Sofisticato, ribelle e non solo per donne: storia culturale del colore rosa

Il corpo di polizia italiano riceve delle mascherine rosa da utilizzare in servizio e scoppia la polemica: secondo uno dei principali sindacati autonomi delle forze dell’ordine sono “indecorose”. Ma il rosa non è sempre stato associato alle donne, anzi.

L’iconica Cadillac del 1955 di Elvis Presley, il seducente abito di Marilyn Monroe in “Gli uomini preferiscono le bionde” e il mare di pussyhat, i cappelli con le orecchie di gatto, che tra il 2017 e il 2018 furono il simbolo della Marcia delle Donne a Washington.

Queste immagini emblematiche condividono una caratteristica: il colore rosa.

Nel corso dei secoli, il rosa è stato utilizzato in mille modi diversi, dai vestiti di Barbie ai sari della Gulabi Gang, il gruppo di vigilantes indiane. Anche il modo in cui la società accoglie questo colore è cambiato negli anni: considerato femminile, erotico, kitsch, sofisticato e trasgressivo.

Il rosa è sempre stato un colore di transizione, così come lo è la mentalità sociale nei suoi confronti”, ha dichiarato Valerie Steele, editor del libro “Pink: The History of a Punk, Pretty, Powerful Color”. “Durante gli ultimi anni ho cominciato a guardare la storia dei colori e ho scoperto che le persone hanno nuovi atteggiamenti nei suoi confronti. Abbiamo visto la nascita del rosa “millennial”, diventato una sfumatura di successo, ma anche l’appropriazione da parte delle femministe nel modo, che lo considerano un potente segno socio-politico. Si sta sfidando l’idea – vecchia 150 anni e portata avanti dall’Occidente – che il rosa sia sinonimo di femminilità fragile. Il rosa è ora in una fase ‘cool’. È alla moda, è androgino, è forte. Ed è qui per rimanere”.

Una storia colorata

In Occidente, il rosa divenne alla moda per la prima volta a metà del 1700, quando gli aristocratici europei – sia donne che uomini – ne indossavano delle varianti tenui e polverose come simbolo di lusso e classe. Madame de Pompadour, la favorita di Luigi XV, amava così tanto questo colore che, nel 1757, il produttore di porcellane francesi Sèvres chiamò la sua nuova bellissima tonalità questo colore “rosa Pompadour” in suo onore.

Allora, il rosa non era considerato un colore per “ragazze” – i neonati di entrambi i sessi venivano vestiti di bianco. Questa tinta, infatti, spesso era considerata più appropriata per i maschietti, poiché era considerata una sfumatura più pallida del rosso, che era considerato più mascolino e militare.

La più recente associazione del rosa alle donne e alla femminilità è cominciato intorno alla metà del 19° secolo quando, secondo Steele, “gli uomini del mondo occidentale cominciarono a vestire sempre più spesso colori scuri e sobri”, lasciando le opzioni più chiare o pastello alle donne. “La femminilizzazione del rosa è cominciata più o meno allora”, ha spiegato. “Il rosa diventò espressione di delicatezza e futilità”.

Nelle note di Steele si legge che il rosa ha anche sviluppato la sua prima connotazione erotica in questo periodo, perché ricordava la nudità. La biancheria intima sui toni del rosa divenne sempre più comune, così come lo divennero i riferimenti al fascino sessuale del colore nella letteratura e nell’arte, sempre in relazione al corpo femminile.

Entro la fine del secolo, il rosa era diventato tradizionale e il suo status era cambiato nel processo. L’avvento dell’industrializzazione e della produzione di massa portò alla crescita di tinte economiche come il magenta, che sembrava una versione di questo colore più luminose e sgargiante. Il rosa si trasformò da colore del lusso a quello della classe operaia, e siccome veniva spesso indossato dalle prostitute al tempo, da sofisticato diventò volgare.

La sua forma cominciò a cambiare per tutto il 1900. Nei primi vent’anni del XX secolo, lo stilista francese Paul Poiret creò vestiti in rosa pallidi e pastello, ma anche nei più sfacciati rosa ciliegia, corallo e fucsia, rispedendo questa tinta nel reame dell’alta moda. Entro gli anni ’50, il rosa era più che mai associato al genere femminile grazie ai brand e al marketing dell’America postbellica, che lo utilizzava come simbolo di iper femminilità, cementando così lo stereotipo “rosa per le ragazze, blu per i ragazzi”.

È la società a decidere che cosa significano i colori” ha spiegato Steele, che è anche direttrice del Museo del Fashion Institute of Technology di New York. “Quando venne fatta questa particolare divisione, si è rinforzata l’idea che il rosa sia frivolo, perché associato alle donne, che tradizionalmente vengono guardate dall’alto al basso”.

Cambiare il significato del colore rosa

Il rosa ha riacquistato un po’ del suo fascino intorno agli anni ’60, quando alcune figure pubbliche come Jackie Kennedy e Marilyn Monroe lo adottarono come simbolo di lusso. Le band punk come i Ramones e i Clash lo resero di spicco negli anni ’80, mentre nei decenni più recenti le culture pop, hip-hop e delle celebrità lo hanno accolto in diversi modi. Dal corsetto rosa con le coppe a cono di Jean Paul Gaultier indossato da Madonna nel 1990, al cappotto di visone rosa che nel 2002 il rapper Cam’ron ha indossato alla New York Fashion Week, con tanto di cappello coordinato, tutto ciò ha aiutato a dimostrare che il rosa poteva di nuovo essere considerato un colore da uomini.

Nonostante questo, gli europei e gli americani lo hanno ripetutamente descritto nei sondaggi come uno dei loro colori meno preferiti. “Tutti i colori hanno delle complicazioni” ha detto Steele. “Ma penso che il rosa sia uno dei più controversi e anche uno dei più divisivi. Suscita emozioni davvero forti, che siano buone o cattive”.

Il rosa continua a essere percepito in maniere molto differenti in tutto il mondo

Steele ritiene che le culture asiatiche siano più parziali nei confronti del rosa rispetto a quelle occidentali. Il suo libro indica in particolare il Giappone, dove i cosplay e la nozione di “essere carine”, femminilizzata e incentrata sulla giovinezza, hanno fatto del rosa il colore scelto dall’intera sottocultura di “lolite” urbane vestite come delle bambole.

In India, il rosa è sempre stato considerato una tinta per entrambi i sessi. Gli uomini vestono comunemente abiti, decorazioni e turbanti di questa sfumatura, specialmente nello stato settentrionale del Rajasthan.

Il rosa è anche stato considerato il colore delle proteste e della consapevolezza da diverse altre comunità. I triangoli rosa, una volta utilizzati nei campi di concentramento dai nazisti per identificare gli omosessuali, diventarono un simbolo dell’attivismo gay negli anni ’70. Il colore è stato sempre più associato alla comunità LGBTQ: nel suo libro, Steele sottolinea come in Francia a volte si chiamava l’AIDS “la piaga rosa”.

Altrove è diventato, a livello internazionale, sinonimo della lotta contro il cancro al seno, grazie a un fiocco rosa. Negli Stati Uniti, nel frattempo, le attiviste donne indossano il rosa per rivendicare i loro diritti sociali, riproduttivi e sessuali.

Il rosa sta andando verso un cambiamento generazionale” ha dichiarato Steele. “La società sta abbandonando sempre di più l’idea che sia una tinta infantile e troppo sessualizzata. È riconosciuto a livello comune che il rosa possa essere carino e potente, femminile e femminista. Anche gli uomini lo stanno capendo, come successe nel 18° secolo. Stiamo reinquadrando il rosa”.

Traduzione di Chiara Romano via CNN.com

Immagine di copertina via @iSentinellidi

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