IA e musica: quando un algoritmo è in testa alle classifiche

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L’Intelligenza Artificiale è in grado di creare musica autonomamente. “Impara” soprattutto da quella già presenti in commercio. In gioco ci sono contratti miliardari, tra aziende IA e case discografiche, ma la questione riguarda anche etica, diritti sul lavoro e danni ambientali

Il mondo sta cambiando a causa dell’Intelligenza Artificiale. E con esso tutti i piccoli micro mondi che fino a pochissimo tempo fa hanno vissuto grazie alla creatività umana. La musica è uno di questi. Un’inchiesta della rivista statunitense The Atlantic sul tema IA nella musica, ha rivelato la presenza di enormi database di canzoni che vengono date in pasto ai software IA affinché imparino a generare nuovi brani di successo.

Questi software, proprio come quelli che generano testi – ChatGPT, Claude, etc. – ogni giorno “ascoltano” migliaia di brani, soprattutto quelli più famosi o fruiti, così da imparare quali siano le sonorità che funzionano meglio per il grande pubblico. Grazie a questo meccanismo, i software IA sono in grado di generare canzoni che nulla hanno da invidiare a quelle più di tendenza, capaci di generare enormi visualizzazioni e ingenti guadagni.

I successi dell’IA nella musica

Il fenomeno non è nuovo. Nel 2025, il brano ‘Walk My Walk’ di Breaking Rust, un artista interamente generato dall’AI, ha conquistato il primo posto nella classifica Country Digital Song Sales di Billboard USA, la più celebre rivista musicale al livello globale. La canzone ha registrato oltre tre milioni di stream su Spotify in meno di un mese. The Velvet Sundown, gruppo rock generato dalla IA,  solo nella prima metà del 2025 ha pubblicato una vasta discografia, accumulando centinaia di migliaia di ascolti mensili.

I database per addestrare la IA

The Atlantic ha scoperto la presenza di quattro dataset contenenti circa 21,2 milioni di brani utilizzati per l’addestramento dei modelli IA. Il più grande archivio singolo contiene 12 milioni di canzoni, mentre un altro ne contiene 9 milioni. La rivista ha anche fornito informazioni sui nomi delle canzoni, tra cui troviamo quelle di Taylor Swift, Bad Bunny, Billie Eilish, ma anche dei Nirvana e dei Beatles. Neanche a dirsi, si tratta dei brani che monetizzano di più a livello globale.

Il problema di questi dataset sta tutto nella presunta violazione del copyright. Non solo per il fatto che chi gestisce le aziende IA potrebbe non aver comprato legalmente i brani, hackerandoli. Il punto sta nell’utilizzo di queste canzoni. I termini di utilizzo attuali, infatti, prevedono che i brani vengano solamente “ascoltati”, mentre il processo di addestramento richiede dei passaggi molto più complessi.

Il sistema IA ricava una radiografia di milioni di canzoni di successo, cioè descrive numericamente come sono fatti i suoni e come si muovono nel tempo frequenze, ritmo, armonia e timbro. Dopodiché, dalle milioni di radiografie estrae una “regolarità”: quale accordo è solito seguire un altro, come sono costruiti i ritornelli, cosa rende riconoscibile un genere. Questo tipo di utilizzo, quindi, non è un semplice “ascolto”, ma qualcosa di più elaborato e mai visto prima.

Si tratta di un problema simile a quello in cui si erano imbattuti i fondatori di Spotify. Lo streaming online dei prodotti audio non era previsto nei termini di utilizzo delle case discografiche, le quali, all’inizio, lo hanno contrastato. Poco dopo, però, le stesse case discografiche si sono accorte del potenziale commerciale di Spotify. Così, tutto è cambiato, anche a livello normativo. Lo streaming diventava legale e, soprattutto, artisti e case discografiche hanno iniziato a guadagnare dalle riproduzioni streaming delle loro canzoni.

Accordi tra case discografiche e IA

Oggi anche l’avvento della IA potrebbe creare un cambiamento di simile portata, anche se con risvolti etici differenti. Le tre grandi case discografiche Universal Music Group, Sony Music Entertainment e Warner Music Group avevano inizialmente denunciato le piattaforme di Intelligenza Aritficiale, Suno e Udio, proprio per l’utilizzo dei loro brani fuori dalle condizioni legali.

Avendone poi capito il potenziale, però, Universal e Warner hanno deciso di firmare con le due piattaforme IA un accordo commerciale, dando di fatto loro il permesso di utilizzare i loro brani. I termini dell’accordo non sono ancora ufficiali, ma può essere che le due case ora potrebbero incassare i diritti di licenza sulle loro opere “studiate” dall’intelligenza artificiale, ricevendo anche quote di partecipazione in Suno e Udio. L’azienda Sony, invece, è ancora in causa, senza scendere, per il momento, a patti.

Le lacune nella legislazione

Per tutti gli altri brani le software house rischiano di dover pagare una penale per utilizzo improprio, anche se non è scontato. Infatti, la legge non è ancora aggiornata in merito, né esiste alcun precedente. I tribunali dovranno decidere, non senza difficoltà, se questa ingestione di massa si qualifichi come uso trasformativo, uso improprio di materiale audio o come pirateria.

Le aziende di intelligenza artificiale generativa si appellano in loro difesa al principio del “fair use” (uso lecito). Secondo loro, addestrare i modelli su contenuti multimediali esistenti non danneggia il mercato di origine. Inoltre, sostengono che non ci sia alcun male ad addestrare una IA, perché sarebbe come insegnare a un essere umano a fare musica grazie all’ascolto di altri brani.

In merito a questo, è lecito affermare che i casi sono diversi: una persona non “stampa” copie di altra musica in modo permanente, al massimo la ricorda. In più, l’ addestramento IA non crea altro lavoro creativo, bensì lo toglie ad altre persone.

La questione etica

Parlare di etica, in questi casi, è molto spinoso. Da un lato, è fisiologico che ogni innovazione porti alla perdita di alcuni settori lavorativi. Dall’altro, è necessario gestire la transizione tutelando lavoratrici e lavoratori, ma anche l’ambiente, da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza e che viene estremamente danneggiato a causa dell’ingente inquinamento dei data center.

Talvolta, il calcolo di rischi e possibilità è più semplice, per esempio di fronte agli incredibili risultati in ambito medico dati dall’implementazione dell’Intelligenza Artificiale. Ma, per quanto riguarda l’arte e, in questo caso, la musica, questa velocità nell’innovazione porterà più danno o più arricchimento? Bisogna limitarne l’utilizzo o lasciare le briglie sciolte soltanto perché da questa tecnologia ne derivano patti economici miliardari?

La creatività morirà?

Certo, l’Intelligenza Artificiale nella musica può essere un modo per artisti e artiste amatoriali e senza grandi risorse economiche di dare alla luce le loro idee creative senza dover assumere decine di persone per gli aspetti più tecnici dei loro brani, che oggi possono essere affidarti a una IA.

Ma servizi di streaming musicale come Spotify e Deezer sono ormai invasi da brani generati con l’Intelligenza Artificiale Generativa. Deezer ha segnalato come quasi la metà (44%) dei contenuti caricati quotidianamente sia prodotta da IA. Bisognerebbe quindi, anche in questo caso, valutare se la IA valorizzi davvero le persone con meno possibilità, o se rischi di affossarle, premiando le IA e, al massimo, chi è associato alle grandi major o a grandi nomi.

La questione è ancora calda e, quando si sarà raffreddata, il concetto di creatività potrebbe essere cambiato per sempre.

Articolo a cura di Iris Andreoni

Immagine di copertina di Oscar Keys via Unsplash

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