Cuba in crisi: il governo reprime le proteste ma il dissenso cresce

Il governo di Diaz Canel è riuscito a boicottare la manifestazione indetta in tutto il Paese, ma non riuscirà a silenziare il dissenso in una popolazione repressa e affamata.

Nessuna Marcha por el cambio N-15” per Cuba: lo scorso 15 Novembre poche persone sono scese in strada vestite di bianco, simbolo concordato, e Yunior Garcia, attivista e promotore dell’iniziativa, non è riuscito neanche a mettere piede fuori casa perché ostacolato e recluso dalla polizia.

Il Governo di Diaz Canel ha spiegato le sue forze al completo per pattugliare e presidiare le strade del Paese ed evitare qualsiasi manifestazione ed espressione contrarie alla Revolución (o a quella che ancora chiamano Revolución). Il boicottaggio era iniziato qualche giorno primo con interruzioni della rete internet, identificazioni a sorpresa e intimidazioni più o meno dirette ad organizzatori e dissidenti.

Anche se gli organizzatori di Arcipelago, la piattaforma web che riunisce idee, volontà e sentimenti dell’opposizione civile, principalmente composta da artisti, insegnanti e personaggi della cultura, ha inizialmente parlato del 27 Novembre come nuovo appuntamento, adesso è difficile immaginare una marcia. Ma questo non significa che gli animi siano sopiti, anzi: Cuba sta vivendo il suo più difficile periodo politico-economico dagli anni novanta, quando si sfaldò l’Unione Sovietica.

Yunior Garcia, che ha 39 anni e di professione è drammaturgo, all’indomani della boicottata marcia ha lasciato Cuba con un visto trimestrale per la Spagna. Da Madrid, ha fatto sapere tramite un’intervista a El País che “Lo Stato ha usato la strategia di dividerci ma il popolo è stanco e la narrazione del regime è finita: Il 15 novembre è stato dimostrato al mondo che Cuba è una dittatura”. In terra iberica Garcia ha trovato pronto appoggio nel Partito Popolare, formazione conservatrice ora all’opposizione: il suo leader Pablo Casado chiede a Sánchez di riconoscere Cuba come una dittatura.

cuba patria y vida

La marcia attesa la scorsa settimana, in realtà, sarebbe stata figlia delle manifestazioni del passato 11 Luglio, le più importanti e massive che Cuba ricordi negli ultimi trent’anni. Al grido di “Patria Y Vida”, quest’estate il popolo cubano aveva manifestato per libertà di espressione, chiedendo cibo, medicine e il rilascio dei prigionieri politici: prima a Los Baños, vicino la Avana, e poi in altre 50 città di tutto il Paese, scesero in strada centinaia di migliaia di cubani. L’indomani si contò un morto, decine di feriti e 1270 arresti, secondo la ONG Cubalex.

Amnesty International ha criticato l’opposizione alla Marcha: “Questa risposta delle autorità è coerente con la politica di repressione applicata da decenni a Cuba, che criminalizza la protesta pacifica e imprigiona e maltratta cubani di ogni condizione solo per aver espresso le loro opinioni“, ha affermato Guevara Rosas, Direttrice di Amnesty per le Americhe. Posizione che duplica quella sostenuta nei confronti della repressione estiva.

Vista la forte affluenza e la risonanza internazionale del 11-L, quindi, Arcipelago aveva organizzato e lanciato via web una nuova giornata già dallo scorso 9 Agosto: troppo anticipo, per alcuni analisti locali, tanto che il governo ha avuto modo di fermarla, come abbiamo detto.

Marcia o no, comunque, il malcontento resta e se le proteste montano come mai negli ultimi decenni è perché la nazione è attanagliata da una pesante crisi: economica, politica e, chiaramente, sanitaria. Tre fattori interdipendenti che si innescano a vicenda. E la popolazione, stanca, adesso si trova a manifestare per poter comprare beni di prima necessità senza dover fare file dalla sera prima o ricorrere al mercato nero super rincarato, per avere accesso a medicinali e per non sopportare continue interruzioni di corrente dovute a cali infrastrutturali.

Soprattutto, il popolo cubano manifesta per chiedere le dimissioni di Miguel Diaz Canel, Presidente post castrismo che, venendo dopo Fidel e Raul in quanto ex funzionario della Revolución , adesso si trova a guidare Cuba ma non riesce a suscitare il trasporto come avevano saputo i due fratelli. E anche perché la nazione è cambiata e, di conseguenza, il suo popolo.

Nel 2021 il PIL vubano è caduto del 11% mentre l’inflazione è arrivata al 500%. A causa del COVID il turismo, che rappresenta il 10% delle entrate, è stato fermo per un anno e mezzo. La pandemia ha sicuramente un ruolo importante in questa deriva economica ma al governo si rimprovera l’assenza di riforme: l’impostazione è ancora in gran parte centralizzata, i margini di autonomia per l’iniziativa imprenditoriale sono stretti e minimi gli investimenti per la crescita. Anche l’iniziativa di “esportare” medici specializzati in Europa non è piaciuto ai cubani: il gesto è apparso come mera propaganda, quando in patria scarseggiavano le risorse sanitarie.

Sull’economia di Cuba pesa, chiaramente, l’embargo statunitense: alleggerito con Barack Obama, tornò ad essere stringente con Donald Trump e non è stato mitigato da Joe Biden. Diaz Canel, infatti, non perde occasione di assegnare al blocco commerciale ogni causa del tracollo economico così come ritiene che i dissidenti siano sobillati dagli Stati Uniti e le manifestazioni finanziate al di là del Golfo del Messico. “Noi rimaniamo attenti e vigili – ha commentato in questi giorni – pronti a difendere la Rivoluzione, e ad affrontare qualsiasi ingerenza contro il nostro Paese, specialmente contro tutto ciò che minaccia la pace, la tranquillità cittadina e il nostro ordine costituzionale”.

Sara Gullace

Immagine di copertina via wlrn.org

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