Contenuti digitali e inclusione: intervista a Ilaria Galbusera

Il COVID-19 ha cambiato radicalmente il nostro modo di comunicare, soprattutto per chi ha difficoltà, come le persone con disabilità. Ma come è vissuto questo periodo da chi può trovare in tutto questo un ostacolo, anziché un vantaggio? Ne abbiamo parlato in un’intervista con Ilaria Galbusera, disability manager e giocatrice della Nazionale femminile di pallavolo sorde

Non viviamo più in un “media-evo” ma in una società dove la digitalizzazione occupa un ruolo importante, se non fondamentale, a livello globale. La pandemia di COVID-19 ha sicuramente accelerato questo processo rivoluzionando il nostro modo di comunicare.

Mi sono imbattuta nelle storie della deliziosa pagina Instagram “Flavourite Place” e sono rimasta colpita da un argomento che, troppo spesso, passa inosservato: le difficoltà per le persone sorde di avere a che fare ogni giorno con dei post multimediali di difficile (se non impossibile) comprensione, dovuta all’assenza di sottotitoli.

In un’era digitale e soprattutto in un anno in cui la digitalizzazione ha visto su scenario mondiale un via libera senza precedenti, non possiamo non accendere i riflettori su un tema così importante. Ho avuto il piacere di parlare di digitalizzazione, social e inclusione sociale con Ilaria Galbusera.

Classe 1991, bergamasca, capitana della “Nazionale Italiana pallavolo sorde”, di recente ha partecipato al Web Marketing Festival affrontando, nelle vesti di Disability Manager, proprio il tema delle difficoltà per le persone affette da sordità in questo periodo di emergenza.

Ilaria, di recente è stato lanciato l’hashtag #IGsottotitoli per promuovere l’uso di sottotitoli in particolare nelle Stories di Instagram. Come è cambiata la tua vita in questo periodo in cui tutto ormai è digitale e molti contenuti passano attraverso i social?

L’iniziativa #IGsottotitoli è stata lanciata da Martina Rebecca Romano, una mia cara amica e collega, anche lei attivista che combatte per i diritti delle persone sorde. Stiamo attraversando tutti quanti un momento particolare. In un periodo dove tutto è digitale e molti contenuti passano attraverso i social (che spesse volte non sono accessibili), ci sono molte difficoltà di comunicazione che io, come per la maggior parte delle persone sorde, ho dovuto affrontare, ma che continuo e continuiamo ad affrontare ogni giorno.

L’iniziativa di Martina vuole sensibilizzare sulla mancanza di accesso ai contenuti delle storie, dei video, dei reels pubblicati dagli influencer e non solo, in una piattaforma come Instagram che ad oggi veicola informazioni importanti, ma anche per sottolineare quanto di bello è stato fatto, con la speranza che possa diventare presto la “normalità” e non più un’eccezione dettata dal periodo. In fondo, garantire i sottotitoli ai contenuti, può dare, senza dubbio, una comunicazione più empatica, utile non solo alle persone sorde, ma anche a tutte quelle persone con altre disabilità che non possono ascoltare l’audio, per esempio le persone autistiche.

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Ilaria Galbusera con la maglia azzurra (fonte immagine: donnaglamour.it)

Pensi che le persone siano sufficientemente sensibilizzate sul tema della Lingua dei Segni e in generale delle questioni legate a chi è affetto da sordità? 

In un mondo dove sono veicolate tante informazioni, sul mondo della sordità purtroppo ci sono ancora tanti pregiudizi e stereotipi duri a morire. Stereotipi che, insieme, cerchiamo di combattere con la giusta sensibilizzazione sul tema. C’è ancora tanto lavoro da fare, per costruire una società sempre più inclusiva che non abbia alcuna barriera architettonica e culturale.

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Ilaria Galbusera con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella durante l’evento in cui è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Fonte immagine: https://www.facebook.com/ilaria.galbusera)

Questo in cui ci troviamo è un periodo molto delicato anche per lo sport. Tu giochi nella Nazionale Italiana Pallavolo sorde, che nel 2019 ha vinto gli Europei di categoria e nel 2017 ha conquistato l’argento alle Olimpiadi. Cosa ha significato per te riuscire a raggiungere l’obiettivo di giocare in maglia azzurra? 

Siamo momentaneamente ferme per l’emergenza COVID-19, purtroppo sono stati sospesi i Mondiali che per la prima volta si sarebbero tenuti in Italia. Piccoli segnali di ripresa però si vedono, siamo fiduciose e con un’enorme voglia di tornare presto in campo, anche perché ci aspetta una grossa sfida l’anno prossimo: le Deaflympics in Brasile. Premesso che amo molto lo sport, lo sport per me è vita. Lo pratico da quando sono piccola e mi ha permesso di essere quella che sono ora. Mi ha permesso di migliorarmi sempre, di mettermi alla prova, di tirare fuori il meglio di me.

Nello sport non esiste il diverso perché lo sport unisce, fa incontrare tra loro le persone nel pieno senso del rispetto. Nuove amicizie, diventate per me importanti, sono nate grazie allo sport. Dà la possibilità ai ragazzi di avere piena autostima, di acquisire sicurezza nelle proprie capacità, come è successo a me. Questo confronto a me è servito molto, in fase adolescenziale, in un periodo che non accettavo la mia sordità. Vedere le altre compagne sorde realizzate nella vita, mi ha permesso di capire che, nonostante il limite, si può fare tutto, si può trasformarlo in un punto di forza e così è stato.

Pertanto giocare in maglia azzurra, ogni volta è un’emozione forte, come se fosse la prima. È la realizzazione di un lungo percorso, la soddisfazione e la consapevolezza di quanta strada è stata fatta per arrivare fino a qui.

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Ilaria Galbusera e le sue compagne nel giorno del trionfo europeo dell’Italia femminile sorde (fonte immagine: Facebook.com/Volleyfemminilesorde

Come state vivendo e affrontando questo tempo in cui c’è meno fisicità, cosa fondamentale in gioco di squadra e soprattutto, periodo in cui c’è più difficoltà a vedere le espressioni e a leggere il labiale a causa delle mascherine?

È dura. Al di là della mancanza della fisicità, cosa comune a molti, oggi ci troviamo spesso in situazioni dove l’accessibilità purtroppo viene meno. Ci mancano l’autonomia e l’indipendenza guadagnata a fatica, in un mondo dove i volti sono coperti dalle mascherine. Ci ritroviamo a dover dipendere da qualcuno o da qualcosa, ad esempio, per capire ciò che viene detto da dietro una mascherina, che spesso non può essere abbassata. Ha rappresentato un enorme disagio, venendo a mancare la comprensione di ciò che dice l’interlocutore attraverso la lettura labiale e/o delle espressioni del viso che sono un importante requisito nella lingua dei segni. Ha rappresentato un ostacolo a prescindere dalla sordità di ognuno, sia con o senza protesi acustiche/impianto cocleare.

Ma una moneta ha due facce: abbiamo anche incontrato tanta umanità e solidarietà, di persone sensibili che si sono rese disponibili a tendere una mano per non farci restare indietro. Ad esempio persone, che con il giusto distanziamento, hanno abbassato la mascherina per farsi capire, o che hanno scritto su pezzi di carta o sul cellulare, oppure ancora hanno utilizzato le applicazioni di trascrizione.

Nel 2016 è uscito “Il rumore della vittoria”, un docufilm in cui vengono raccontate le vite di 6 atleti azzurri con sordità. Com’è nata l’idea di realizzare questo documentario?

È nato da un’idea mia e di Antonino Guzzardi, due giovani sordi appassionati di sport e arti visive. È stato un viaggio attraverso l’Italia, durato più di due anni, dove abbiamo seguito il percorso umano e sportivo di sei giovani atleti sordi che indossano la maglia azzurra. Il tutto con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di cui i media parlano poco e di portare sullo schermo una realtà importante che ancora oggi risulta sconosciuta ai più.

Alice, Anna, Claudio, Loris, Mauro e Pasquale sono i protagonisti, raccontano le loro vite spesso segnate da pregiudizi e stereotipi legati alla loro sordità e di come si ritrovino ad essere invisibili in una società che viaggia di corsa e non presta loro la giusta attenzione. Davanti alla telecamera spiegano poi come lo sport abbia permesso loro di superare queste barriere e degli enormi sacrifici fatti per arrivare a indossare la maglia azzurra, l’ambizione più grande per ogni atleta italiano, accomunati dal desiderio di rivalsa contro la convinzione comune che non ce l’avrebbero mai potuta fare.

C’è qualcosa che vorresti dire, magari anche per incoraggiare chi si trova in difficoltà o a chi, invece, si trova “dall’altra parte”?

Le difficoltà nella vita, qualsiasi esse siano, ci sono. Sempre. Per quanto possa essere a volte difficile, le difficoltà possono essere affrontate. La differenza sta nella capacità di vedere le cose da una certa prospettiva. La forza di volontà, la determinazione e l’autoironia sono state le costanti che mi hanno accompagnato nel mio percorso. Questo approccio alla vita mi ha permesso di capire che, nonostante il limite, si può fare tutto, si può trasformarlo in un punto di forza e così è stato.

Intervista a cura di Giada Giancaspro

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