Fotografia a processo

E’ possibile stabilire un confine netto e deciso tra fotografie “accettabili” e fotografie che sfruttano disastri e tragedie?

di Alessia Signorelli (@signorellialexa)

fonte immagine:thecoast.ca

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Sulle “pagine” online  dell’autorevole Artnews ci si continua a chiedere dove sia il confine tra la fotografia che fa cronaca o sia un prodotto d’arte e quella che, molto più semplicemente e brutalmente, è stata definita dal blogger e fotografo di Detroit James Griffioen come “pornografia delle rovine” (“Ruin porn”), nel 2009, durante un incontro/intervista con il “collega” di Vice Thomas Morton. In quell’ occasione, Griffioen era stato il “cicerone” di Morton,  e gli aveva mostrato gli effetti devastanti che la crisi economica aveva avuto su una città come Detroit (quella “Detroit Rock City” celebrata nel 1976 dalla band Kiss e contenuta nell’album Destroyer).

Mostrando l’abbandono, i paesaggi lugubri e svuotati, quello che un tempo era Detroit, ora solo un fantasma del proprio passato, Griffioen si era lamentato con Morton dell’atteggiamento da “avvoltoi” dei fotografi e degli artisti approdati nella città per ritrarre questa decadenza, accusandoli di avere un atteggiamento morboso, “pornografico”, appunto, perché completamente disinteressati nel contestualizzare tutto questo sfacelo e semplicemente ansiosi di ritrarlo. Punto e basta. Un qualcosa di fine a se stesso. Un qualcosa che diventava orribilmente offensivo per la modalità con il quale era condotto.

Questo dubbio, questo chiedersi “Ma è arte? È cronaca? E’ tutte e due le cose o solo un modo furbo e carognesco di sfruttare le tragedie, clinicamente, freddamente, per averne un tornaconto personale fatuo?” non è affatto nuovo. Quello che è cambiato, sicuramente, è l’atteggiamento che chi guarda ha nei confronti di quello che vede e questo vale per l’artista e lo spettatore.

A partire dal XIX secolo, con l’affermarsi della borghesia come l’abbiamo conosciuta e la conosciamo, il concetto di moralità si è avvinghiato molto spesso all’arte, cercando di regolarla e modularla, censurando, analizzando e criticando l’opera al di là della volontà (o assenza di) comunicativa. E quindi causando una doppia “scorporazione”.

Nel caso di Detroit, poi, si pone all’attenzione un ulteriore passaggio linguistico, relativo a questo sentimento di “violazione”, di “sfruttamento” del morboso cieco e senza scopo: la pornografia. Una pornografia niente affatto innocente, che può solo provocare un po’ di noia e qualche risata stanca, una pornografia cruda, uno snuff, in poche parole.  Qualcosa che solo a guardarlo, si prova vergogna non solo per chi lo ha fatto, ma anche (e soprattutto) per se stessi, spettatori che non riescono a staccare via gli occhi dallo scempio.

Le stesse polemiche che esplodono quando ci vengono proposti reportage fotografici dai luoghi di guerra, negli ospedali dove muoiono creature mutilate, in zone geografiche dove la Natura si è sfogata, vi ha riversato tutta la sua rabbia, strappando e annegando, per poi lasciare tagli di cielo sereno che sembrano una presa per i fondelli. Eppure, c’è un prestigioso riconoscimento, il World Press Photo,  che premia il miglior fotografo-giornalista, che con un suo scatto è riuscito a cogliere un momento, magari anonimo, ma profondamente storico, emblematico.

Forse è la contestualizzazione, che rende il tutto meno atroce? Molto probabilmente no.

La contestualizzazione non sempre funziona, perché è comunqueil bagaglio di chi guarda la fotografia, a decidere se sia un’ottima prova di fotogiornalismo, un momento d’arte (intenso o vuoto) o solamente una robaccia ridicola, buona solo per gonfiare l’ego perverso di chi ha fatto lo scatto e svuotare le tasche dei depravati che la vogliono appendere in casa loro (un po’ quello che si dice dei collezionisti che comprano le opere di Charles Manson).

Al di là di casi eclatanti (ma in qui si va nell’underground, nel pressoché sconosciuto, roba da intenditori con lo stomaco forte, molto forte), anche le fotografie di disastri che hanno causato le maggiori polemiche non possono essere semplicemente liquidate come “spazzatura”, o pornografia, come affermato da Griffioen (del quale, però, è condivisibile il sentimento di scoramento e rabbia, essendo lui di Detroit).

Il confine è molto più labile, molto più mobile, è dare una definizione tout court di questo “fenomeno”, significherebbe operare una censura – e in rarissimi casi la censura è stato un qualcosa di buono, veramente rarissimi.

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Una risposta

  1. Franco ha detto:

    Personalmente non biasimo Il fotografo che trova ispirazione nelle rovine dell’abbandono post industriale. L’ho fatto anch’io.
    Ben diverso a mio parere è il fotografo che riceve riconoscimenti raffigurando disgrazie umane andando ben oltre “il dovere di cronaca”.
    No la censura non serve, magari qualche flebile voce indignata contro corrente forse si.

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