Più armi, meno guerra?

La soluzione dell’Europa: aumentare le spese militari.

Il 10 e 11 marzo i leader dell’Unione europea hanno adottato una dichiarazione riguardante l’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina, il rafforzamento delle capacità di difesa, la riduzione delle dipendenze energetiche e la costruzione di una base economica più solida.

La Dichiarazione di Versailles” si basa su otto punti principali e una serie di intenti comuni. Tra questi anche un paragrafo dedicato a “rafforzare le nostre capacità di difesa” che nei fatti si tradurrà in una serie di azioni come incrementare considerevolmente la spesa per la difesa, adottare misure per rafforzare l’industria bellica anche delle Piccole e Medie Imprese (PMI) o investire nelle tecnologie critiche ed emergenti e nell’innovazione per la sicurezza e la difesa.

Questo articolo non vuole mettere in discussione le politiche esterne dell’Unione, né affrontare le criticità del sistema NATO, ma attraverso l’analisi dei dati e documenti di bilancio vuole fare un focus sulle spese militari.

Le aziende che producono armi: chi fa più affari?

Partiamo da una semplice considerazione: gli uomini per fare la guerra utilizzano le armi, armi da fuoco leggere, carri da combattimento, elicotteri, missili superficie-superficie, missili superficie-aria, mezzi di assalto anfibio, blindati, caccia, bombardieri, droni, etc. Questa lista potrebbe continuare all’infinito (mi sono limitato alle principali armi utilizzate nella guerra in corso). Quindi chi produce, vende, importa, esporta armi alimenta la guerra

Per capire il volume di affari legati agli armamenti si può fare riferimento all’immenso database (open data e machine readable) dell’autorevole Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma: contiene informazioni su tutti i trasferimenti delle principali armi convenzionali dal 1950 e permette di scaricare report e dati aperti per fare analisi, monitorare i flussi del commercio di armi, e così via.

Da questi dati si possono ricavare informazioni anche sui due principali produttori di armi italiani. Leonardo, ex Finmeccanica, di proprietà per circa il 30% del Ministero dell’Economia e Finanze e Fincantieri controllata per il 70% da CdP Industria, ovvero la finanziaria di Cassa Depositi e Prestiti. Le due società, nel 2020, hanno ricavato 13,8 miliardi di dollari dalla vendita di armi. Un giro d’affari che vale una fetta del 2,6 per cento del fatturato totale delle prime 100 aziende dell’industria bellica mondiale.

Le vendite di armi di Leonardo (tredicesima nel ranking mondiale del settore) hanno toccato quota 11,2 miliardi di dollari nel 2020, con un calo dell’1,5% rispetto al 2019. Fincantieri (quarantasettesima a livello mondiale) nel 2020 ha invece registrato un forte +23% nelle vendite di armi.

In Europa sono 26 le aziende classificate tra le prime 100 aziende di settore nel 2020 per vendita di armi. Di queste aziende, sette hanno sede in Gran Bretagna, sei in Francia, quattro in Germania, due in Italia e uno ciascuno in Norvegia, Polonia, Spagna, Svezia e Ucraina. Due delle 26 società, Airbus e MBDA, sono classificate come “transeuropee” in quanto le strutture di proprietà e controllo sono ubicati in più Paesi europei.

Oltre oceano, gli Stati Uniti hanno un ruolo importante nell’industria bellica mondiale, con 41 aziende nella top 100 globale del settore degli armamenti. Nel solo 2020 le vendite di armi made in USA del settore hanno portato a un ricavo totale pari a 285 miliardi di dollari, +1,9% rispetto all’anno precedente. Alle spalle degli USA c’è la Cina, con vendite totali delle sue aziende pari a un totale di 66,8 miliardi di dollari nel 2020, +1,5% rispetto al 2019.

L’Italia e le spese militari

Abbiamo fin qui fatto i conti in tasca alle aziende che basano la loro ricchezza producendo e vendendo strumenti di morte. Ma quanto spendono gli stati per quella che chiamiamo “sicurezza”?

In molti Paesi, le esportazioni di armi sono direttamente collegate alle strategie di capacità di difesa nazionale, poiché è la somma della produzione per le Forze Armate e per le esportazioni che rende la produzione di armi economicamente sostenibile. Questo crea nei Governi una dipendenza dalla promozione delle esportazioni di armi dell’industria in cambio di migliore capacità di difesa nazionale e maggiore capacità di produzione interna.

Questo argomento si ritrova sempre più spesso nelle narrazioni per giustificare i programmi di approvvigionamento e/o le quantità di armamenti ordinati dal Governo italiano, legando così gli approvvigionamenti interni a iniziative favorevoli all’industria dirette a possibili acquirenti internazionali.

I dati sulla spesa militare italiana si ricavano dai principali strumenti di bilancio (Documento di Economia e Finanza, la Nota di Aggiornamento del DEF, la Legge di Bilancio, etc.), ma chi in Italia studia e monitora gli stanziamenti è MIL€X, l’Osservatorio sulle spese militari italiane.

Secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x per l’anno 2022 la spesa militare da parte del Ministero della Difesa sfiorerà i 26 miliardi di euro, con una crescita di 1.352 milioni di euro, +5,4% rispetto al 2021. Per capire cosa intende l’osservatorio per “spesa militare” e quindi capire le voci di spesa che compongono l’indicatore leggete qui.

Per concludere: ma se il problema fosse proprio la produzione di armi? A prescindere dagli slogan e dalle bandiere, è innegabile ammettere una cosa semplice: se al mondo non ci fossero le armi non ci sarebbero più guerre, giusto? Allora perché gli stati europei (e le loro aziende, spesso controllate) cercano la pace aumentando le spese per gli armamenti?

Damiano Sabuzi Giuliani

Immagine di copertina via milex.org

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