Morire di giornalismo: il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Sono passati 19 anni dall’agguato in cui persero la vita i due giornalisti di RaiTre che avevano messo le mani su informazioni da “far tremare” l’Italia

di Guglielmo Sano 

Miran Hrovatin e Ilaria Alpi (fonte immagine: scirocco.blog.tiscali.it)

Miran Hrovatin e Ilaria Alpi (fonte immagine: scirocco.blog.tiscali.it)

La Somalia è uno “Stato fallito”, così la definiscono tecnici e commentatori di vicende politiche africane. Per quelli nati dopo la Seconda Guerra Mondiale è difficile immaginare una “terra di nessuno”. Abituati a quelle cartine geografiche dove non ci sono spazi bianchi, dove ogni centimetro è delimitato da una linea, non riusciamo a immaginare un territorio dove non c’è legge o governo o Stato e quindi autorità, responsabilità.

La Somalia è uno Stato fallito perché da quasi trent’anni è in balìa di una guerra civile che è più un tutti contro tutti che un semplice conflitto: non c’è un’autorità centrale, non c’è una legge se non quella che passa per la canna del kalashnikov. La Somalia è lì sulla cartina, la vediamo, sembra reale ma in realtà la Somalia non esiste, è solo uno dei numerosi aborti del colonialismo occidentale. Quest’ultimo, oltre alle sue responsabilità attuali, è colpevole dei conflitti africani odierni, sin dal momento in cui a colpi di compasso e goniometro disegnò quelle cartine colorate che tutti conosciamo. Quelle cartine così rassicuranti che non hanno senso, significato forse ma non senso, per gli africani.

Era il 1994, le forze dell’Onu con in testa Usa e Italia lasciavano un paese raso al suolo, ancora una volta, come sempre. Le Nazioni Unite hanno tentato varie volte di intervenire in Somalia infatti, avvalendosi in particolar modo dei militari statunitensi che tra il ’91 e il ’94 diventarono i “gendarmi del mondo”, ma sempre con risultati deludenti, controproducenti nella maggior parte dei casi.

Battute a Mogadiscio, per le forze congiunte italo-americane non c’era possibilità di continuare la campagna di stabilizzazione della situazione politica. Era il 1994: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin arrivano in Somalia. Il loro compito è raccontare: Miran filma con la sua telecamera la guerra tra le varie fazioni, gli sfollati, la barbarie, Ilaria raccoglie materiale, scrive e prende appunti. Ilaria in Somalia ha scoperto qualcosa di eccezionale, lo sappiamo perché è lei stessa che lo comunica alla sua redazione. La pista che la giornalista del Tg3, insieme al suo operatore, sta seguendo porta ad informazioni importanti e scottanti, evidentemente troppo scottanti. Il 20 marzo 1994 una sventagliata di mitra pone fine alla vita dei due reporter, avevano scoperto ben più di quello che avrebbero dovuto.

Sin dai momenti appena successivi all’agguato, le indagini si segnalano per una superficialità e un’approssimazione che rasentano il depistaggio. Sparisce una parte del materiale video in possesso di Hrovatin, più della metà dei taccuini della Alpi non si sa dove sia finito. Nei lavori della commissione d’inchiesta che si occupa del caso, a intermittenza, emergono le responsabilità dell’esercito italiano, dei servizi segreti, nel determinare il fallimento dell’indagine, addirittura si può ipotizzare un coinvolgimento degli stessi nell’eliminazione dei due giornalisti.

Ilaria Alpi e Milan Hrovatin erano sulle tracce di un traffico di rifiuti tossici e armi, sarà determinante il ritrovamento di alcuni appunti a Saxa Rubra. Il problema è che l’Italia in queste attività illegali aveva un peso rilevante sia per l’apporto dei suoi apparati istituzionali, della grande imprenditoria sia della criminalità organizzata, in primo luogo la ‘ndrangheta.

Un paese senza stabilità e senza alcun tipo di governo e quindi di legge: la Somalia. In un paese così gli affari, soprattutto i più loschi, si possono fare meglio. Meno problemi, meno intermediari, basta prendere accordi con il “signore della guerra” di turno. L’Italia stanzia notevoli risorse monetarie per favorire la cooperazione internazionale della Somalia, investe miliardi di lire che vengono indirizzati nell’acquisto di pescherecci che poi si scoprirà servire a ben altro che alla pesca. I soldi della “mala-cooperazione” italiana servivano per foraggiare un lucroso traffico di armi e quest’ultime venivano trasportate proprio sui pescherecci di cui prima.

È probabile che Ilaria Alpi avesse scoperto proprio questa attività illegale, oltre ad aver documentato l’interramento di rifiuti tossici provenienti dall’Occidente nelle costruzioni somale, in particolare nella costruzione del porto di Mogadiscio ad opera di uno strano personaggio di nome Giancarlo Marocchino. Quest’ultimo è stato la prima persona a recarsi sul luogo dell’agguato ai due reporter, ma le sue responsabilità non sono chiare. L’unica cosa di cui siamo certi è che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono morti di giornalismo. L’unica cosa che ci preme chiedervi è di interessarvi all’Africa e alla loro vicenda.

Link utili

Documentario de “La storia siamo noi”

Documentario di “Blu notte”

Documentario “Toxic Somalia”

 

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