Masih Alinejad, giornalista iraniana esiliata a New York: «La solidarietà non basta»

In TV e sui social la giornalista iraniana esiliata a New York milita senza tregua, esortando i politici e le femministe del mondo intero ad agire.

«La solidarietà non basta, è bellissima, ma non basta. Non abbiamo bisogno di parole vuote. Abbiamo bisogno di una grande marcia delle donne in Occidente. […] Si tratta di difendere i diritti delle donne del mondo intero. Altrimenti il femminismo e la democrazia saranno in pericolo», diceva con fervore il 29 settembre sulla CNN, interpellando la parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez e tutti gli eletti americani.

Una vita di lotta

Con quel fiore tra i capelli, Masih Alinejad non passa inosservata nei media in cui milita senza sosta. I suoi lunghi ricci simboleggiano la battaglia di una vita per la libertà delle donne in Iran. «La lotta contro la Repubblica islamica occupa tutto il mio tempo», ci spiega la giornalista e oppositrice politica iraniana di 46 anni, da New York, dove si è rifugiata. Con gli occhi gonfi dalla stanchezza, rilascia interviste su interviste in TV e affascina gli spettatori con la sua grinta. Seguita da 8 milioni di follower su Instagram, di cui la gran parte in Iran, ritrasmette i video dei focolai che a partire dalla morte di Mahsa Amini infiammano numerose città del suo paese. «È mio dovere usare questa piattaforma per raccontare quello che succese laggiù, altrimenti questi video sarebbero presi dalle lobby islamiche, che diffondono false informazioni», commenta.

Militante fin da giovanissima

Masih Alinejad ha conosciuto in prima persona l’oppressione del regime iraniano. Nata in una famiglia povera e religiosa, ha 2 anni quando scoppia la rivoluzione, nel 1979. Giovanissima, rivendica il diritto di togliere il velo, divenuto allora obbligatorio. Racconta anche di essersi tagliata i capelli molto corti: «Somigliavo a un maschio ed ero già tentata di andare per strada senza hijab». A 18 anni, viene arrestata insieme al fidanzato, anche lui militante. Viene condannata a cinque anni di reclusione e a settantaquattro frustate, pena poi rinviata. Divenuta giornalista, non esita a denunciare la corruzione del regime. Costretta all’esilio nel 2009, si rifugia negli Stati Uniti, dove lavora per il servizio persiano di Voice of America. E porta avanti la sua battaglia. Nel 2014 lancia il movimento My Stealthy Freedom (“La mia furtiva libertà”), che incita le donne a liberarsi del velo. Fioriscono allora migliaia di video sui social, segnando una vera e propria svolta.

Il pericolo anche in esilio

Ma questa militanza le vale diverse critiche e inimicizie, specialmente all’interno della diaspora. La sua personalità accesa e le informazioni che condivide con tanta rapidità non mettono d’accordo tutti. Alcuni le rimproverano di trovarsi a migliaia di chilometri, protetta dalle ire del regime. «Se io potessi, sarei in Iran. Agli oppositori di Putin in esilio non si rimprovera di avere la vita facile! Poco importa dove mi trovi, non sono al riparo dalla Repubblica islamica. Anche in esilio ne pago il prezzo», ribatte ai suoi detrattori. «Le donne coraggiose che sfilano laggiù sono le vere eroine del movimento all’interno del paese. Ricevo ogni giorno migliaia di messaggi da persone che mi esortano a essere la loro voce. Il mio compito è amplificare il loro grido».

Traduzione di Sara Concato via elle.fr

Immagine di copertina via twitter.com/AlinejadMasih

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