“Il mondo è in apatia”: il triste appello dell’ONU per il 2026

Tempo di lettura 3 minuti
Le Nazioni Unite lanciano un appello e una raccolta fondi per il 2026. L’obiettivo, ridimensionato, è raccogliere 23 miliardi di dollari per sostenere 135 milioni di persone nel mondo

“Viviamo in un’epoca contraddistinta da brutalità, impunità e indifferenza”. E’ quanto afferma Tom Fletcher, capo delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite, lunedì 8 dicembre a New York, presentando il Global Humanitarian Overview 2026 (GHO), l’annuale rapporto ONU che fotografa le crisi umanitarie attualmente in corso nel mondo e i piani per affrontarlo.

Un report che ha il suono di un appello accorato, se non disperato, considerando i numeri delle persone in difficoltà, le crisi ancora in corso per cui non si trova ancora una soluzione diplomatica, e i gravi problemi problemi della stessa organizzazione nel reperire risorse, dovuti a ritardi nei pagamenti obbligatori, o la loro totale defezione, da parte di alcuni Stati membri.

I numeri del rapporto ONU per il 2026

Secondo il rapporto ONU per il 2026 le persone bisognose di assistenza umanitaria per via di fame, estrema povertà e guerre ancora in corso sono 239 milioni. Sentiamo ogni giorno di notizie su Ucraina e Gaza, qualcuna in meno sulla crisi umanitaria in corso in Sudan, ma questi sono solo tre dei 50 Paesi toccati dal rapporto. Il Global Humanitarian Overview è senza ombra di dubbio il rapporto più dettagliato per avere un quadro completo di tutte le crisi umanitarie in atto. Ma l’intento principale della sua pubblicazione è essenzialmente pratico. Serve per fare un focus sui problemi più urgenti e offre piani specifici per affrontarli.

In questa prospettiva l’obiettivo è quello di trovare, nel 2026, 33 miliardi di dollari che andrebbero ad aiutare 135 milioni di persone. Di queste, 87 milioni sono in situazioni critiche, per cui è urgente reperire al più presto 23 miliardi. Cosa non facile dal momento che le Nazioni Unite stesse stanno avendo non pochi problemi nel raccogliere fondi. Il problema principale, sintetizzato dalle parole dolorose di Tom Fletcher, è far mantenere ai Paesi membri i loro impegni finanziari.

Come si finanzia l’ONU

L’Organizzazione delle Nazioni Unite si finanzia principalmente attraverso i contributi degli Stati che vi aderiscono. Molti di questi contributi sono obbligatori, e servono per far funzionare tutta la macchina organizzativa e amministrativa, come il Segretariato, il Consiglio di sicurezza ma anche per il mantenimento delle sedi fisiche e del personale.

Altri contributi sono considerati volontari ma sono fondamentali perché da essi dipendono principalmente le diverse agenzie dell’ONU che si occupano di problemi specifici, come l’UNICEF, il Programma Alimentare Mondiale (World Food Programme), l’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNCHR).

Al di là del fatto che alcuni Paesi si trovano spesso in ritardo nei pagamenti obbligatori, è sui contributi volontari che si hanno le maggiori difficoltà. Per la loro natura essi sono incerti. In più, poiché sono legati a specifici programmi, spesso sono soggetti a “politicizzazione”. Ciò vuol dire che se il governo di un Paese decide da un giorno all’altro, per vari motivi, di sospendere i contributi volontari, o diminuirli, l’Organizzazione si troverà nell’impossibilità di portare a termine gli obiettivi che si è prefissata.

Il caso USA ma non solo

Nella suddivisione dei contributi l’importanza degli Stati Uniti è chiara. Nel 2023 gli USA hanno rappresentato il 28% delle entrate totali dell’ONU e delle sue agenzie. In altre parole, un solo Paese su 193 Stati membri contribuiva a più di un quarto dei contributi. All’amministrazione Trump, eletta nel 2024, questa cifra sembrava eccessiva. Il taglio operato sull’organizzazione si è concentrato principalmente sui contributi volontari e, specificatamente, proprio alle agenzie legate agli aiuti umanitari. Il venir meno dell’impegno da parte del principale donatore spinse lo stesso Tom Fletcher ad affermare a maggio 2025: “È dura. Si stanno prendendo decisioni davvero brutali e il settore probabilmente si ridurrà di un terzo. I fondi tagliati non torneranno presto, e potrebbero esserci ulteriori tagli ai finanziamenti in futuro”.

Ma il caso USA non è isolato. Secondo l’aggiornamento ONU sullo stato dei contributi di aprile 2025, solo 101 Paesi su 193, cioè il 52%, hanno versato per intero la loro quota, creando danni non solo di natura amministrativa ma, soprattutto, problemi al raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Per questo sono importanti pubblicazioni come quello del Global Humanitarian Overview. Sono importanti appelli alla consapevolezza e alla responsabilità come quello di Tom Fletcher. E’ una sorta di chiamata all’azione. In gioco è la vita e il futuro di molte persone.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Potrebbero interessarti anche...

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, scrivi a ghigliottina.it@gmail.com. Cookie Law

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, scrivi a ghigliottina.it@gmail.com.

Chiudi