Venezuela, si torna al chavismo?

Si è insediata l’Assemblea Nazionale, di nuovo in mano a Maduro dopo la vittoria di Dicembre. Ma Guaidó, anche se isolato, non rinuncia alla sua, simbolica, presidenza

La crisi venezuelana non è mai stata tanto acuta. Crisi istituzionale, crisi politica, economica e, chiaramente, sanitaria. Emblema di questa emergenza socio-politica è la compresenza di due figure che assurgono a Presidente: Nicolás Maduro, erede di Chavez eletto nel 2013 e nel 2018, e Juan Guaidó, autoproclamatosi Presidente ad interim nel 2019 in seguito alla contestazione da parte dell’opposizione delle modalità di elezione del rivale e, di conseguenza, dei risultati elettorali.

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Fonte immagine: Wired.it

Per autoproclamarsi Guaidó era ricorso alla Costituzione secondo cui il Presidente dell’Assemblea Nazionale può diventare Presidente ad Interim nel caso le elezioni presidenziali non siano regolamentari. Dal 2015, a capo dell’Assemblea Nazionale era lo stesso Guaidó, ed ecco, così, che diventava Presidente ad Interim.

L’autoproclamazione, all’epoca, era stata ampiamente riconosciuta a livello internazionale: Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e diverse nazioni dell’America Latina avevano infatti dichiarato il proprio sostegno a favore di Guaidó. Nicolás Maduro, tuttavia, non ha accolto favorevolmente l’iniziativa di Guaidó e, rimanendo a capo dell’esecutivo, ha definito un nuovo organismo: l’Assemblea Costituente, parallela alla già presente Assemblea Nazionale. Un bel dualismo, fortemente ideologico, dal quale si fatica ad uscire.

Guaidó avrebbe voluto conquistare l’appoggio dell’Esercito, del potere giudiziario e delle autorità elettorali, ancora a sostegno del chavismo, mail suo obiettivo è sfumato. Nonostante l’impronta delle politiche di Maduro rimanga fortemente autoritaria quando non prevaricatrice, il suo oppositore ha finito per perdere consensi. Le accuse di coinvolgimento di diverse figure dell’opposizione nello scandalo per corruzione della compagnia petrolifera statale, la PDVSA, hanno fatto il resto. E così, l’opposizione ha finito per sfaldarsi.

È in questo quadro che al finire dell’anno il chavismo ha fatto un balzo in avanti. Con dei “ma”. Lo scorso 6 Dicembre il Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv) di Maduro ha vinto le elezioni parlamentari con il 67,6% delle preferenze. Alianza Democratica, la coalizione dei partiti di opposizione al governo di Maduro, ha ottenuto circa il 18% dei voti, Venezuela Unita, poco più del 4% e il Partito Comunista de Venezuela il 2,73%. Con questa vittoria il chavismo torna a controllare anche l’Assemblea Nazionale con 253 seggi su 277.

Dicevamo: passo avanti con dei “ma”. L’astensione è stata da record: circa il 70%, poco più di 5,2 milioni di elettori sugli oltre 20,7 milioni degli aventi diritto. L’astensione è stata promossa dallo stesso Guaidó a fronte di elezioni che, a detta dell’opposizione, non sarebbero state né eque né libere. Per questa ragione Unione Europea e Stati Uniti hanno­­ annunciato che non ne avrebbero riconosciuto la validità per mancanza di pluralismo. Ma l’UE non riconosce più neanche Guaidó come Presidente ad interim.

Ma il leader dell’opposizione non molla: “Maduro, siamo ancora in piedi. La dittatura pensava che avremmo abbandonato il Paese e invece siamo qui, a difendere il Parlamento, per la Repubblica” – così si è espresso prima di confermare la continuità della sua posizione nell’Assemblea, giusto mentre si insediava il chavismo in parlamento. Una continuità che, a questo punto, è meramente simbolica.

Molto dura la posizione del nuovo Presidente, Jorge Rodríguez, espressa subito dopo l’insediamento: “Ci sarà riconciliazione, sì, ma senza amnesie. Ci sarà perdono ma senza dimenticare. Ci sono crimini che non si possono dimenticare né perdonare”. Anche se la prospettiva sarà quella di un “dialogo nazionale per sanare le profonde divisioni tra i sostenitori di Maduro ed i suoi detrattori”.

Martedì scorso, il 5 Gennaio, l’insediamento: Rodríguez, fino a Ottobre ministro delle comunicazioni, come abbiamo detto, sarà il Capo di Stato. I due vice sono Iris Varela, una delle figure più radicali del chavismo, fino ad oggi ministra degli affari penitenziari, e Didalco Bolívar, un politico veterano, governatore dello Stato di Aragua negli anni ’90, vicino a Maduro e padre del leader dell’opposizione del partito Volontà Popolare, Manuela Bolívar. Se non ci saranno colpi di scena, o golpes, è il caso di dirlo, seguirà in carica fino al 2026.

Quale sarà il prossimo passo di Juan Guaidó? Ha forte bisogno dell’appoggio internazionale: Donald Trump era un suo sostenitore, ora bisognerà vedere cosa si farà al di là del golfo del Messico.

Sara Gullace

Immagine di copertina via twitter.com/giornaleradiofm

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