MusicaIn3D: marzo in compagnia di Ghalia Volt, Amerigo Verardi e i God Is An Astronaut

Lontano anni luce dai lustrini di Sanremo 2021, la rubrica #MusicaIn3D di marzo ci trascina nei meandri del rock’n’roll con Ghalia Volt, Amerigo Verardi e i God is an Astronaut

“Rock and roll is here to stay” cantava Neil Young nella sua My My, Hey Hey (Out Of The Blue) e questi tre dischi ci ricordano ancora una volta che il rock è vivo e ricchissimo di sfumature, anche  lontane dal mainstream.

Ho scelto, infatti, per la tripletta di questo mese tre dischi diversissimi ma con una radice comune: partiamo con il rock delle origini o meglio dal blues di Ghalia Volt e il suo One Woman Band per poi passare al lungo e introspettivo disco di Amerigo Verardi, Il sogno di Maila, e chiudere con una delle migliori band post rock in circolazione, i God is an Astronaut e il loro Ghost Tapes #10.

 Ghalia Volt – One Woman Band

Nome sconosciuto in Italia ed è un peccato. Perché la belga Ghalia Volt ha energia e talento da vendere. Si è fatta le ossa come artista di strada e piano piano ha iniziato ad incassare un tiepido applauso dalla critica con i primi dischi con il gruppo  R&B-heavy Ghalia & the Naphtalines per poi consolidare la carriera da solista. Il suo album di debutto è stato Let the Demons Out (pubblicato sotto il nome “Ghalia & Mama’s Boys”) del 2017. Poi si è immersa nella scena blues del sud degli Stati Uniti con un disco, Mississippi Blend (2019), che ha preso vita proprio lì, nei pressi di Coldwater cittadina della contea di Tate, Mississippi.

Con One Woman Band Ghalia ha trovato decisamente la sua strada suonando tutto da sola (complice la pandemia Covid-19) e tirando fuori un disco di 41 minuti con poche collaborazioni e una post-produzione ridotta al minimo. Tra un calcio al rullante e un accordo strappato con la sua cigar box guitar, Ghalia rievoca la magia e la rabbia dei giorni scuri del blues con sfumature garage rock vecchio stile.

 

Amerigo Verardi – Il sogno di Maila

Se non conoscete Amerigo Verardi e il suo contributo alla musica italiana dagli anni Ottanta vi siete persi un bel capitolo del rock nostrano. Soprattutto per il segno sulla neo-psichedelia che gli Allison Run (la band fondata da Verardi all’inizio degli anni Ottanta) hanno lasciato nella storia della musica del bel paese.

Da allora Amerigo non si è mai fermato né come musicista né come produttore. Ma forse è con Hippie Dixit del 2016, il suo quarto disco da solista, che raggiunge il suo apice artistico. Impresa non semplice se si considera il fatto che le sonorità non erano affatto pop e la lunghezza era decisamente fuori standard per quel periodo (triplo vinile… per il 2016 una rarità discografica).

L’artista salentino torna con un nuovo concept album, Il sogno di Maila, che conta quindici brani e alcuni intermezzi, per 77 minuti totali di musica che nella versione in cd sono racchiusi in un’unica traccia. Una cosa da pazzi se si considera l’andazzo contemporaneo guidato dagli algoritmi di Spotify.

Follia, ma anche carattere. E un ottimo connubio tra ricchezza artistica ed eclettismo racchiuse in un album pieno di sfumature e atmosfere decisamente originali. Una sperimentazione ardita fatta da chi ha tutta la sicurezza del suo bagaglio culturale e non teme critiche.

Coraggioso, malinconico e onirico (forse aggettivo mai stato più ridondante), Il Sogno di Maila è un disco che non ha precedenti in Italia.

 

God is an Astronaut – Tapes #10

 

Sicuramente meno conosciuti dei britannici Mogwai (che, dobbiamo ammetterlo, hanno fatto uscire da poco un gran bel disco con il quale hanno conquistato il primo posto della classifica inglese) i God is an Astronaut sono dei veri alfieri del post rock senza troppi fronzoli. I loro lavori sono caratterizzati da elementi essenziali e ci sono poche variazioni sul tema nei loro 9 dischi in studio (più un paio di EP), ma è proprio questo forse a renderli unici.

Tapes #10, pur contenendo la stessa formula che si basa su chitarre distorte e detonazioni controllate, può contare su una linea più hard e metal rispetto ai lavori precedenti.

Meno pretenziosi e meno ricchi di sonorità confondenti come i Mogwai, i God is an Astronaut meriterebbero davvero un posto in primo piano per questo genere. Sono post rock puro e non cadono nella trappola di dover infarcire con elementi mainstream i loro lavori per risultare più “gradevoli”.

Ho avuto il piacere di vederli dal vivo nel 2018 in Italia e posso dire che, oltre ad essere stato travolto da un muro di suono, sono talmenti bravi da suonare dal vivo come suonano nei dischi. Oltre a Tapes #10, consigliatissimo l’ascolto di The End of the Beginning che è il loro primo disco, God is an Astronaut del 2008 ed Epipath del 2018.

 

 Rock and roll can never die.

Damiano Sabuzi Giuliani

Potrebbero interessarti anche...

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: