Le Fatiche di Putin

Settimana importante, per le questioni globali: dal vertice APEC di Pechino al G-20 di Brisbane, giorni intensi per i leader mondiali. Tutti gli occhi però erano puntati su Vladimir Putin, sempre più al centro delle cronache internazionali e in piena rotta di collisione con le cancellerie occidentali

 di Emanuele Martino

Tony Abbott e Vladimir Putin al G20 di Brisbane, fonte Guardian.co.uk

Tony Abbott e Vladimir Putin al G20 di Brisbane, fonte Guardian.co.uk

Il vertice di Brisbane di questi giorni prospetta un rilancio significativo delle attività economiche globali, con l’obiettivo dichiarato di arrivare ad una crescita del 2,1% entro il 2018 – contribuendo alla creazione di “milioni di posti di lavoro”. Le venti potenze globali si impegnano inoltre nel continuare la lotta contro l’evasione fiscale e nel porre un freno al fenomeno dei paradisi fiscali.

Queste le linee guida lasciate sul tavolo dal G20 di questi giorni. Inevitabile notare come la cosiddetta “creazione di milioni di posti di lavoro” è stata auspicata anche da quei paesi europei al comando di un continente alla deriva; nessun acceno, inoltre, allo scandalo che vede protaonista il Lussemburgo e la sua allegra politica fiscale a vantaggio di multinazionali e società amiche -questione che crea non poco imbarazzo in seno alla Commissione Europea per il coinvolgimento del suo neo-Presidente Junker. Al di là di roboanti conclusioni e di facili dichiarazioni, il significato di questo summit è come sempre strettamente politico.

Considerando il contesto geopolitico attuale, particolare attenzione merita l’accoglienza occidentale nei confronti di Vladimir Putin. Nei giorni precedenti l’apertura del summit – nel quale si sarebbe fatto immediatamente immortalare con un koala in braccio – il Primo Ministro australiano aveva avvertito Putin sul pericolo di andare avanti nel suo progetto di “ricostruzione del vecchio sogno sovietico”. Simili parole le ha utilizzate Stephen Harper, Primo Ministro del Canada, che ha invitato Putin ad andare via dall’Ucraina.

È stata poi la volta di Cameron, ormai in guerra con tutto e tutti, a rincarare la dose: il premier britannico ha infatti avvertito Putin che i suoi rapporti con l’Occidente sono giunti ad un bivio – purtuttavia senza specificare a quale “Occidente” si riferisse: quello europeo che lo stesso leader conservatore da anni fatica a sopportare o quello a stelle e strisce, a cui è sicuramente più fedele? A concludere la sfilata Barack Obama, che ha minacciato altre sanzioni e maggior isolamento verso Mosca.

Putin ha fatto buon viso a cattivo gioco, evidenziando “l’atmosfera costruttiva del meeting”. Per il leader russo non è tempo di alzare la voce: le sanzioni continuano a colpire pesantemente la già modesta economia russa, il rublo è al suo record negativo nel cambio con l’euro e la matassa ucraina fatica a sbrogliarsi.

Che questo fosse il momento per la Russia di cimentarsi nella sua ormai famosa fase di appeasement è chiaro ormai da tempo: nonostante alcune dichiarazioni che farebbero pensare il contrario, Mosca ha un vitale bisogno dell’alleggerimento delle sanzioni e in questo senso la sua ambiguità diplomatica non passa inosservata. Le parole a margine del Forum Valdai Club, dove Putin ha invitato tutta la comunità internazionale ad una stabilizzazione delle relazioni internazionali, a trovare una binario comune per combattere le vere minacce globali (il pericolo IS è tenuto sotto stretta osservazione da Mosca vista la massiccia presenza di gruppi islamici in Russia), e a ridisegnare i diversi rapporti regionali ed geopolitici rispettando in toto il diritto internazionale, vanno proprio in questa direzione.

Il Cremlino inoltre è in attesa che il Parlamento di Kiev prenda forma definitivamente – con conseguente dispiegamento di forze politiche e relativi equilibri. La questione dell’est ucraino si presta a diverse letture: Mosca, nonostante i numerosi aiuti nella regione, si è dimostrata contraria alla decisione di Kiev di dar vita ad un decreto legge che permetterebbe il ritiro di tutte le istituzioni ed enti nazionali dal territorio e, tra le altre, cose la sospensione di tutti i servizi pubblici come scuole ed ospedali.

Se in futuro il decretodovesse passare,  rafforzerebbe la legittimità dei separatisti a governare esclusivamente tramite l’aiuto russo. Uno scenario che non rende felice il Cremlino – che anche nella dichiarazione di riconoscimento del voto a Donetsk e Lugansk, non parla di Repubbliche ma di regioni.

L’elusività politica con cui la Russia approccia alla questione ucraina denota la sua propensione a non far saltare il tavolo delle trattative e a mantenersi disponibile a diverse ipotesi di soluzione con Kiev e quindi con l’Occidente. La volontà di Putin è in primis quella di evitare l’allontanamento dei suoi partner europei più stretti – e in ultima istanza di rallentare le ostilità con Washington.

Capitolo a parte, il vertice APEC – cui la Russia ha partecipato in prima linea la fianco della Cina; parlare di isolamento in questo caso sarebbe del tutto fuorviante. Se infatti Putin ha da una parte  contribuito al deterioramento dei rapporti con Ue e Stati Uniti, dall’altra è il co-protagonista dei nuovi assetti internazionali che si stanno spostando inevitabilmente ad Est.

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