Nicaragua, cresce la tensione contro Ortega

Manifestazioni, scioperi e repressioni violente proseguono da oltre un mese. Una negoziazione con il governo di Daniel Ortega sembra lontana
Ortega

Un cartello raffigurante Ortega e Murillo, con scritto «Ricercati per aver distrutto un paese. Ricompensa: un Nicaragua libero», il 23 aprile a Managua, Nicaragua (fonte immagine via Twitter.com/LaCausaR_ESP)

In Nicaragua, il dialogo tra parte civile e presidente della Repubblica Daniel Ortega si sta rivelando un braccio di ferro. Entrambe le parti rimangono ferme nelle loro posizioni: da un lato, la popolazione richiede innanzitutto l’immediata fine della repressione violenta delle proteste iniziate oltre un mese fa contro la politica di Ortega; dall’altro, lo stesso Presidente accusa la controparte di vandalismo e rappresaglie contro l’ordine pubblico e non accenna a far retrocedere le truppe sandiniste impiegate sul campo.

La controparte tirata in causa è rappresentata da studenti universitari che in questi giorni si sono fatti portavoce e promotori della ribellione – ad essi si sono poi uniti pensionati, contadini e impresari, che hanno dato vita ad uno sciopero che, con il trascorrere dei giorni, è diventato nazionale. In questa situazione, sarà difficile che si arrivi brevemente ad un accordo

Sul tavolo della trattativa, i civili hanno inserito la ritirata delle forze armate, l’intervento della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) e dell’ONU, il rilascio dei prigionieri politici e dei desaparecidos, gli “spariti” della politica dittatoriale di Ortega. Raggiunti questi obiettivi primari, potrà attenuarsi l’attuale crisi politica. Il fine ultimo delle manifestazioni, però, sono le dimissioni di Ortega e del “suo” vicepresidente attuale che – e questo la dice lunga selle condizioni politiche del Nicaragua – è la sua stessa consorte, Rosario Murillo, anche lei nell’occhio del ciclone.

Il presidente in carica è accusato di essere venuto meno ai principi democratici e dello stato di diritto previsti dalla Costituzione, avendo accentrato i poteri politici e modificato lo schema elettorale. Daniel Ortega, ex guerrigliero del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale è in carica alla Presidenza della Repubblica per la seconda volta (il primo mandato era stato compiuto tra il 1985 ed il 1990) dal lontano 2007, grazie ad un emendamento costituzionale da lui stesso voluto per poter procrastinare il proprio mandato.

Le tensioni di cui dicevamo risalgono ad oltre un mese fa. Da quando, infatti, il Nicaragua vive un forte periodo di tensione: ad oggi si contano almeno 58 morti ed altrettante decine di feriti nelle manifestazioni scoppiate a Managua, la capitale, e che poi si sono estese in buona parte del Paese, come Masaya, Matagalpa, Leon e Rivas.

Lo scorso 20 Aprile migliaia di persone erano scese nelle piazze della capitale per protestare contro una riforma fiscale attuata dal Governo in modo unilaterale, senza interrogazione elettorale. La riforma in questione prevedeva l’aumento della contribuzione da parte di privati ed aziende (era previsto +5%) per rimpinguare l’assistenza pensionistica. Nonostante forze armate e Presidente avessero assicurato un intervento non violento sulle piazze, le giornate di protesta si sono concluse, come dicevamo, con decine di morti e un numero ancora più ingente di feriti.

Da qui, la scintilla per l’ondata di dissenso che ha unito studenti, imprenditori e rappresentanti di organizzazioni civili, scesi in strada per manifestare contro la presidenza Ortega e la sua repressione. La risposta governativa non ha accennato ad affievolire i metodi di confronto, inasprendo, così, ulteriormente gli animi.

Già ritirati i piani di riforma, la scorsa settimana Ortega si è visto costretto a chiedere aiuto alla Comunità Episcopale Nicaraguense (CEN), sperando in una mediazione con la parte civile per definire un possibile dialogo e mettere fine all’insurrezione. Ad oggi la Chiesa locale ha chiesto lo stop della repressione violenta del Corpo Militare e dell’impiego della Polizia Nazionale nelle manifestazioni, così come di garantire l’incolumità dei manifestanti ed il diritto alla protesta pacifica. Un’altra richiesta al tavolo della trattativa è stata la protezione dei funzionari pubblici, il loro diritto al dissenso rispetto al pensiero di Ortega e la possibilità di non partecipare alle manifestazioni istituzionali senza temere ripercussioni sul posto di lavoro.

Per ora, l’unica concessione di Ortega alle richieste episcopali è stata quella di lasciare accedere la CDHI in Nicaragua per un’interrogazione sui recenti fatti. Concessione arrivata negli ultimi giorni, che ha fatto seguito a due precedenti dinieghi. La CDHI, arrivata sul territorio lo sorso giovedì, ha ricevuto 3000 denunce da parte civile ed ha confermato la condizione di violazione di sicurezza e diritti umani della popolazione: iniziando per l’uso vessatorio di armi da fuoco, dalla mancanza di assistenza ospedaliera per i feriti e, addirittura l’assenza di adeguati esami post mortem sulle vittime di questi giorni. Si tratta di gravi atti contro i diritti umani, che si sommano a quelli che violano i diritti civili – perpetrati attraverso la censura dei mezzi di comunicazione e gli arresti dei dissidenti. Finita l’investigazione, la prima necessità raccomandata dalla CDHI è la fine della repressione militare, cui dovrebbe seguire l’istituzione di un ente locale di tutela e monitoraggio dei diritti umani.

Sara Gullace

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