L’arte dello scandalo

Sembra che non ci possa essere arte contemporanea senza “scandalo”. Ma è davvero tutto solo ignobile pseudo-pornografia o, in mezzo a tanto caos, ci sono anche messaggi filosofici ed “umani” precisi?

di Alessia Signorelli

LGBTE-100-x-140fbThe narrow-mindedness, in spite of all the emphasis on sex, is revealed by the fact that as a result of these studies which are often offshoots  of the biographical fad, artists whose work gave uncensored shape to the negativity of life are dismissed as neurotics”.

Lo diceva Theodor Adorno più di quarant’anni fa nella sua “Teoria Estetica”, così poco studiata eppure così ricca di spunti ferocemente attuali. In queste poche righe si trova concentrato un pensiero assolutamente contemporaneo: la “ristrettezza di vedute” che potremmo probabilmente definire ipocrita ed anche pruriginosa, visto il parlare continuo di sesso, questo offrirlo su piatti sporchi, più che d’argento, ad ogni buona occasione, utilizzandolo come noiosissimo strumento complice di un macchiettismo grottesco e stancante.

Ma visto anche il ritrarsi inorriditi ogni qualvolta il corpo, nudo, non viene usato per lo scopo stancante di provocare qualche ammiccante sussulto in chi di fantasia, in quella landa sconfinata che è la carne e la sua continua metamorfosi, forse ne ha ben poca, viene esposto nella sua naturale, sconcertante, e proprio per questo destabilizzante,  umanità.

Nell’arte, il corpo de-romanticizzato, lontano anni luce dall’orrore che è la perfezione assoluta, nemmeno hollywoodiana, ma da rotocalco impegnato a valutare quanto sia sodo un posteriore, quanto sia prorompente un paio di seni, impegnato, in poche parole, in un lavoro di macelleria a buon mercato,  è uno schiaffo dritto in faccia all’infantile pretesa di mascherare, dietro una presunta “bellezza”,  schizzi di reale cattivo gusto.

Ma quando l’arte si rimpossessa – giustamente – del corpo, allora sono guai, sono comuni che scelgono di ritirare patrocini a mostre internazionali, si alza il vento dello scandalo, sia in Italia che all’estero.

A Torino, il comune ha deciso di ritirare il patrocinio alla prossima Internazionale d’Arte LGBTE (La Grande Battaglia Trova Esito), che si svolgerà da oggi, 8 settembre, fino al 17 ottobre, a causa della locandina dell’evento, giudicata lesiva della sensibilità di molti, per via dell’utilizzo che viene fatto della simbologia cristiana. È vero, non nascondiamoci dietro ipotetiche dita, e non arrocchiamoci sui partiti presi. La locandina, che ritrae il peccato della “Superbia”, visto che il tema di quest’anno ruota attorno ai sette vizi capitali e alla loro interpretazione artistica, è offensiva. Ma, almeno per chi scrive, è proprio questo il suo fascino, la sua “bellezza”.

È vero, viviamo in tempi nazionali e soprattutto internazionali, dove le questioni religiose sono diventate preoccupanti e pericolose, ma qui, il punto è un altro. Se è vero che l’arte, pur “sorpassando” i suoi tempi, vi è comunque indissolubilmente legata, l’arte contemporanea che voglia in qualche modo liberarsi di un ruolo puramente “ornativo”, non può essere che brutale, in un certo senso offensiva e, come si diceva all’inizio, in riferimento alla funzione del corpo, destabilizzante.

L’esistenza di un’arte che aggredisca chi guarda, non esclude la presenza, in contemporanea, di un’arte che, a modo suo “elevi” e tranquillizzi l’occhio e la mente di chi ne fruisce. E non è escluso che questa “redenzione” possa avvenire anche attraverso la visione di un’opera che susciti repulsione (parafrasando il Jean Genet di  “Nostra Signora dei Fiori”,  “per liberarti dall’orrore, ti devi immergere in esso fino al collo”).

"Piss Christ" di Andres Serrano (fonte immagine: guardian.co.uk)

“Piss Christ” di Andres Serrano (fonte immagine: guardian.co.uk)

Lo scandalo causato dall’opera di Andres SerranoPiss Christ” (risalente al 1987) , esposta in questi giorni ad Ajaccio (dove, per inciso, il sindaco della città, in nome della libertà di espressione, ha mantenuto il suo patrocinio alla mostra) in Corsica, si immette su questo stesso solco.

Probabilmente, è una delle opere d’arte più “offensive” a memoria d’uomo, forse potremmo spingerci più in là fino a dire che è la più offensiva in assoluto (la foto di un crocifisso immerso nell’urina, parte di una serie di oggetti religiosi immersi in fluidi corporei); eppure la storia dell’arte è piena di opere considerate blasfeme dai contemporanei e poi, con l’occhio distaccato dei secoli, riviste in maniera più critica (basti pensare ai dipinti di Courbet, o alla “Colazione sull’Erba” considerata, all’epoca della sua esposizione, pornografica). Utilizzare, per contestare determinate opere d’arte, l’argomentazione “certi artisti non si sognerebbero mai di prendere immagini di altre religioni e si accaniscono solo sulla religione cristiana” perde di vista il vero focus di certa arte contemporanea – sempre per chi scrive, non sia mai.

In un’intervista al Guardian, due anni fa, Serrano spiegava così il “perché” del suo “Piss Christ”: “Il crocifisso viene trattato quasi alla stregua di un accessorio di moda. Lo vediamo, e non ci fa certo orrore, ma in realtà rappresenta la crocifissione di un uomo. E Cristo, lasciato a morire sulla croce per tre giorni, non solo avrà sanguinato a morte, ma avrà anche perso il controllo delle proprie funzioni corporee. Se Piss Christ vi turba, forse è una buona cosa ripensare a cosa sia avvenuto realmente sulla croce”.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma non è questo il luogo e gli spazi vanno rispettati. Resta il fatto che tra le due polarità estreme di chi “offende” e di chi “viene offeso”, resta la potenza innegabile, travolgente ed intossicante di un’arte alla quale viene spesso troppo frettolosamente affibbiato l’aggettivo di “pornografica” o “scandalosa” o, peggio ancora di “decadente” (quest’ultimo aggettivo assolutamente improprio) e buttata indegnamente in un unico calderone con la scritta “arte contemporanea: lo so fare meglio io, è tutta una presa per i fondelli, è tutta la stessa robaccia”.

Forse, la paura del corpo e il rigetto dell’umanità di quello che viene considerato divino, gioca ancora un ruolo decisivo nella percezione dell’arte.

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