioni non si risolve con un “ci vorrebbe una donna a Capo dello Stato”.

Com’è andata a finire?

Sergio Mattarella è il nuovo presidente della Repubblica. Per la seconda volta consecutiva, dopo il doppio mandato di Giorgio Napolitano, i partiti non sono riusciti a trovare una soluzione alternativa al bis del capo dello Stato in carica. Mattarella è stato rieletto all’ottava votazione con 759 preferenze ed è il secondo presidente più votato della storia d’Italia dopo Sandro Pertini (832).

Con tutti i quotidiani e i canali di informazione che dedicano pagine intere a quello che è successo nel fine settimana, inutile rivangarlo qui. Potete trovare una cronistoria su “La folle notte che ha portato al Mattarella bis” su Il Foglio oppure rivivere “le 48 ore di trattative che hanno sbloccato lo stallo” sulle pagine de la Repubblica.

 

Tutto come prima? Non proprio.

Se lo scenario con un Mattarella Bis e Draghi solido al suo posto di presidente del Consiglio era ampiamente prevedibile e previsto, le conseguenze di queste scelte sono molteplici. Prima di tutto è innegabile evidenziare una crisi della leadership nei partiti. I leader dei gruppi parlamentari che appoggiano il governo dovranno fare inevitabilmente i conti con le crepe che sospetti, divisioni e veti incrociati hanno lasciato sia tra alleati sia all’interno delle singole formazioni.

Se il centro-destra è “polverizzato” come dice Giorgia Meloni e la Lega si prepara al consiglio federale, tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio si consuma lo scontro più aspro ed esplicito da quando l’ex presidente del Consiglio è a capo del Movimento 5 Stelle. Non ne esce bene neanche il Partito Democratico di Enrico Letta, che non ha saputo fare da mediatore e tenere la testa alta durante le trattative. Al margine dei giochi, Liberi e Uguali di Speranza è alle prese con la frammentazione storica della sinistra a sinistra del PD.

Chi esce da questa storia quasi indenne è sicuramente Matteo Renzi che, nel bene o nel male, si è confermato un politico solido nelle posizioni, guastafeste quando necessario e con il seguito di Italia Viva tutto sommato stabile. Giorgia Meloni, da parte sua, può vantare il rigore della sua linea intransigente che la porterà nel medio e lungo periodo a rosicchiare sempre più voti agli altri partiti del centro-destra.

Ma parlare della “resa dei conti” all’interno dei partiti o all’interno delle coalizioni è prematuro. ll governo Draghi ora “è più forte” e deve correre, senza fermarsi o cedere a tentazioni di possibili rimpasti. Ieri 31 gennaio, ad esempio, si è già tornati “in classe” per il Consiglio dei ministri numero 58. I ministri avranno guardato in faccia Mario Draghi e magari provato a fare finta che le faide interne alle loro compagini politiche siano solo screzi da ricreazione. C’è una pandemia da tenere a bada, un PNRR da implementare e una nuova legge elettorale da chiudere prima delle prossime elezioni.

Quindi per ora tutti in classe in fila per due.

Ci vorrebbe “una donna” (a caso)

In questi giorni avete sentito tante volte “ci vorrebbe una donna” oppure “è arrivato il momento di mandare una donna al Quirinale” e via dicendo. Come se il problema della crisi politica attuale e la disuguaglianza di genere in politica si sarebbe risolto eleggendo una donna come capo dello stato italiano.

Beh, non è così: la sotto rappresentanza delle donne in politica è ben radicata nel nostro Paese e provo a spiegarlo con i dati.

Secondo le analisi di OpenPolis su dati Eurostat di febbraio 2021, l’Italia è passata dal 9,9% di presenza di donne sul totale dei membri in Parlamento nel 2004, al 35,8% nel 2019. Un aumento di 25,9 punti percentuali, il più ampio in Europa. Seguono, con aumenti superiori ai 20 punti, la Francia e il Portogallo. Su questo però c’è da dire che l’Italia partiva da una delle quote più basse d’Europa nel 2004 (9,9%), superiore solo a quelle di Malta, Cipro e Ungheria.

Un’altra informazione utile da sapere è che nessun paese dell’Unione europea raggiunge la parità di genere in Parlamento: sulla base dei dati del 2019, le percentuali più alte si registrano in Svezia e Finlandia, dove rispettivamente il 47,6% e il 46,5% dei parlamentari è composto da donne.

Se, per quanto riguarda la rappresentanza di genere nei parlamenti, qualche passo in avanti è stato fatto, rimangono molte criticità sui ruoli istituzionali più importanti: ad esempio UN Women nel 2019 calcolava che su 193 Paesi solo 10 hanno una donna come capo di governo.

Ma torniamo in Italia e analizziamo il presente e gli altri ruoli chiave per la vita della Repubblica. La XVIII legislatura registra una presenza femminile del 33,9% tra i presidenti di commissione che si sono succeduti dall’inizio a oggi. Un dato nettamente superiore a quelli delle composizioni precedenti, a partire dalla XIV, dove nessuna donna è stata a capo di una commissione. Dalla XV risulta esserci un miglioramento, con una quota del 12,9% di donne in questo ruolo, che nella legislatura successiva sale al 17,4%. La XVII ha invece costituito un passo indietro, con una percentuale di donne pari al 12,1%, che nella legislatura attuale è più che raddoppiata (33,9%).

Insomma, anche qui si registra un miglioramento per il nostro Paese e a questo aggiungiamo che attualmente abbiamo una presidente del Senato (Maria Elisabetta Alberti Casellati), che è la seconda carica più alta dello Stato (dopo il Presidente della Repubblica).

Ma quante donne sono state capo dello Stato nella storia repubblicana? Zero.

E quante donne hanno ricoperto la carica di presidente del Consiglio? Anche qui: zero.

E va bene. Ma il problema non si può analizzare contando quante donne hanno ricoperto alte cariche dello Stato., ma bBisogna analizzare la questione alla radice.

Partendo dagli Enti Locali, ad esempio, dove la fotografia che fa l’ISTAT ci dice che nei Consigli regionali rinnovati nel 2020 hanno portato la quota di donne elette, in totale, al 22%, proseguendo in un percorso verso l’uguaglianza di genere molto lento, che vede aumentare di 1 solo punto percentuale l’anno la quota di consigliere. Inoltre la componente femminile nelle posizioni di vertice diminuisce al crescere dell’importanza e del peso politico dell’istituzione o dell’organizzazione. In istituzioni come la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, le diverse Autority (Privacy, Comunicazioni, Concorrenza e mercato), il corpo diplomatico, la rappresentanza femminile è ancora esigua, anche se in lenta crescita. Nel complesso di queste istituzioni, le donne che detengono posizioni apicali sono appena il 19,1% (nel 2013 erano il 12%).

Mentre alcuni leader politici in queste settimane hanno spinto per far eleggere una donna al Quirinale – da Alberti Casellati a Belloni passando per Cartabia – nessuno ha aperto bocca sulla questione e di genere sulla presidenza della Corte Costituzionale, per la quale è stato eletto Giuliano Amato.

 Insomma, tutta questa faccenda del “ci vorrebbe una donna” è stata trattata dalla politica in modo banale e quasi offensivo.

 Ma forse adesso può cambiare finalmente qualcosa… chissà. Per il momento tutto questo rumore mi ha ricordato Rino Gaetano.

 

Damiano Sabuzi Giuliani

Leggi le puntate precedenti di Romanzo Quirinale:

Romanzo Quirinale: carta vince, carta perde

Romanzo Quirinale: i nonni al servizio delle Istituzioni e l’aritmetica elementare

Romanzo Quirinale: quattordicesima serie, episodio 1

 

Immagine di copertina via quirinale.it

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