Il ritorno in piazza di Fridays For Future

Ieri lo sciopero globale per il clima. Solo in Italia oltre 100mila persone in quasi 100 piazze per chiedere che crisi climatica e ambientale vengano affrontate realmente. La nostra intervista a Filippo Sotgiu, uno dei portavoce di Fridays For Future Italia.

A oltre un anno e mezzo dall’inizio della pandemia di COVID-19 quanto è importante mettere ancora di più in risalto il peggioramento della crisi climatica con sempre più eventi estremi, come confermato anche dall’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)?

Ora più che mai, continueremo a tornare in piazza finché non ci si adeguerà ai target scientifici. Si sta agendo guardando al 2050 ma il nostro orizzonte principale di intervento, per ragioni storiche e tecniche, è il 2030. Per raggiungere riduzioni al 80% in questo decennio serviranno proposte radicali che cambino profondamente il lavoro, la governance degli stati e i sistemi di partecipazione, il nostro sistema produttivo.

La COP26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow in Scozia tra il 31 ottobre e il 12 novembre 2021, si avvicina sempre di più. Fridays For Future cosa chiederà ai rappresentanti dei Paesi partecipanti, in particolare quelli del Nord globale? Tra i punti del vostro messaggio ai leader mondiali c’è anche la richiesta di garantire i diritti umani dei rifugiati climatici nel diritto internazionale.

Innanzitutto di rispettare gli impegni presi: il green fund che doveva gestire i 100 miliardi annui di aiuti è altamente sottofinanziato e con una gestione fallimentare; bisogna creare le condizioni per i Paesi del Sud del mondo per una vera transizione giusta e autonoma. Poi in vista della COP26 abbandonare i mercati di credito del carbonio in toto, non solo l’ipotesi del suo ampliamento che includa i settori del trasporto e dell’agricoltura. I movimenti e le associazioni di quei Paesi hanno d’altronde avanzato già delle proposte.

Il vostro movimento ha integrato nel proprio linguaggio il concetto di “giustizia climatica intersezionale”. Di cosa si tratta?

Solitamente si pensava alle questioni ecologiche, razziali, di genere, lavorative come separate, spesso anzi in competizione per creare una scala delle priorità. Il cuore dell’intersezionalità è invece lo stesso dell’ecologia inteso in senso ampio: trovare soluzioni olistiche, quelle pensate dentro sistemi complessi e le loro connessioni. Spesso infatti le soluzioni per la giustizia sociale sono le migliori anche per le singole vertenze, come ormai nutriti studi nei vari campi hanno dimostrato.

Intervista a cura di Graziano Rossi

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