Essere giornalista in Pakistan. Intervista a Sadia Haidari

Cosa significa essere giornalista in Pakistan? Quali sono le minacce e i rischi a cui sono sottoposti i professionisti dell’informazione? Ce lo racconta Sadia Haidari, la prima donna fotogiornalista in Pakistan, fondatrice dell’associazione “Journey of Journalism”

di Elisa Di Benedetto
su Twitter @Elisadb

La giornalista pachistana Sadia Haidari

La giornalista pachistana Sadia Haidari

Minacce di morte, intimidazioni e violenze sono solo alcuni dei rischi con cui si scontrano quotidianamente i giornalisti e gli operatori dell’informazione in Pakistan.
Nel rapporto “Freedom of the Press 2014” pubblicato da Freedom House, il Pakistan rientra fra i Paesi in cui non esiste libertà di informazione. Le difficoltà aumentano se il giornalista è una donna, come racconta la fotogiornalista Sadia Haidari, che ha condiviso la propria esperienza con Ghigliottina.it, in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa, il 3 maggio. Fondatrice dell’associazione Journey of Journalism, è stata la prima donna ad essere assunta come fotogiornalista in Pakistan.

Sadia, perché hai deciso di diventare giornalista?
Nel 1986 ho cominciato a collaborare con la rivista della scuola, ma la passione per la fotografia si è trasformata in una professione nel 2001, dopo la morte di mio marito, Aziz Ullah Haidari, brutalmente ucciso dai Talebani il 19 novembre 2001. Dal 1991, Aziz lavorava come corrispondente e fotografo per l’agenzia Reuters e ha perso la vita in Afghanistan insieme al collega australiano Harry Burton, a Julio Fuentes, inviato per El Mundo, e alla giornalista italiana Maria Grazia Cutuli.

Quando la Reuters mi ha offerto un lavoro, ho accettato perché volevo continuare la missione di Aziz e tenere vivo il suo nome. In seguito, quando ho chiesto di poter occupare la sua posizione, mi è stato risposto che non era possibile, poiché nessuna donna aveva mai ricoperto quel ruolo in Pakistan. Erano convinti che non sarei stata in grado di lavorare sul campo o scrivere un articolo.

Accettando di lavorare per Reuters, sei diventata la prima donna ad essere assunta come fotogiornalista in Pakistan. Quali sfide hai dovuto affrontare?
Sin dall’inizio, mi sono scontrata con le critiche, soprattutto da parte dei colleghi e della comunità maschile. Mi hanno sempre scoraggiata, non mi hanno mai accettata facilmente e mi hanno chiesto più volte di abbandonare il lavoro dicendo che, in quanto donna e vedova, avrei dovuto stare a casa a occuparmi dei figli o scegliere un lavoro in ufficio. Mettevano in dubbio le mie capacità, specialmente durante le proteste e le manifestazioni.

Ho perso diversi lavori a causa di intimidazioni fisiche e psicologiche da parte di superiori uomini ma, nonostante le critiche e le minacce, non ho mai perso l’entusiasmo. In Pakistan, nel mondo dell’informazione, non esistono uffici per la tutela dei giornalisti in caso di molestie e per le donne non è prevista la possibilità di iscriversi a sindacati e organizzazioni di fotogiornalisti.

Sadia Haidari stringe nelle mani una foto di Maria Grazia Cutuli, uccisa nel 2001 in Afghanistan assieme al marito di Sadia, Aziz Ullah Haidari

Sadia Haidari stringe nelle mani una foto di Maria Grazia Cutuli, uccisa nel 2001 in Afghanistan assieme al marito di Sadia, Aziz Ullah Haidari

Sei molto attiva nella difesa della libertà di informazione. Cosa significa essere giornalista in Pakistan?
Dall’11 settembre, sono morti 100 giornalisti in Pakistan, che è diventato uno dei Paesi più pericolosi, dopo L’Iraq, l’Afghanistan e la Siria. Tutti i giorni rischiamo la vita e subiamo intimidazioni, lavoriamo sotto la costante minaccia di essere uccisi e subire violenze da più parti, compresi i servizi segreti, i partiti politici e i gruppi armati, tra cui i Talebani. Violenze che aumentano per chi si occupa di sicurezza nazionale e diritti umani.

Ho ricevuto diverse minacce telefoniche da parte di sconosciuti dalle aree tribali del Nord Wazirstan e dall’Afghanistan, ma non conosco le ragioni di tanto odio nei miei confronti. Dopo il rapimento di Daniel Pearl nel 2002 e la vicenda di Malala Yousafzai, nuove minacce mi hanno costretta a bloccare i miei numeri telefonici e a spostarmi. Ho dovuto lasciare il mio lavoro per l’assenza di collaborazione da parte del mio ufficio e della sicurezza.

In cosa consiste il progetto “Journey of Journalism”?
Ho fondato l’associazione “Journey of Journalism” insieme ai miei figli Aleena e Ammad. Nata come gruppo locale nel 2001 a Islamabad in seguito all’aumento di attacchi e minacce verso i giornalisti, nel 2011 è stata riconosciuta come associazione e oggi è attiva in 20 Paesi diversi.

Lo scopo principale è quello di dare voce ai giornalisti e alle loro famiglie, per proteggere i giornalisti da rapimenti, attacchi, torture, e difendere i loro diritti e le loro vite, ma anche per sostenere le famiglie dei giornalisti uccisi o gravemente feriti in servizio. Tra i nostri obiettivi vi è anche quello di creare una rete fra i giornalisti e proteggerli lavorando con la comunità, le organizzazioni, le famiglie. Dal 2001, oltre 1076 giornalisti hanno perso la vita; più di 8 sono stati uccisi nel novembre 2001.

Per ricordare i martiri, dal 2010, il 19 novembre festeggiamo l’“International Journalists Day”. Ogni anno organizziamo seminari e manifestazioni in tutto il Paese, in collaborazione con PFUJ-Pakistan Federal Union of Journalists per portare l’attenzione sui giornalisti uccisi e sul fallimento del governo pachistano nel garantire giustizia. Al governo ho chiesto di istituire un programma di sostegno e dei fondi per le famiglie e i figli dei giornalisti morti in servizio.

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