Il cigno nero dell’infelicità globale: tutti infelici nello stesso momento (con le dovute differenze)

Capire che non ci troveremo più, forse, davanti alla portata globale di un sentimento come l’infelicità ci obbliga a misurare quanto ciò che accade inciderà sulla mentalità e sulle forme sociali attuali

Eccolo, è arrivato, il più importante e imprevisto game changer che sta cambiando la vita personale e delle istituzioni di tutti i Paesi. I cigni neri sono eventi altamente improbabili con impatti rilevanti e che generano esponenzialmente ulteriori cigni neri in altri sistemi non sempre direttamente collegati.

A partire dalla crisi sanitaria in atto (e, subito dopo, dal secondo, inatteso cigno nero, la crisi economica), si arriva a cascata al terzo cigno nero: la crisi delle relazioni sociali. Sono tutti cigni neri che dipendono dal primo in modo esponenziale e che possono essere considerati grandi fattori di trasformazione sociale. Nonostante l’inaccettabilità della situazione, le nostre aspettative di una soluzione di breve periodo sono continuamente disattese.

cigno nero

Non si tratta solo di riscoprire un tempo perduto a casa, pazientando sul divano che finisca il “coprifuoco”, ma di un lockdown che può diventare preoccupante, sia a livello di isolamento psicologico che di isolamento tra i confini della cultura occidentale. Jeremy Bentham monitorava il benessere della società come “maggior benessere per il maggior numero di persone”. L’impossibilità di calcolare con metodi razionali l’impatto di un cigno nero come una pandemia, oltre a una serie esponenziale di altri cigni neri, ci indica come non cooperare non può che portare a tragedie annunciate.

Durante le crisi, è necessario agire senza aver pianificato l’effetto a lungo termine. L’industria della felicità globale non sempre ci dice che il benessere non è uno stato di natura. Per mantenerlo nel tempo sono necessari più robusti e innovativi sistemi sanitari, di impresa e familiari. L’approccio “esponenziale” della capacità di innovazione è noto soprattutto alle imprese, che ormai hanno imparato a digitalizzare dati e processi e a investire sulle competenze, soprattutto nella Shut-in economy, ovvero l’economia on-demand, ordinata e usufruita online.

Tuttavia gli impatti “esponenziali” offrono anche delle opportunità nel ridefinire gli obiettivi e le scadenze. Le soluzioni riguardano innovazioni nei meccanismi di creazione del valore che nel lungo periodo porteranno a grandi transizioni, sia per la produzione di beni e servizi che per l’umanità: sarà necessario cambiare l’attività di divulgazione delle informazioni, il sostegno a distanza alle famiglie in difficoltà, gli stili di vita, le forme di stoccaggio dell’energia.

Meno note sono le conseguenze a livello sociale. A partire dai costi del distanziamento sociale, dai costi emotivi, più nascosti ma che a lungo andare si faranno sentire. La quarantena aumenta lo stress, le dipendenze da alcool, da sostanze stupefacenti e dal gioco, oltre ad aggravare la situazione di persone già depresse o in situazioni di fragilità (donne, anziani, adolescenti) o di chi non avrà più accesso ai servizi di assistenza sociale o a percorsi terapeutici abituali. I comportamenti evitanti sono sempre stati incriminati, a partire dal bullo a scuola fino al mobbing sul lavoro, come anche l’impatto del disagio sociale sui processi mafiosi e su altre tematiche psicosociali. Non ci siamo evoluti per essere sempre felici.

Il vantaggio che ci ha paradossalmente portato l’evoluzione è l’infelicità, ovvero la percezione del rischio, che ci disincentiva a metterci in situazioni pericolose. Può essere sufficiente fare jogging in un parco per sentirsi meglio, ma servono spazi aperti come piazze dove si svolgano incontri, concerti ed eventi per definire il modo in cui le comunità interagiscono tra loro e come le decisioni condivise portino al benessere collettivo. E sicuramente non servono alla collettività le corse ai supermercati per fare scorte alimentari o peggio ancora le corse al sell-off sui mercati finanziari, ma serve affrontare i sentimenti di sfiducia, nostalgia o nervosismo e definirli come ansia collettiva che ci preparerà, forse, al prossimo e più ancora imprevedibile cigno nero.

Marta Donolo

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