Comunicatori fantastici e dove trovarli

Sulla comunicazione, anche e soprattutto in virtù della sua risonanza dirompente e della sua evoluzione. Sulla banale ma non scontata importanza delle parole. I casi Poletti, Serracchiani, Salvini & co e dell’arcivescovo di Ferrara

di Alessandra Lunetta
su Twitter @MurielMiyabi

È da un po’ di tempo che penso di scrivere questo articolo; poi, per vicissitudini personali, ho dovuto lasciarlo da parte, pensando anche che il tema non fosse più attuale, a maggior ragione, considerando la folle velocità a cui ci sottopongono il web, i social network e i perenni sbalzi dell’informazione, in viaggio continuo su una carrozza delle montagne russe.

Bene, ma di cosa stai parlando? Chi è il soggetto? Guarda che non ti stai facendo capire!”, vi starete domandando. Ah, la comunicazione, croce e delizia dell’essere umano, di alcuni soprattutto. Già, perché le parole sono importanti, in particolar modo se rappresenti un’istituzione, un partito, una regione, la Chiesa. Andiamo con ordine.

27 marzo 2017. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (PD), in un incontro sull’alternanza Scuola – Lavoro con i giovani studenti dell’Istituto Tecnico professionale Manfredi – Tanari di Bologna, sostiene che “il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale”, e che si creano più opportunità a giocare a calcetto che a mandare in giro i curricula”.

12 maggio 2017. Debora Serracchiani (PD), Governatrice del Friuli-Venezia Giulia, commentando lo stupro subito il 10 maggio da una minorenne a Trieste, di cui è stato accusato un cittadino iracheno che ha chiesto asilo nel nostro Paese, dichiara: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza”.

23 maggio 2017. Monsignor Luigi Negri, arcivescovo uscente di Ferrara, rivolgendosi alle giovani vittime dell’attentato di Manchester declama: “Figli miei, siete morti così, quasi senza ragioni come avevate vissuto. Non preoccupatevi, non vi hanno aiutato a vivere ma vi faranno un ‘ottimo’ funerale in cui si esprimerà al massimo questa bolsa retorica laicista con tutte le autorità presenti – purtroppo anche quelle religiose – in piedi, silenziose […] Io spero – aggiunge – che almeno qualcuno di questi guru – culturali, politici e religiosi – in questa situazione trattenga le parole e non ci investa con i soliti discorsi per dire che ‘non è una guerra di religione’, che la religione per sua natura è aperta al dialogo e alla comprensione. Ecco, io mi auguro che ci sia un momento silenzioso di rispetto”.

30 maggio 2017. Matteo Salvini (segretario Lega Nord), in uno dei numerosi post che pubblica abitualmente su Facebook scrive: “Oltre 60.000 clandestini sbarcati da inizio anno (+48% sul 2016), oltre 6.000 minori non accompagnati. 8.100 dalla Nigeria, 7.500 dal Bangladesh, 6.100 dalla Guinea. Zone di guerra? Ma per favore… L’INVASIONE PROSEGUE, mafia e terroristi ringraziano. Lega ultima speranza, elezioni subito! FATE GIRARE questi numeri che le tivù nascondono”.

Lasciando momentaneamente da parte il leader del Carroccio, i casi sopracitati rappresentano tutti esempi di dichiarazioni che hanno scatenato un mare magnum di polemiche. Ci si potrebbe domandare: perché uno sdegno tale e trasversale nell’opinione pubblica? La risposta è semplice: non si tratta di “quattro amici al bar” (“che volevano cambiare il mondo”?) ma di Istituzioni, le cui dichiarazioni, le cui parole, hanno un peso specifico. Bisogna aggiungere un altro piccolo tassello: alcuni hanno concordato con quanto detto, una parte massiccia dell’opinione pubblica ha, per l’appunto, espresso una ferma condanna, una buona percentuale ha trovato giustificazioni nelle espressioni passepartout per eccellenza: “Si è spiegato male” oppure “Non voleva dire questo”.

Debora Serracchiani e Matteo Salvini

Non occorre essere dei guru della comunicazione per sapere che ciò che conta è quanto viene recepito dal destinatario. Dunque i messaggi passati, in sintesi, suggeriscono che il ministro del Lavoro consigli di buttare anni di formazione perché tanto ciò che conta sono le conoscenze, che una governatrice ed esponente del principale partito di centrosinistra (e al Governo) discrimini lo stupro, avvalorando la tesi per cui se sei un richiedente asilo e commenti un reato rappresenti la feccia dell’umanità mentre se sei italiano sei solo un criminale comune, che un arcivescovo condanni ragazzi e ragazze che hanno deciso di assistere a un concerto pop sono senza radici e valori e che esista una guerra tra religioni.

Eppure, chiaramente se solo lo si volesse, basterebbe una maggiore cura. Si tratta di sciatteria pura e semplice? Di ferme convinzioni che emergono come lapsus freudiani? Nel caso di Salvini&Co la psicoanalisi c’entra poco: si parla volontariamente alla pancia del popolo, raccontando, con una certa capacità narrativa, chi sono i brutti, sporchi e cattivi, sulla base di dati statistici che elevano le loro declamazioni allo stato di Pravda, di pura scienza inconfutabile, eco che risuonano in maniera profonda nelle maglie della Rete. Eccoci qui, faccia a faccia con i grandi poteri e le grandi responsabilità dei social network: come non possiamo risentire di uno strumento che ci obbliga a essere convincenti, interessanti, a risultare veri e inattaccabili in 140 caratteri? Vero è che Twitter convive insieme al suo fratello maggiore Facebook, luogo virtuale dove si possono evitare di risparmiare lettere e virgole ma dove, in realtà, post lunghissimi verrebbero letti di meno, perché non si ha tempo, perché comunicativamente parlando occorre selezionare pochi concetti, enuclearli, senza perdersi in sproloqui (da riservarsi in altri momenti, magari nelle adorate bagarre dei salotti televisivi).

E forse abbiamo dimenticato la lezione di Marshall McLuhan, “il mezzo è il messaggio”: la struttura che veicola l’informazione altera o comunque condiziona inevitabilmente il contenuto del messaggio. Dunque mi chiedo come possiamo non essere plasmati da questa dimensione “social”, in cui siamo immersi, volente o nolente, da anni: le “abitudini”, cattive o buone che siano, si portano dietro sia che si parli a un microfono, a un pubblico, o si scriva su Twitter o Facebook, con il rischio, appunto, di incidenti diplomatici inenarrabili, magari neanche rendendosene conto. E questo è forse il problema più evidente: la sottovalutazione (in alcuni casi, il semplice approfittarsi) di questi potenti strumenti è estremamente pericolosa e, dove non arrivano i limiti del mezzo, dovrebbero sopraggiungere quelli del buon senso. Concludendo, dunque, nello iato tra venditori di fumo e pessimi comunicatori bisogna semplicemente ricordarsi che la “techne” deve rimanere al servizio dell’uomo (e non il contrario), e un’ultima semplice banalità: prestare attenzione alle parole.

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