Nel 2022 ci arrabbieremo finalmente per il cambiamento climatico?

Tony Barboza sul Los Angeles Times si chiede se il 2022 sarà l’anno in cui finalmente ci arrabbieremo contro l’inattività, da parte della classe politica, nella battaglia contro il cambiamento climatico.

Il 2022 sarà finalmente l’anno in cui i leader mondiali accetteranno le verità della Scienza e agiranno contro la più grande minaccia alla nostra esistenza? È una domanda che ci fa infuriare ogni anno, mentre l’inattività dei politici per quanto riguarda il cambiamento climatico continua ad avvicinare il nostro pianeta a un destino inaccettabile.

Da più di dieci anni scrivo di clima e ambiente, pertanto è stato difficile gestire a livello emotivo ciò che sta accadendo al pianeta. Come dovrei sentirmi quando si parla della crescente crisi che si manifesta attraverso il letale inquinamento dell’aria, le ondate di caldo, gli incendi distruttivi, i tornado e le alluvioni, e rispetto alle risposte tristemente inadeguate dei nostri rappresentanti?

È facile sentirsi sopraffatti e disperarsi. Nonostante tutte le parole sul clima, continuiamo a sparare nell’atmosfera, in modo crescente, gas che intrappolano il calore, e più dell’80% dell’energia mondiale è ancora generato dai combustibili fossili. Se questo è il nostro mondo con 2 gradi Fahrenheit in più, quanto peggiorerà la situazione se la temperatura aumenterà di un altro o più gradi? I giovani sono comprensibilmente preoccupati e si sentono anche traditi.

Allo stesso tempo si vedono dei segnali di speranza, qualcosa che molti politici cercano di abbracciare, ma spesso con pochissime giustificazioni. I leader mondiali si sono lodati per quelle blande mezze misure e quegli impegni frammentarie presi durante la conferenza sul clima tenutasi a novembre a Glasgow, in Scozia. Incontro che è stato chiaramente un fallimento. Ma decenni di ritardi ci hanno fatto perdere il lusso di poter tagliare le emissioni in modo graduale. E non possiamo limitare il cambiamento climatico travestendo da vittoria un altro anno di attività insufficienti.

Per andare avanti dobbiamo lasciare speranze e disperazione e aggrapparsi a un sentimento più costruttivo: la rabbia.

Gli scienziati definiscono la rabbia “una emozione motivatrice“, grazie alla sua capacità di provocare azioni altrui. In uno studio pubblicato recentemente, i ricercatori della London School of Economics and Political Science, del Pomona College e dell’Università di Princeton hanno scoperto che i personaggi dello spettro politico sono più inclini a unirsi all’indignazione generale e a sostenere l’azione quando viene comunicato loro che un numero crescente di persone è arrabbiato per come viene gestita la questione del cambiamento climatico.

Secondo gli studiosi queste scoperte suggeriscono che i messaggi sui social media, in tv o sui giornali a riguardo siano più potenti di quelli circa il consenso scientifico o della preoccupazione pubblica sulla questione. “Sembra che la rabbia convinca le persone che presto gli altri agiranno, spingendoli così a partecipare“, ha scritto l’autore.

Come hanno sottolineato dei giovani attivisti e altri giornalisti, l’indignazione pubblica può essere uno strumento potente contro ogni tipo di ingiustizia, dalla violenza istituzionale alla discriminazione razziale, fino all’avvelenamento dell’aria attraverso l’inquinamento. Spesso la rabbia alimenta il buon giornalismo, guidando e sottolineando il processo di rivelare ingiustizie, individuare i colpevoli e ottenere giustizia per coloro che hanno subito dei danni.

Non c’è ingiustizia che più necessita della nostra rabbia collettiva di quella relativa al cambiamento climatico. La crescita di questo sentimento può mettere in difficoltà le persone al potere, sia coloro che agiscono in modo blando a causa di interessi nei carburanti fossili, sia quelli che fanno troppo poco per evitare una catastrofe climatica. Può stuzzicare quei politici che considerano vittorie delle deboli promesse e compromessi, come è successo al summit di Glasgow. A riguardo, l’attivista Greta Thunberg lo ha definito “un evento di relazioni pubbliche” dove i leader hanno “creato delle vie d’uscita” così da poter continuare ad approfittare di un “sistema distruttivo“.

Senza questa rabbia collettiva, è troppo facile prendersela con se stessi. Dovrei guidare una macchina elettrica, viaggiare di meno, mangiare meno carne? Dovrei installare i pannelli solari e una pompa di calore efficiente invece di usare il metano per riscaldare casa mia? L’industria dei carburanti fossili ha promosso l’idea della responsabilità personale per ridurre l’inquinamento, e ha promosso anche il continuo senso di colpa che ne scaturisce, che è al cuore della sua campagna decennale per ingannare e confondere il pubblico sul cambiamento climatico. Le aziende petrolifere ci vogliono preoccupati per il nostro impatto ambientale, mentre la nostra indignazione dovrebbe essere diretta a loro e ai politici che le sostengono.

Quindi la mia speranza per quest’anno è che molti di noi si tranquillizzino e facciano sapere a tutti coloro che parlano agiscono per noi, come i funzionari dei governi locali o i rappresentanti federali, quanto siamo arrabbiati a causa della loro scarsa attività per prevenire la catastrofe. Potrebbe fare una differenza maggiore rispetto a qualsiasi altra cosa potremmo fare.

Traduzione di Chiara Romano

Immagine di copertina via twitter.com/cathmckenna

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