Da una guerra all’altra: Trump con l’Iran rimette in gioco la Russia

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Gli Stati Uniti tolgono “momentaneamente” le sanzioni al petrolio russo. Quali le conseguenze su Europa e Ucraina?

Giovedì 12 marzo il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bressent, annuncia la sospensione temporanea – fino all’11 aprile – delle sanzioni che bloccano il commercio del petrolio russo. Un provvedimento, precisano dalla Casa Bianca, figlio dell’esigenza di far fronte alla crisi energetica dovuta al prolungato blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passano gran parte delle forniture mondiali di greggio.

Un’azione le cui conseguenze sono paradossali e, a lungo termine, non facili da prevedere. La prima e più immediata conseguenza è che Trump, col protrarsi della guerra in Iran, non solo ha rimesso in gioco Putin al livello internazionale ma rischia di ribaltare le sorti del conflitto in Ucraina, il che coinvolge direttamente l’Europa.

Il rischio di una crisi energetica mondiale

La guerra in Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele lo scorso 28 febbraio, sta minando le forniture energetiche di tutto il mondo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, centro di passaggio nevralgico delle petroliere, tiene fuori dal mercato 10 milioni di barili di greggio al giorno. Le conseguenze sono il rincaro generale del prezzo dei carburanti che influisce non solo sulla mobilità ma anche sui costi di produzione delle industrie mondiali che, nonostante gli impegni presi, sono ancora ben lontani dallo svincolarsi totalmente dall’utilizzo dei combustibili fossili.

Per evitare che l’aumento sregolato dei prezzi si tramuti in crisi economica molti Paesi, anche quelli non coinvolti direttamente nel conflitto in Iran, stanno prendendo le loro misure, come il fare ricorso alle riserve di emergenza. È chiaro però che le riserve sono limitate e se non ci sono nuovi flussi di approvvigionamento in entrata la situazione rischia di diventare fuori controllo.

Le conseguenze dello sblocco al petrolio russo

Di qui la decisione dell’amministrazione Trump di sospendere momentaneamente le sanzioni al petrolio russo. Una misura che riguarderà solo le navi che sono già in mare e che, si stima, trasportino 124 milioni di barili di greggio pronti per essere immessi nel mercato. Se in questo conteggio faccia parte o meno il petrolio trasportato dalle navi appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra” – le petroliere russe che cambiando continuamente bandiera navigano aggirando le sanzioni – è materia ancora da chiarire. Sarebbe un fatto grave.

Putin ovviamente ringrazia. Il prezzo del petrolio è alle stelle. Il Brent, il greggio di riferimento con cui si misura il costo, da giorni oscilla al rialzo sopra i 100 dollari al barile con picchi fino al 110. Si tratta del 40% in più rispetto al periodo precedente lo scoppio della guerra in Iran. E’ chiaro che per la Federazione russa, vedersi sbloccati milioni di barili in un momento del genere rappresenta un’introito insperato. Com’è altrettanto chiaro dove questi soldi andranno a finire.

La reazione europea

Lo sblocco delle sanzioni è infatti visto dall’Ue non solo come un “regalo” a Putin ma come un vero e proprio errore strategico. Dal febbraio 2022, allo scoppio della guerra in Ucraina, l’Unione europea è stata la più dura nell’applicare sanzioni alla Russia, patendo il maggior costo nello sforzo di rendersi energeticamente indipendente dall’energia russa.

Mosca era infatti il primo fornitore energetico dell’Unione. Secondo i dati della Commissione europea, il vecchio continente importava dalla Russia, fino al 2021, petrolio e prodotti derivati per 71miliardi l’anno. A questi si aggiungevano ingenti quantità di carbone e gas naturale liquefatto. L’embargo applicato dall’Ue, schierandosi al fianco dell’Ucraina, ha ridotto del 90% le importazioni dalla Federazione russa, che ha perso così il destinatario della metà della sua intera produzione energetica. Un duro colpo all’economia russa che ha contribuito a permettere all’Ucraina di resistere fino a oggi.

Le preoccupazioni sul futuro energetico e sullo sblocco del petrolio russo coinvolge infatti anche Zelensky. Secondo il presidente ucraino l’allentamento della pressione contro Mosca “potrebbe portare alla Russia circa 10 miliardi di dollari per continuare la guerra”. Denaro che proverrebbe direttamente dai tanti paesi, soprattutto del sud-est asiatico, che non avevano adeguate coperture per affrontare la crisi energetica in corso e che già stanno facendo la fila per negoziare con Putin.

Al fianco di Zelensky si schiera la maggior parte dei leader europei. In riferimento alle sanzioni russe, il cancelliere tedesco Merz ha ricordato come sei membri del G7 “sono stati molto chiari nel ritenere che questo non fosse il segnale giusto da inviare”. Più diretto il presidente francese Macron, che ospitando proprio Zelensky nella sede della facoltà di Scienze Politiche di Parigi, lo scorso 13 marzo afferma: “La Russia si sbaglia se spera che la guerra in Iran le offra la tregua (…) E’ la posizione del G7 ed è la posizione della Francia e dell’Europa”.

La differenza tra le parole e i fatti

Le parole dei leader europei, seppur molto nobili, non cambiano la realtà dei fatti e non offrono una reale alternativa. E la realtà è che per la politica di Trump l’Europa e l’Ucraina sono del tutto marginali. Tanto che la prospettiva di offrire un aiuto concreto alla Russia non lo destabilizza minimamente. Ma nemmeno la probabilità che lo stesso aiuto si rivolti contro di lui. “La Russia potrebbe aiutare un po’ l’Iran” afferma il presidente americano, consapevole dello stretto rapporto di collaborazione strategica tra la Russia di Putin e il regime degli ayatollah.

E qui la stessa realtà sfiora il paradosso. Gli Stati Uniti attaccano l’Iran, l’Iran blocca il petrolio. Gli Stati Uniti aiutano la Russia che aiuta l’Iran. Ed è questo paradosso la manifestazione suprema di una politica, quella americana, che ben presto scopriremo essere frutto o di una più grande visione o della sua totale mancanza.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Immagine di copertina via Unsplash

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