Il Cile rifiuta senza mezzi termini la nuova Costituzione 

Un’ampia maggioranza di cileni ha scelto di bocciare il testo al referendum, ma il processo costituente non si ferma.

Il Cile ha detto “No alla nuova Costituzione. L’entità della sconfitta ha avuto dimensioni epiche: 62% per il “No” contro il 38% per il “Sì” , scrive il quotidiano spagnolo El País. Le previsioni più pessimistiche non avevano indovinato questa disfatta. Il risultato rappresenta un colpo molto duro per il Governo di Gabriel Boric, che aveva puntato tutto sulla vittoria del “Sì”. Questa stessa notte (domenica notte, ndt), in un messaggio letto da “La Moneda”, il presidente ha annunciato la convocazione per questo lunedì delle massime autorità del parlamento “per procedere il più velocemente possibile con un nuovo processo costituente”. Ha anche annunciato ”rapide modifiche alle nostre squadre di Governo, per affrontare questo nuovo periodo con rinnovata energia”.

Il trionfo del “No” è stato schiacciante. Ha vinto con ampio margine in tutte le regioni del paese, anche nella capitale, con il 55% dei voti in un baluardo che era stato determinante per la vittoria di Gabriel Boric nel ballottaggio dello scorso novembre. Con 7,8 milioni di voti, è stata l’opzione elettorale più votata nella storia del Cile, un record  caratterizzato dal debutto del voto obbligatorio e l’iscrizione automatica (nei registri elettorali). La scorsa domenica è uscito di casa per andare a votare l’85% degli elettori cileni.

Inizia ora una nuova tappa, con un Esecutivo obbligato a mantenere vivo il processo costituente ma molto indebolito per imporre le proprie idee e anche l’agenda. La destra e buona parte del centro-sinistra hanno convinto la società che un’assemblea costituente dominata dalla sinistra ha generato “un cattivo testo”. Il presidente ha preso immediatamente atto della sconfitta e ha promesso di “costruire insieme al Congresso e alla società civile un nuovo percorso costituente”. “Ricevo questo messaggio e lo faccio mio, bisogna ascoltare la voce del popolo”, ha dichiarato.

Quella stessa voce chiede modifiche al Gabinetto, necessarie per dare ossigeno a un’amministrazione che dopo meno di 6 mesi a La Moneda ha preso una bella bastonata. Boric ha promesso “nuova energia”, il che implica l’uscita di scena di ministri di sua massima fiducia ma molto compromessi. Con ogni probabilità cambierà due dei suoi compagni di viaggio e parte della nuova generazione di sinistra che ha nominato col suo primo anello del potere: Izkia Siches, la prima donna agli Interni, e Giorgio Jackson, suo ministro alla Segreteria Generale della Presidenza, responsabile delle relazioni con il Congresso.

Un’inadeguata risposta alle proteste  

La nuova Costituzione è stata la soluzione istituzionale che la classe politica ha offerto al Cile dopo le rivolte popolari del 2019 per canalizzare il malessere. Solo tre anni dopo, la gente ha dichiarato che non è stato sufficiente. Il clima di agitazione seguito alle proteste ha dato al nuovo testo un profilo di cambiamenti radicali, con accento su parità di genere, ecologia e riconoscimento delle popolazioni indigene. La fiamma si è spenta poco a poco man mano che la Convenzione perdeva la fiducia dei cileni e cresceva il timore di coloro che vedevano minacciato lo status quo. La convinzione che la Costituzione attuale, redatta tra quattro mura durante la dittatura di Augusto Pinochet, debba essere sepolta è però sopravvissuta al processo.

I settori moderati della destra e della sinistra, che hanno trionfato al referendum, dovranno ora rispettare la decisione popolare del plebiscito di ottobre 2020, quando il 78% delle persone ha votato per cambiare l’attuale Costituzione. Ma porranno le proprie condizioni. La portata del No dà loro potere per imporre le proprie idee. Potranno mettere in discussione i passaggi più divisivi del testo bocciato, come la dichiarazione del Cile come Stato plurinazionale o l’eliminazione del Senato. Non avranno molto tempo. Le istanze che avevano dato impulso al processo costituente come soluzione alla crisi sono ancora lì, e con loro la minaccia di nuove rivolte.

La convocazione da parte di Boric ipotizza di riunire le forze politiche e popolari che hanno sostenuto il “No” al testo costituzionale messo sotto esame domenica scorsa. “Va messo in chiaro che questo non è un trionfo per la destra, come sembra oggi, una volta saputo della vittoria”, dice Octavio Avendaño, accademico dell’Università del Cile. “Questa tendenza a favore del No è stata ampia perché è stata trasversale. La bocciatura è venuta da gruppi di centro e centro-sinistra, che hanno avuto da ridire su come si stava comportando l’assemblea costituente. Sono gruppi che mettevano in guardia dai rischi dell’eliminazione del Senato o della portata di un testo con molti punti di debolezza. Tutti avevano delle critiche e questo ha giocato a sfavore della promozione del nuovo testo”, spiega.

Tra i detrattori ci sono stati importanti esponenti del centro-sinistra, alcuni dei quali erano stati anche punti di riferimento della transizione democratica iniziata nel 1990. Anche se si è ben guardato dal chiarire come ha votato, l’ex presidente Ricardo Lagos (2000-2006) sin dall’inizio del processo referendario ha messo in guardia che il testo emanato dalla Convenzione non era servito al proposito di “unire i cileni”. “C’è un clima di ostilità verso questo processo e questo non va bene in una società civile. Domani (lunedì, ndt) inizia un nuovo dibattito costituzionale“, ha detto dopo aver votato nella capitale.

Al dibattito parteciperanno tutti gli schieramenti politici, almeno quelli che si trovano lontano dagli estremi. L’ex presidente della destra Sebastián Piñera ha anticipato che le forze che rappresenta “si impegnano per una buona Costituzione”. Ha chiesto modifiche anche l’ex presidente democristiano Eduardo Frei (1994-2000), uno degli eredi della Coalizione che ha votato per il No. “Questo lunedì* si apre una nuova tappa. Tutti gli attori politici e sociali hanno detto che bisogna trovare il modo, perché questa nuova Costituzione non è sufficiente per tutti i cileni e le cilene. Tutti vogliono una Costituzione che sia per tutti”.

Solo la socialista Michelle Bachelet, presidente per due mandati, ha sostenuto apertamente il “Sì”. Tuttavia, si è mantenuta sulla linea del consenso e sulla necessità di modifiche. “È importante che si comprenda che ci sono elementi su cui non è possibile fare marcia indietro, come l’uguaglianza, la partecipazione, l’ambiente, i diritti di tutte e tutti”, ha detto da Ginevra, dove ha ancora risiede come ex funzionaria dell’ONU. 

Un testo per le maggioranze

La discussione è ora sulla forma che prenderà questo testo integrativo che la maggioranza reclama. Persa la scommessa su un’assemblea costituente guidata dalla sinistra e da cittadini indipendenti dei più vari, il processo torna “in mano alla politica tradizionale”, dice Juan Pardo, direttore del centro studi dell’agenzia di consulenza Feedback “e lì le posizioni sono bilanciate“. “Chiaramente ci sarà un ritorno al consenso centrista”, spiega. Boric aveva anticipato di aver consultato alcuni costituzionalisti “per dare continuità al processo nel caso di vittoria dell’altra opzione”, ovvero, il No. 

Con aspetti importanti come la definizione di uno Stato sociale e democratico e l’introduzione di nuovi diritti economici e sociali, la proposta assicurava l’uguaglianza tra uomini e donne in diversi ambiti e aveva un pronunciato accento ecologista. Conteneva però elementi che hanno diviso la società cilena.

Secondo l’ultimo sondaggio Feedback condotto a metà luglio, due sono le questioni di massima importanza per le quali non hanno appoggiato il testo redatto dalla Convenzione costituente: l’idea che ”non tutti saranno uguali davanti alla legge” (39%) – i cileni e i popoli indigeni – e la premessa che “un Cile plurinazionale corre il rischio di dividersi” (31%). Secondo lo stesso sondaggio, la terza questione che preoccupava quelli del No era che “non si potrà scegliere liberamente il sistema sanitario”, ma questa opzione si collocava molto più in basso delle altre due (10%). I diritti degli indigeni, in un paese in cui il 13% si riconosce tale, è stato uno dei temi che sono stati discussi con maggior forza sia nella redazione della nuova Costituzione sia nel periodo della campagna.

Tuttavia non è ancora chiaro se ci sarà un’altra votazione per scegliere la procedura o se si convocherà direttamente una nuova assemblea costituente. Le regole di elezione di questo organismo non saranno le stesse del precedente processo, né nel numero (155 membri costituenti), né nella durata (la Convenzione ha lavorato da luglio 2021 a luglio 2022), né nella composizione. Sicuramente i 17 posti riservati ai popoli indigeni e la facilità di accesso dei membri indipendenti fuori dai partiti saranno messi in discussione, sebbene ci dovrebbe essere maggiore accordo sul mantenere la parità tra uomini e donne.

Con il trionfo del No ha vinto la moderazione. La campagna di opposizione al progetto della nuova Costituzione elaborato dalla costituente ha contato sul lavoro di gruppi di centro-sinistra che si sono organizzati ai margini delle strutture di partito, dei partiti della destra storica che hanno ceduto protagonismo alla società civile, ma, soprattutto, di grandi masse di elettori che non si identificano con i gruppi politici. In ogni caso, il plebiscito di questa domenica è stato per il Cile più l’inizio che la fine di un lungo percorso. 

Traduzione di Valentina Cicinelli via elpais.com

*articolo di lunedì 5 settembre

Immagine di copertina via Flickr

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