Nicaragua, il presidente Ortega elimina la concorrenza

Il Presidente in carica punta alla quarta elezione, reprimendo manifestazioni in piazza e arrestando politici e attivisti all’opposizione.

Nicaragua, OrtegaIn Nicaragua esiste una legge, la Treason Law, ovvero la Legge sul tradimento, con cui si tutela la Repubblica da “qualsiasi atto che possa ledere la sua indipendenza, sovranità ed autodeterminazione”, per dirla così come cita il testo legislativo. Una legge che permette al Governo di bandire da incarichi pubblici chiunque si renda colpevole di tradimento verso la nazione.

La Treason Law è stata approvata dall’Assemblea Nazionale – organo a maggioranza governativa – lo scorso Dicembre, per proteggere il Paese da “Terroristi, complottisti e golpisti” prevedendone una condanna fino a 15 anni di carcere. E adesso questa legge permette a Daniel José Ortega di sbarazzarsi di oppositori e possibili rivali nella corsa alla quarta (sì, la quarta) Presidenza – la terza consecutiva. Il giro di vite è presto iniziato, con l’arresto (fino ad oggi) di ben quattordici leader e politici: tra i detenuti ci sono due ex comandanti sandinisti, Hugo Torres e Dora Maria Tellez, ma anche candidati alla presidenza, diretti rivali, come Cristiana Chamorro (politica, figlia della guerrigliera sandinista Violeta), Arturo Cruz (ex ambasciatore), Felix Maradiaga (accademico ed attivista politico), Juan Chamorro (economista) e Miguel Mora (giornalista); stessa sorte è toccata ai leader dell’opposizione Margarita Vigil e Suyen Barahona.

Continua, in questo modo, la corsa al potere di Ortega: 75enne, rivoluzionario sandinista che depose il dittatore Somoza nel 1979, fu eletto presidente per la prima volta nel 1985. Dopo il primo mandato seguirono anni di opposizione ma nel 2006 ritrovò la carica per essere confermato, anche grazie ad una legge del 2014 che tolse ogni limite di rielezione, nel 2011 e nel 2016. Le prossime elezioni si terranno a Novembre: se rieletto, Ortega sarà alla guida del Paese da oltre vent’anni.

Ma l’esito delle urne, questa volta, in Nicaragua è tutt’altro che scontato: l’Ortegaismo perde colpi, negli ultimi mesi è stato fortemente contestato e questo, Ortega, lo sa bene. Motivo per cui cerca una conferma al di là del volere del popolo e, forse, nonostante il popolo. Infatti, se il primo decennio della sua presidenza è stata accolto con soddisfazione grazie alla crescita economica, da qualche anno la popolazione ha iniziato a manifestare apertamente per le proprie condizioni che hanno subito uno stallo.

Dal 2007 al 2017, il governo ha attratto aziende straniere per creare produzione, ottenendo una crescita media annua del 5,2% (dati dell’Istituto Fiscale dell’America Centrale) ben al di sopra di altre economie limitrofe. Ma l’idillio è terminato nel 2018, inizialmente per riformare il sistema pensionistico. Manifestazioni pacifiche represse dalle forze dell’ordine e sfociate in 400 morti e migliaia di feriti: repressione che ha inasprito gli animi, a quel punto, non più disposti a tollerare diffusa povertà e bassi salari.

Quell’anno, il PIL è sceso del 3,4% e la situazione non è migliorata nel 2019, quando si è registrato un calo del 3,7%. La pandemia del periodo successivo, accompagnata dagli uragani Eta e Iota, ha fatto il resto. Il sistema produttivo su cui tanto si era puntato non ha retto e l’indice di povertà che l’anno precedente era al 13,5% in pochi mesi è passato al 14,7%: ovvero 90.000 persone in più al di sotto della soglia minima (dati Banca Mondiale). Con questo scenario, la rielezione è a rischio e le modalità di risposta governative, tra repressione e messa al bando di oppositori e concorrenti, crea un clima di incertezza politica ed economica che sfiducia gli investitori, allontanandoli.

L’escalation repressiva, che Ortega giustifica perché “i manifestanti erano guidati da terroristi che tentavano un colpo di Stato nei miei confronti”, del resto, ha suscitato critiche sia in casa che all’estero. L’Organizzazione degli Stati Americani ha richiesto il rilascio immediato degli arrestati, che definisce prigionieri, mentre Argentina e Messico hanno già fatto rientrare le relative delegazioni in Nicaragua perché “Il Governo ha messo a rischio l’integrità e la libertà di varie figure dell’opposizione, attivisti e uomini d’affari nicaraguensi” mentre le due parti sostengono “il rispetto dei diritti civili e della libertà di espressione politica”.

Una escalation di aggressività che solamente si motiva con il timore di perdere terreno e mancare la rielezione: ma la strategia dittatoriale rischia di portare il Nicaragua all’isolamento internazionale.

Sara Gullace

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