Ripartire dai diritti nelle carceri è un dovere inderogabile

Quello che avviene nelle carceri italiane tradisce l’articolo 27 della nostra Costituzione. Si deve (ri)partire dagli invisibili

Quello che sta accadendo nelle carceri oggi, mentre il Paese vive settimane d’angoscia, è l’epilogo di anni e anni in cui politica e società civile hanno colpevolmente creduto di poter considerare estraneo alla comunità chi sconta una pena“. È quanto ha scritto Roberto Saviano nel suo “l’Antitaliano” pubblicato su “L’Espresso” dello scorso 16 marzo.

Le rivolte sorte il 7 marzo a seguito delle misure adottate per contenere il contagio da COVID-19 all’interno delle carceri, infatti, sono solamente la conseguenza inevitabile di una gestione ingiusta, disumana, anticostituzionale e antidemocratica dei sistemi penitenziari del nostro Paese, nonché lo specchio dell’idea malsana che parte della società ha degli stessi.

Come affermato da Aboubakar Soumahoro in “Prima gli esseri umani” sul medesimo settimanale di domenica 5 aprile, il virus si è scagliato contro un corpo sociale già vulnerabile, “egro di una miriade di infermità trascurate da anni e non curate da tempo sia dal punto di vista economico, politico, sociale, culturale che spirituale“. Il fatto, dunque, che i detenuti abbiano trovato nella violenza il solo mezzo per esprimere la propria paura, preoccupazione e senso di disagio dimostra il fallimento del sistema carcerario italiano e la sua mancata funzione rieducativa e di risocializzazione.

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ilmanifesto.it

L’articolo 27 della Costituzione italiana prevede il rispetto della dignità del carcerato e la funzione rieducativa delle carceri. È il 2014 e l’Italia viene condannata dalla Corte europea dei diritti umani per aver sottoposto a trattamento inumano e degradante il detenuto Valentino Saba, all’interno del carcere “San Sebastiano” di Sassari. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato. Più volte, infatti, il nostro Paese è stato condannato per i tempi lunghi della giustizia, per sovraffollamento, per eccesso di carcerazione preventiva e per trattamenti degradanti e contrari al senso di umanità a danno dei detenuti. Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario, si dice preoccupato “per le numerose segnalazioni di violenze e abusi che sarebbero stati perpetrati ai danni di persone detenute a noi arrivate negli ultimi giorni“.

Nei momenti successivi a quelli di attuazione delle misure per far fronte alle rivolte che hanno visto protagonisti 49 istituti penitenziari, malati oncologici e persone anziane sono stati coinvolti in pestaggi di massa che hanno provocato mascelle, braccia e setti nasali rotti. Gonnella, così, invita il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ad avviare subito delle indagini interne per dare un segnale di condanna assoluta del possibile uso della violenza nelle celle. Non solo casi recenti: si possono trovare testimonianze di persone spinte giù dalle scale da agenti penitenziari, prese a calci e pugni e dita dei piedi bruciate. E, ancora, provocazioni e insulti a sfondo razzista. Si parla di aggressioni avvenute in luoghi privi di telecamere a circuito chiuso. Il Comitato anti-tortura del Consiglio d’Europa (Cpt), nel rapporto sulla visita condotta, a marzo scorso, nelle carceri di Saluzzo, Milano Opera, Biella e Viterbo, ha riscontrato la compatibilità con i racconti dei detenuti delle descrizioni delle lesioni contenute nelle cartelle cliniche.

Nel carcere “Mammagialla” di Viterbo, inoltre, i detenuti hanno parlato della presenza della “cella liscia“, di calci e pugni in faccia e di colpi alla testa con chiavi di metallo. Ai membri della delegazione, inoltre, inizialmente è stato negato di ascoltare i detenuti, si è assistito a un’interruzione dei colloqui da parte del personale di custodia e alla registrazione dei nomi delle persone ascoltate.

Il Cpt, a questo proposito, scrive: “Numerosi prigionieri intervistati separatamente, hanno identificato alcuni ufficiali carcerari e ispettori come responsabili di numerosi episodi di presunti maltrattamenti e hanno fatto riferimento all’esistenza di un gruppo di intervento punitivo informale della polizia penitenziaria“. Nel 2019, si sono contate 800 aggressioni subite dal personale penitenziario e 53 suicidi, 41 nei primi giorni del 2020. Tra gennaio 2017 e giugno 2019, gli agenti sottoposti a procedimento disciplinare per maltrattamenti è stato pari a 11, mentre 52 sono i sottoposti a procedimento penale; il Comitato per la Prevenzione della Tortura, invece, ha richiesto l’abolizione dell’isolamento diurno.

Già nel 2013, nel decimo rapporto sulle condizioni di detenzione, Antigone denunciava come l’Italia confermasse la propria posizione agli ultimi posti in Europa per civiltà nelle carceri. Si tratta, talvolta, di celle prive di acqua calda e doccia, in cui il wc non è separato dal resto della stanza. Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non vi è l’allaccio alla rete idrica cittadina, per cui ci si serve di un pozzo semi-artesiano con un annesso impianto di potabilizzazione. Condizioni disumane che, secondo Antigone, inciderebbero fortemente sulla recidiva. Dietro le rivolte, infatti, vi è anche la richiesta da parte dei detenuti di condizioni sanitarie per proteggersi.

Se, infatti, nel mondo esterno il distanziamento sociale risulta semplice, di certo non può essere fattibile all’interno degli istituti penitenziari, sconvolti da un inaccettabile sovraffollamento. Si tratta, dunque, di casi in cui si opera al di sopra delle reali capacità, conseguenza anche di leggi che hanno portato alla risoluzione di alcune questioni attraverso il carcere invece di altre e più giuste sanzioni. A questo proposito, il Segretario di Radicali italiani, Massimiliano Iervolino, ritiene opportuna una riforma complessiva del sistema giustizia attraverso la depenalizzazione dei reati minori e la revisione dei meccanismi di custodia preventiva. Il rapporto del 2019 dell’Osservatorio sulla situazione carceraria in Europa evidenzia come il tasso di sovraffollamento in Italia sia pari al 119,8%, il più alto dell’Ue, seguito da Ungheria e Francia. Solo nel 2017, negli istituti penitenziari del Lazio si contava un sovraffollamento pari a 1015 detenuti.

Nel nostro Paese, dunque, ci sono 61.230 detenuti rispetto ai 50.931 posti disponibili. Solo a Modena, il sovraffollamento è al 152% (con 562 detenuti a fronte di 369 posti), a Foggia (dove, a seguito delle rivolte, si contano alcuni detenuti evasi) si contano 608 detenuti per 365 posti disponibili, a San Vittore 1.029 carcerati contro i 799. La regione che più soffre questo problema è la Puglia con un tasso del 159,2%. Si parla, dunque, di circa 10mila detenuti oltre la capienza massima. Nel 27,3% degli istituti visitati più di un quarto presenta celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 metri quadri a testa di superficie calpestabile. Una condizione condannata dalla Cassazione italiana come inumana, degradante e che viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Secondo il Cpt, infatti, lo spazio che ogni detenuto ha diritto di avere a disposizione in cella è di 6 metri quadri di spazio vitale in una cella singola (esclusi i sanitari) e di 4 metri quadri in una cella condivisa.

È nell’interesse generale della collettività, se si vuole, delle persone ‘per bene’, che il carcere sia gestibile, facendo uscire un numero significativo di detenuti, con esclusione delle categorie di pericolosi. Nell’interesse dell’ordine e della sicurezza pubblica. Nessuno, ovviamente, può garantire che per i detenuti che dovessero uscire vi sia ‘recidiva zero‘. Ma la situazione di quasi-coprifuoco che è in atto di fatto riduce di molto la concreta possibilità di mettere in atto quei reati predatori che più possono preoccupare“, ha dichiarato in un’intervista Edmondo Bruti, ex procuratore di Milano. Secondo lo stesso, infatti, il carcere non è impermeabile rispetto ai fattori esterni. “Se il carcere va fuori controllo, sarà di conseguenza a rischio la sicurezza pubblica“, ha aggiunto. Se da un lato c’è chi vedrebbe nella concessione degli arresti domiciliari una possibile soluzione per ridurre il rischio di contagio da COVID-19, dall’altro c’è chi pensa si tratterebbe di un cedimento dello Stato.

Amnistia o arresti domiciliari? Secondo il magistrato Carlo Mastelloni, capo della procura di Trieste, la realtà che si riscontra nelle carceri risulta essere atipica vista la compresenza di persone condannate definitivamente e persone in carcerazione preventiva. È per questo che invoca l’amnistia. Durante l’intervento al CSM, riunitosi per discutere le norme approvate dall’esecutivo che prevedono, dunque, gli arresti domiciliari per una ristretta categoria di detenuti, il magistrato Nino Di Matteo, invece, ha affermato che “questi benefici sono stati concessi all’indomani del ricatto allo Stato rappresentato dalla rivolta nelle carceri, voluta e promossa da organizzazioni criminali“. Se il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri fosse Ministro della giustizia, invece, schermerebbe le carceri ai segnali telefonici. “Non è un caso che le rivolte scoppino contemporaneamente a migliaia di chilometri di distanza. Questo avviene perché gli istituti penitenziari sono pieni di telefoni cellulari. Com’è possibile altrimenti che alle 10 del mattino scoppi una rivolta a Foggia e nello stesso tempo a Modena?“, ha dichiarato.

L’ansia generale presente all’interno delle carceri è stata confermata anche dal Garante Nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Un’ansia esplosa in modalità assolutamente non condivisibili di violenza nelle settimane scorse ma a cui bisogna porre rimedio diminuendo i numeri del carcere. “Questo ce lo chiedono non solo i detenuti ma ce lo chiedono anche le persone che lavorano all’interno di quelle istituzioni”, ha dichiarato. A questo proposito, non sono state accolte positivamente dall’opinione pubblica le argomentazioni della Corte d’Appello che, a Catanzaro, ha disposto che il boss Vincenzino Iannazzo, a capo dell’omonimo clan e già condannato in appello a 14 anni e 6 mesi di reclusione, può attendere ai domiciliari la sentenza della Cassazione.

Si tratterebbe, dunque, di un soggetto a rischio “per caratteristiche di genere (maschile), per età (65 anni), deficit immunitario da terapia cronica antirigetto per trapianto” e a causa di altre patologie. Visto, infatti, lo stato epidemico e in assenza di protocolli terapeutici validati e di vaccini, le sue condizioni sono incompatibili con il carcere. Il boss, dunque, raggiunto il suo feudo di Lamezia Terme, può avere contatti solo con i familiari conviventi, con l’obbligo di avvertire i carabinieri in caso di allontanamento per esigenze sanitarie e controllato a distanza, sempre, attraverso un braccialetto elettronico. Anche un ergastolano siracusano ha ottenuto il beneficio degli arresti domiciliari e ha, così, lasciato il carcere di Sulmona per la presenza di patologie rilevanti che avrebbero potuto aggravare lo stato di salute in caso di contagio.

Sono almeno 10mila i detenuti per cui bisognerebbe ricorrere agli arresti domiciliari, tra coloro che hanno un fine pena breve e coloro che soffrono di patologie o hanno un’età tale per cui il contagio sarebbe ineluttabile. Il 67% di loro, infatti, è affetto da almeno una patologia sanitaria. È insufficiente, però, il numero di braccialetti elettronici destinati a questa categoria. Come riportato da Antigone, infatti, secondo il decreto attuativo del “Cura-Italia”, i dispositivi dovrebbero essere 5mila, ma, effettivamente, ne sono disponibili solo 920. Così facendo, gli ultimi detenuti uscirebbero tra oltre 3 mesi. A questo proposito, Patrizio Gonnella ha dichiarato: “i detenuti con meno di due anni di pena sono circa 15mila. Se due terzi di loro oggi uscissero le condizioni sarebbero nettamente migliorate. Si tratta di persone che vanno mandate agli arresti domiciliari entro un paio di settimane e non nell’arco di mesi, con forme di controllo diverse dal braccialetto, altrimenti dal punto di vista sanitario la misura non avrebbe senso”.

Si fa altrettanto poco per arginare l’isolamento, un altro dei tanti problemi che affliggono il nostro sistema carcerario. Nel 65,6% delle carceri non è possibile, infatti, avere contatti con i propri familiari via Skype, nonostante sia un diritto previsto dalla legge. Nell’81,3% dei casi non vi è un collegamento a Internet. Per ridurre l’isolamento, Antigone ha chiesto alla direzione di ogni istituto di provvedere all’acquisto di uno smartphone ogni 100 detenuti così da consentire una telefonata o una video-chiamata quotidiana di massimo 20 minuti a ciascun detenuto, sotto il controllo di un agente di polizia penitenziaria e l’attivazione di canali di corrispondenza e-mail con i parenti autorizzati alle visite. Secondo Edmondo Bruti, infatti, è necessario consentire ai detenuti non di criminalità organizzata e nei limiti delle possibilità pratiche la possibilità di chiamate: “Consentire di mantenere i contatti con le famiglie non è solo, oggi, un gesto di umanità, ma anche un investimento sulla futura risocializzazione del detenuto“, ha aggiunto.

Tra le garanzie, ad oggi, sospese e negate ai carcerati per arginare il rischio di contagio vi è, dunque, quella della tutela della salute attraverso il blocco delle cliniche legali, attive in alcune carceri, per assistere gratuitamente le persone recluse. Il Coordinamento Nazionale delle Cliniche Legali Italiane ha chiesto, così,di intervenire al Presidente del Consiglio, al Ministro della Giustizia e al Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

D’altra parte, una realtà efficiente è il progetto che vede la collaborazione tra il Commissario straordinario di governo per l’emergenza COVID-19 e il Ministero della Giustizia (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) che, per la produzione di 400mila mascherine protettive al giorno, vede coinvolti 320 detenuti, 8 macchinari tecnologicamente avanzati e 3 stabilimenti produttivi situati in altrettante sedi penitenziarie.

Le prime 6 macchine arriveranno a metà aprile. I detenuti incaricati saranno scelti in base alle attitudini professionali personali e saranno regolarmente contrattualizzati e retribuiti. Ciascuna macchina vedrà la produzione di 50mila pezzi al giorno e comprenderà la ricezione e la preparazione del tessuto non tessuto, lo stoccaggio e la sanificazione delle mascherine. Queste saranno, in seguito, ripartite tra il personale delle carceri, i detenuti, la Protezione Civile (a cui, tra l’altro, saranno destinati 2.500 euro raccolti dai detenuti del reparto Volturno di Santa Maria Capua Vetere) e altre strutture come, ad esempio, quelle ospedaliere. “È un grande progetto industriale che nasce in un momento di particolare emergenza nazionale nel quale tutti stanno producendo il massimo sforzo per fronteggiare la diffusione del contagio da Covid-19”, ha dichiarato il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ringraziando chi vi è coinvolto.

Dare un senso al periodo di detenzione, garantire il diritto all’istruzione e al lavoro anche all’interno di un istituto penitenziario, assicurare un processo di rieducazione tale da permettere una più semplice e futura risocializzazione, guardare al carcere come parte non estranea al mondo esterno e non essergli indifferenti, non è né di destra, né di sinistra, ma civile e umano.

Giorgia Cecca

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