Il contrasto al caporalato grazie all’associazione NoCap

Francesco Strippoli, responsabile dei progetti sociali del movimento NoCap, racconta al nostro giornale l’importante lavoro di messa in regola dei braccianti, per il rispetto dei diritti umani e per una filiera agroalimentare davvero etica.

No Cap opera sul territorio affinché lo sfruttamento dei braccianti nel settore agricolo possa diminuire il più possibile. Da quando l’associazione è nata, grazie alla forza di Jean-Pierre Yvan Sagnet, oggi Cavaliere della Repubblica, quali risultati ha raggiunto?

NoCap è stata fondata nel 2017 da Jean-Pierre Yvan Sagnet, intuendo che il problema del caporalato non si potesse affrontare solo da un punto di vista delle vertenze o della protesta. Grazie alla sua esperienza ha individuato un modello alternativo, in cui tu metti sullo stesso piano del contrasto al caporalato e della sensibilizzazione anche sotto l’aspetto di una proposta concreta, etica, da offrire alle persone. Il problema non dipende tanto dall’azienda in sé come tratta o meno dei lavoratori ma è una cosa che è da vedere più in alto perché le aziende si trovano a comportarsi così perché schiacciate dal mercato.

Nel settembre 2019 da Foggia partì l’iniziativa del bollino No Cap, per una filiera etica contro il caporalato. Rispetto a due anni fa quale ruolo ha avuto la pandemia per tutti quei braccianti costretti a lavorare in condizioni terribili, trovando purtroppo in alcuni casi la morte?

Due anni fa per la prima volta sono stati messi allo stesso tavolo tutti gli attori del mondo agroalimentare, che normalmente sono in pesante e violento conflitto tra di loro, con il risultato inevitabile dello schiacciamento dei più deboli. Nella filiera che abbiamo ricostruito, Grande distribuzione, agricoltori e lavoratori si sono riuniti in una sorta di alleanza con l’obiettivo di creare quello che è il “giusto prezzo”, cioè un prezzo del prodotto che possa permettere all’azienda di esistere sul mercato, di non essere schiacciata e vessata, e contemporaneamente ai lavoratori di far valere i propri diritti attraverso il contratto collettivo nazionale. Quindi questa redistribuzione del valore verso il basso permette la sostenibilità economica dell’azienda ed il rispetto dei diritti e della regolarità dei contratti (orari, retribuzione, contributi, malattia, etc.). La sostenibilità sociale ed ambientale non possono esistere senza la sostenibilità economica. La GDO in questo modo cede ricchezza e potere e la torta si redistribuisce equamente.

No Cap non vuol dire solo Sud: il bollino dell’associazione è presente anche in alcune regioni del Centro e Nord Italia ed è possibile rintracciare i punti vendita con una mappa di Google realizzata ad hoc. Rispetto a questa diffusione in tutto il Paese, puoi spiegare ai nostri lettori qual è per No Cap il significato di “consumo critico”?

Una volta che hai creato questa filiera, che i soggetti del settore agroalimentare si ritrovano sullo stesso piano, permettendo il rispetto dei contratti e quindi il rispetto dei diritti, ne beneficiano anche i consumatori. NoCap porta avanti la tematica della sensibilizzazione, cioè dire ai clienti, alle persone, ai cittadini, che cosa vuol dire consumare un prodotto che rispetti la dignità, i diritti e tutti gli standard contrattuali, rispetto all’acquisto di una passata di pomodoro che dietro invece ha una filiera sporca e che schiavizza. In conclusione il danno è per tutti, il prodotto non è di qualità, ci sono evasioni fiscali, evasioni contributive, foraggiando in questo modo le mafie. Invece, un consumo critico e politicizzato fa sì che diventi un sistema più giusto e più equo. Quindi NoCap mette il suo bollino, il suo marchio sui prodotti che vengono realizzati dalle aziende della nostra rete e il consumatore andando al supermercato ha la possibilità di vedere i prodotti che hanno il bollino NoCap, decidendo così di acquistare un prodotto sapendo che vengono rispettati i diritti umani.

Avete aperto una selezione per l’assunzione di 50 persone, provenienti dai diversi ghetti della provincia di Foggia, per la raccolta dei pomodori per la campagna 2021-2022. Quanto è importante, sembra assurdo dirlo nel Terzo Millennio, dare una possibilità a chi viene schiavizzato quotidianamente sotto i nostri occhi?

Quest’anno siamo andati a incontrare i lavoratori per questa stagione della raccolta dei pomodori direttamente nei ghetti. Abbiamo fatto delle assemblee pubbliche, abbiamo ascoltato, abbiamo preso i nominativi di tantissimi ragazzi per arrivare ad assumerne una cinquantina, che sono stati contrattualizzati. La normalità del settore agroalimentare vede invece lavorare le persone in nero o in “grigio”, cioè con finti contratti che poi nascondono in realtà tanto sfruttamento, con turni di 10-12 ore, quando il contratto collettivo nazionale in campagna ne prevede al massimo sei e mezza e chiaramente una precisa retribuzione.

Che tipo di operazioni portano avanti le forze dell’ordine per contrastare il caporalato, supportando, da questo punto di vista le vostre attività?

Le forze dell’ordine riescono anche ad arrestare, a sequestrare aziende che sfruttano, quindi il lavoro da parte della magistratura c’è. Chi vive qui ha modo di leggere almeno una volta a settimana di importanti arresti relativamente al caporalato. Quello che è sempre mancato è un lavoro dal punto di vista della proposta, dell’alternativa, ed è quello che permette poi anche ai cittadini di prendere delle posizioni, di fare delle scelte sane e anche alle aziende di avere un’alternativa rispetto a quello che offre il mercato, soprattutto rispetto alla grande distribuzione, come per esempio la pratica sleale del commercio con aste a doppio ribasso, etc. Con il bollino NoCap le aziende invece sono salve dalla possibilità di essere vessate dalla grande distribuzione perché le pratiche commerciali sleali, una quindicina, sono vietate. Il prezzo grazie al lavoro di NoCap non lo fa più fa il compratore, cioè i supermercati, ma lo fa il fornitore, lo fa chi sta producendo il prodotto. Per fare un esempio, a meno di 80 centesimi la passata di pomodoro non può scendere, per applicare i contratti, per rispettare tutti gli standard qualitativi e via dicendo. Questo settore è malsano, è perverso proprio perché si è arrivati al punto che la grande distribuzione è così potente da chiedere dei prezzi estremamente bassi e poi devono essere le aziende agricole che si devono adattare a questi prezzi, arrivando a sfruttare.

Quali altri servizi mettete a disposizione per strappare le persone al caporalato?

NoCap non si occupa solo dell’aspetto contrattuale, si occupa anche dei servizi collaterali, come la ricerca di alloggi dignitosi per i lavoratori, dato che la vita nei ghetti è peggiore di quella del proprio luogo di provenienza, in particolare dall’Africa, con situazioni di povertà e /o guerra. E poi c’è la questione del trasporto per il luogo di lavoro e ritorno: per esempio, se viene fatto un contratto regolare a un lavoratore ma lui non sa come spostarsi, per andare in campagna non prende i mezzi pubblici o ha la macchina, si ritrova a chiamare il caporale, vanificando così tutto il resto. La nostra organizzazione invece si occupa anche della logistica, in modo tale che non ci si ritrovi nuovamente a uno stato di dipendenza/schiavismo.

Intervista a cura di Graziano Rossi con la collaborazione di Sara Concato

Immagine di copertina via facebook.com/NOCaporali

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