Manifestazione a Torino: il pericolo di esercitare un diritto
La manifestazione di Torino del 31 gennaio 2026 ha visto scontrarsi, come spesso accade, manifestanti e polizia. Il governo, i media e la politica hanno espresso solidarietà nei confronti di un poliziotto picchiato da “infiltrati”, senza menzionare le persone che hanno subito violenze dalla celere, dimostrando, volenti o nolenti, una complicità con le dinamiche oppressive del governo.
Cosa è successo alla manifestazione a Torino
“Stai attenta”, mi sento ormai dire quando decido di partecipare a una manifestazione. Esercitare un diritto non dovrebbe essere pericoloso. Eppure, nell’ultimo anno, presidi e cortei vengono circondati da decine di camionette della polizia, agenti corazzati e armati di tutto punto. Per la manifestazione dello scorso 31 gennaio a Torino c’erano posti di blocco anche alle porte della città, per schedare presunti partecipanti. O, verrebbe da dire, presunti criminali.
La manifestazione era stata organizzata per protestare, tra le altre cose, anche contro la chiusura dello storico centro sociale Askatasuna e la militarizzazione delle zone circostanti. Prima qui si poteva camminare senza il timore di essere studiati e controllati. Il corteo doveva terminare davanti all’edificio sgomberato, come è prassi quando la protesta riguarda un preciso luogo della città.
Invece, una volta arrivato davanti al centro sociale, il corteo è stato colpito da decine di lacrimogeni ad altezza persona. I lacrimogeni, ricordiamolo, sono armi. Creano forte irritazione agli occhi e alla gola e possono ferire. A Bologna, durante una manifestazione per la Palestina a ottobre 2025, una ragazza ha rischiato di perdere un occhio a causa di un lacrimogeno. Nello stesso giorno a Torino un ragazzo è stato colpito alla testa da un lacrimogeno. Dopodiché è stato caricato dalla polizia mentre era ancora in terra ferito, disarmato, non addestrato e sicuramente non difeso dallo Stato. E ci sono i video che lo dimostrano.
Da allora, quel ragazzo si è ripromesso di filmare le violenze della polizia sulle persone che manifestano. È suo il video, circolato molto sui social, del corteo del 31 gennaio a Torino, video che riprende la polizia infierire su un ragazzo mentre è a terra. Dopo i lacrimogeni, infatti, sono iniziati i cosiddetti “scontri”.
Manifestazione a Torino: la violenza contro la polizia
Tra tutti i video, però, quello che ha avuto maggiore diffusione è quello che riprende un carabiniere a terra, circondato da alcuni ragazzi che lo picchiano a calci e colpi di martello nella parte inferiore del corpo. Sicuramente non un bel vedere. Il preludio di questi eventi, però, non è stato ripreso.
Alcune persone presenti affermano che quello stesso agente aveva poco prima caricato e pestato altrettanto brutalmente chi continuava a voler manifestare nonostante il tentativo di dispersione. Non è difficile credere a questa versione, dato che un altro video riprende due poliziotti circondare, malmenare e manganellare un fotografo, mentre cercava di dire loro che era lì per lavoro, senza essere ascoltato. Un altro video mostra il viso sanguinante di un uomo sessantenne abbandonato in mezzo alla strada. La stessa persona ha poi dichiarato di aver manifestato in maniera del tutto pacifica.
In generale, molte delle persone che hanno partecipato a questo corteo e a quelli passati, interpretano le azioni infuocate e talvolta violente dei manifestanti come il frutto di una tensione creata dalla massiva e intimidatoria presenza delle forze dell’ordine. Una presenza che sembra voler ricordare a chi si trova lì di essere un potenziale fuorilegge e non un individuo che esercita il proprio diritto, sacrosanto in una democrazia, di dissentire con il governo in carica.
Gli “infiltrati” alla manifestazione a Torino
Altre persone, invece, compresi i grandi media e quasi tutta la politica, hanno parlato di violenza ingiustificata perpetrata da infiltrati, black bloc, antagonisti. Certo, chi era presente ha potuto chiaramente individuare l’arrivo nel corteo di persone incappucciate, ben distinguibili per aspetto e intenzioni. Scegliere però di declassare un fenomeno di violenza verso la polizia come “eccezione”, “fanatismo”, “estremismo”, significa restare sulla superficie, non vedere cosa c’è dietro, e ciò che è causa di quella frustrazione. È un po’ come chiamare “mostri” gli uomini che picchiano o ammazzano una donna, senza riconoscerne la natura sistemica.
Eppure, anche esponenti di sinistra hanno sentito l’urgenza di liquidare il tutto con un post di solidarietà nei confronti dell’agente picchiato e di distacco dall’ “infiltrato”. Legittimo, ma non se quella stessa solidarietà viene a mancare per le persone picchiate dagli agenti. Le quali, davanti a chi ha potere, diventano vittime di serie B. Lo stato chiama legge la propria violenza e crimine quella dell’individuo, ha scritto il filosofo Max Stirner, nella pur controversa opera “L’unico e la sua proprietà” del 1844.
Un problema più profondo
Fermo restando che la violenza è sempre violenza e va condannata (davvero è necessario ripeterlo?), è anche vero che questa è sintomo di un problema più profondo. Chi non ne indaga le cause lo fa, da un lato, per la comodità, anche ingenua, di credere all’esistenza del bianco e del nero, della purezza della propria parte e della presenza di un nemico esterno a sé, solitamente propagandata dal populismo politico.
È difficile scomodarsi, mettersi in discussione, riconoscere un problema insito nella propria realtà, magari nel governo che si è votato. Ancor più difficile è immedesimarsi in altre persone, solitamente meno privilegiate, che vivono questo problema più da vicino. Riconoscere di far tutti e tutte parte di un sistema e di avere il potere di cambiarlo, implicherebbe il dover scendere in piazza, a proprio rischio e pericolo, pena il sentirsi codardi e inetti a fronte di eroi che invece ci vanno, a protestare.
Dall’altro lato, la maggiore e determinante responsabilità della creazione di vittime di serie A (eroi che difendono la patria) e di serie B (infiltrati violenti) è quella del governo. Questo perché la causa di quelle stesse violenze è il governo stesso.
La centralizzazione del potere
“Perché Askatasuna è stato sgomberato se da anni va avanti un processo di legalizzazione? Perché non si è permesso al corteo di ieri di arrivare davanti all’edificio e si è deciso di caricarlo e spezzarlo? E perché in Italia chi dovrebbe avere come obiettivo il mantenimento dell’ordine pubblico crea i presupposti perché questo non avvenga?”. Queste le domande sorte a Cronache Ribelli, editore indipendente che dà voce alle persone oppresse. Si è espresso in merito anche Cosmo, musicista e organizzatore di eventi nell’area di Torino. “Davvero qualcuno pensa che sgomberando i centri sociali e militarizzando i quartieri le acque si calmino? Davvero nessuno si aspettava l’escalation o una radicalizzazione?”.
La risposta è sì, il nostro governo di estrema destra lo sapeva. Il suo fine è infatti quello di centralizzare il proprio potere. Lo stiamo vedendo con il referendum sulla giustizia (qui l’articolo scritto dal collega Francesco Dicuonzo), lo abbiamo visto con la proposta del presidenzialismo, il monopolio contenutistico della rete televisiva nazionale, la rara partecipazione della presidente Giorgia Meloni alle rassegne stampa, il silenzio assordante sul caso Paragon, per cui giornalisti e giornaliste di “opposizione” venivano spiati/e con uno spyware israeliano, e, in generale, l’intimidazione ai giornalisti.
Il 4 febbraio, tre giorni dopo gli eventi di Torino, Luigi Mastrodonato, giornalista di Internazionale, si è recato davanti all’Askatasuna per scrivere un reportage. Su Instagram ha dichiarato che, mentre lavorava, è stato filmato illegalmente da poliziotti in borghese che circondavano il centro. “Da giornalista che si occupa di diritti umani e abusi di potere, lavorare in un clima intimidatorio di questo tipo in Italia è assurdo”, ha dichiarato il reporter. Infine, ovviamente, il governo non nasconde di ammirare figure pseudo dittatoriali come Orbán, Erdogan e Trump.
Armi di distrazione di massa
Per nascondere questo intento, il governo attua la strategia del capro espiatorio. La colpa dei problemi delle cittadine e dei cittadini sono le persone migranti, i transessuali, i “maranza”, talvolta “i giovani” e adesso gli “infiltrati”.
Chiude poi i luoghi di ritrovo popolari, come i centri sociali autogestiti. Questi ultimi sono spazi pubblici il cui scopo non è il guadagno, bensì l’accoglienza e la promozione della cittadinanza attiva. Solitamente, i centri sociali hanno una visione della società alternativa a quella del governo attuale, il quale esalta l’individualismo, la competizione, la legge del più forte, il pensiero unico. Askatasuna, per esempio, organizzava eventi culturali, musicali, di informazione e contro-informazione. Offriva servizi a basso costo o gratuiti come intrattenimento per bambine e bambini, pranzi e cene sociali a prezzi accessibili (proprio a ridosso dello sgombero era stata organizzata una “polentata” di Natale) e workshop artistici nel laboratorio, il “Lab47”.
“Non si contano le iniziative di questi anni – si legge in un post del centro sociale appena dopo lo sgombero – né contiamo quelle che il futuro prossimo ci avrebbe riservato. Workshop popolari, muri dipinti in città, esposizioni da decine di artisti, dibattiti, processi condivisi. […] domeniche passate in via Balbo a dipingere i muri con bambini e adulti del quartiere. Il Lab47 era una serigrafia, una stamperia, una camera oscura, un laboratorio creativo popolare che è stato attraversato sempre da infinite mani, pennelli, teste. Ma sopratutto era ed è una comunità. Gli spazi interni all’edificio sono in fase di distruzione e muratura, compresi gli strumenti, i materiali, le attrezzature costruite in questi anni, a riprova della meschinità di chi cerca di cancellare le esperienze collettive e restituire l’ennesimo edificio all’abbandono e al deserto, devastando, per altro, tutto ciò che vi era all’interno”.
L’ecosistema dei centri sociali
All’interno di Askatasuna c’era un ecosistema, non era un monolite senza colori e sfaccettature, assolutistico e accentratore. La missione dei centri sociali, infatti, è quella di restituire quello spazio al popolo e lasciare che chiunque possa esprimersi, a patto di lasciare esprimere l’altro. Perciò sono realtà complesse, poiché, per la loro accessibilità, vi transitano diverse individualità, oppresse e non, marginalizzate e non, attiviste e non, benestanti e non, giovani e non, istruite e non. Ed è qui che nasce il confronto, specialmente tra chi e con chi in altri spazi non ha voce.
Un po’ come era successo tra gli operai delle fabbriche ottocentesche. Lo stare insieme li ha incoraggiati a parlare e a condividere gioie ma sopratutto dolori. Così, hanno capito che non erano soli, e si sono fatti forza per chiedere una vita migliore. Nei centri sociali ci si organizza per chiedere salari dignitosi, posti di lavoro, interventi sociali e urbani, e per ripetere a gran voce che è più bello se la città è di chi la vive e non di chi la controlla con la forza. Come ha scritto un abitante di Torino su Instagram, “senza spazi così, la resistenza diventa un hashtag”. Affermare che questi spazi siano covi di violenza, significa non averli frequentati nemmeno un giorno della propria vita.
Il DDL sicurezza colpisce le manifestazioni
Il disegno del DDL sicurezza è un altro sintomo della repressione governativa. È servito a creare un immaginario di violenza urbana e degrado talvolta esagerata, talvolta reale ma non approfondita e, quindi, non affrontata nella maniera corretta. È servito a insinuare nelle persone la paura verso il diverso e l’emarginato. Con questi pretesti, ad essere colpite sarebbero invece le manifestazioni e i cortei. La polizia, invece, avrebbe uno scudo penale che le permetterebbe di compiere i peggiori atti di violenza impunemente. Anzi, lo fa già.
Però, il nome del poliziotto che ha manganellato il ragazzo o di quello che ha riempito di sangue la faccia di un sessantenne disarmato non è stato divulgato. E, forse, mai si saprà. Quello dei manifestanti che hanno picchiato un poliziotto, invece, sì, anche su giornali “di sinistra”. Esporre questi nomi, significa riversare tutta la responsabilità su di loro, e non sullo stato e su chi lo governa.
Manifestazione di Torino: un rimpallo di responsabilità
Qualcuno dice che anche la polizia sia vittima inconsapevole del sistema. Altri, invece, l’accusa di essere traditori di classe. In ogni caso, la maggiore responsabilità è del vertice, di chi ha più potere, cioè lo Stato. E, quindi, la presidente del Consiglio dei ministri che lo guida. Come ha scritto Cosmo, “la visita di Meloni al poliziotto in ospedale significa grazie per le botte che hai preso, sono ciò di cui avevamo bisogno per la nostra narrazione”. Una narrazione vile, che vede la violenza arrivare sempre e soltanto dal basso.
La rivista Scomodo ha pubblicato un post dal titolo “La guerra agli spazi sociali, mattoni della democrazia, non l’abbiamo iniziata noi”. Un rimpallo di responsabilità, insomma, in cui però è chiara la disparità di potere delle due parti. Sarebbe come dire che un litigio tra un bambino di sei anni e un adulto di quaranta sia colpa del bambino. La verità non basta, bisogna considerare chi la racconta, il suo ruolo e a chi serve. In questo caso, la verità che ci è trasmessa è che l’incolumità di chi ha potere vale di più di quella del popolo. E quindi chiediamoci: a chi serve?
Articolo a cura di Iris Andreoni
