Il responsabile degli abusi domestici è la violenza maschile: perché i media non lo riconoscono?

Il giornalista David Challen si è battuto con successo per liberare sua madre da un’accusa di omicidio facendo sì che venissero considerati anche gli abusi coercitivi da lei subiti ad opera del marito. Ad oggi, Challen continua a lottare contro la violenza sulle donne e a battersi perché i media riconoscano la vera causa degli omicidi femminili: la violenza maschile

A maggio di quest’anno, Claire Parry è stata strangolata a morte da Timothy Brehmer, 41 anni, in un parcheggio in Regno Unito. Era una infermiera che aveva aiutato molte persone durante i suoi 20 anni di carriera. È stata uccisa da un uomo che voleva farla stare zitta. Una madre affettuosa e amata, Claire, 41 anni, lascia due figli piccoli“. Questo è il modo in cui sarebbe dovuta essere riportata la notizia della morte di Claire Parry, dovuta a violenza maschile. Invece, i titoli britannici recitavano: “Donna strangolata da amante agente di polizia aveva tramato di rovinarlo” (BBC News). Bournemouth Eco, invece, riportava: “L’accusato: non sono una cattiva persona”.

Dopo una fervente risposta pubblica negativa, la BBC aveva cambiato il titolo. Le rimostranze erano state ascoltate dal programma Newswatch, dove gli editori hanno risposto ai lettori dicendo che “il titolo includeva una citazione che era stata letta in tribunale e considerata una prova”.

La Parry e Brehmer – un ex agente di polizia – erano amanti da lungo tempo. Il giorno dell’omicidio, la Parry aveva preso il telefono dell’uomo e aveva mandato un messaggio a sua moglie, rivelando la loro relazione. Brehmer ha dichiarato di averla strangolata durante un “momento di confusione” nella sua macchina. Ha ammesso l’omicidio volontario, ma ad ottobre il giudicelo ha assolto dall’accusa di omicidio premeditato e lo ha condannato a 10 anni e mezzo in carcere.

Si colpevolizza la donna morta e si evita di nominare la causa: la violenza maschile.

Questa è l’ultima di una serie di notizie dal Regno Unito che quest’anno hanno indignato gli enti di beneficienza contro gli abusi domestici e gli attivisti come me a causa del modo in cui i media riportano gli avvenimenti. Le storie dietro questi titoli si concentrano sulle attività della vittima che hanno portato all’uccisione, e proseguono lodando il bel carattere del colpevole, che è dispiaciuto delle sue azioni.

Nel mondo, da quando per fermare la diffusione del COVID-19 città e nazioni sono andate in quarantena, le vittime di abusi domestici sono state messe a rischio. Intrappolate in casa coi loro aguzzini. I verbali relativi a questi eventi hanno cominciato ad aumentare a dismisura. Brasile, Francia, Cina e Regno Unito hanno evidenziato un aumento delle richieste di aiuto di oltre il 60%. Nel mezzo del lockdown, ad aprile, solo in Regno Unito 3 donne sono morte ogni settimana.

La pandemia ha messo in evidenza le esperienze delle vittime di abusi domestici, ma ha anche esposto la riluttanza dei media di indicare la violenza maschile come causa. Ad aprile, uno di questi titoli del britannico Daily Mail è arrivato a indicare la quarantena come motivazione dell’omicidio: “Imbianchino in pensione di 71 anni in difficoltà a causa del lockdown accoltella la moglie e poi si uccide in un omicidio dovuto al coronavirus”.

L’esperienza di Challen

Assicurare che il resoconto degli abusi domestici fatali venga riportato responsabilmente e che venga nominata la violenza maschile è qualcosa per cui mi sono personalmente battuto nella mia vita di attivista. L’anno scorso ho protestato per liberare mia madre, Sally Challen, in uno storico processo che ha riconosciuto gli effetti del controllo coercitivo che il marito aveva avuto su di lei. Abbiamo sottolineato che gli abusi subiti hanno portato ad una perdita di controllo risultata nell’omicidio di mio padre per mano di mia madre. La sua condanna è stata annullata e in seguito è stata condannata per omicidio volontario non premeditato e rilasciata, dopo quasi dieci anni in prigione.

La nostra campagna non ha avuto il solo obiettivo di riconoscere gli abusi di cui mia madre ha sofferto. Abbiamo anche voluto riscrivere i resoconti falsi e deleteri dei media diffusi ai tempi del processo originale, nel 2010, che la avevano rappresentata come una “moglie gelosa”. Per me, è stato essenziale indicare la violenza maschile come fattore contribuente.

Cosa succede nel resto del mondo

In Bangladesh, le aggressioni sessuali e gli stupri sono aumentati negli ultimi mesi, fino ad arrivare a 630 casi tra aprile e agosto. Questi numeri hanno fatto scendere migliaia di persone per strada per protestare e chiedere alle autorità di prendere provvedimenti. Una problematica fondamentale del perseguire tali violenza sta nel tabù culturale e nell’incapacità di indicare la violenza maschile come causa. Questo problema è esacerbato dall’abitudine a colpevolizzare le vittime, diffusa in una società che preferisce chiedere a una donna cosa stesse indossando in quel momento.

Il fallimento dei media di riconoscere responsabilmente la violenza maschile nelle storie di abusi contro le donne ha un effetto devastante non solo sulle vittime, ma anche sulle loro famiglie. Nel 2012, Ian Hope, 53 anni, ha ucciso a coltellate Sarah Gosling, 41 anni, la sua fidanzata. I media britannici avevano dato importanza all’omicida, qualcosa che il fratello della vittima, Andrew Bernard, non riesce ancora a capire. Bernard, che oggi parla agli adolescenti degli abusi domestici, ha dichiarato: “Una persona che è imputata in un processo di omicidio volontario o premeditato è già in vantaggio, perché è qui. Hanno l’opportunità di esprimersi sul caso”.

Di recente, la BBC ha dovuto rimuovere il trailer del suo nuovo documentario “The Trials of Oscar Pistorius”. La società si è anche dovuta scusare poiché non aveva fatto il nome di Reeva Steenkamp, la 29enne della cui morte era stato accusato l’atleta nel 2014. Nei due minuti di trailer e nel comunicato stampa si dava voce all’omicida, Pistorius, lodando la sua storia come “straordinaria” e i suoi successi come “motivanti”. June Steenkamp, la madre di Reeva, aveva espresso la sua indignazione per il film, che ha dato all’atleta un nuovo palcoscenico. La donna ha dichiarato di essere “disturbata dal fatto che nessuno avesse detto niente su mia figlia. Lei è morta… la sua vita valeva tutto”.

Le voci degli autori degli abusi sono diventate, in modo schiacciante, la voce imponente nelle storie di violenza maschile. I redattori di notizie devono riconoscerlo e devono smettere di dar loro importanza.

Le linee guida della Level Up

In un tentativo di contrastare questa tendenza, l’organizzazione femminista Level Up ha sviluppato delle linee guida per i media per aiutare a combattere i resoconti indecorosi di abusi domestici letali. L’anno scorso, i due maggiori enti di controllo della stampa britannici, IPSO e IMPRESS, hanno adottato tali regolamenti. Level Up è riuscita a fornire un quadro di riferimento importante per riportare in modo responsabile le notizie di violenza domestica. Janey Starling, direttrice dell’organizzazione, offre ora speranza ai media che hanno il potere di riportare in modo responsabile la violenza maschile.

I giornalisti hanno il potere di ridurre drasticamente il numero di donne uccise, ma solo se cominciano a cambiare l’inquadramento di tali morti” ha dichiarato. “La dignità delle vittime deve essere al centro di ogni resoconto di abusi domestici letali, e gli autori dovrebbero essere considerati responsabili delle loro azioni. Non cercate di spiegare un omicidio in base alle azioni della donna che lo avrebbero presumibilmente scatenato”.

Chi chiamare in Italia in caso di violenza sulle donne

In Italia, per i casi di violenza sulle donne è possibile chiamare il Numero Nazionale Antiviolenza Donna 1522. È gratuito, disponibile a tutte le ore e garantisce assistenza in diverse lingue. Per identificare il Centro Antiviolenza più vicino, è possibile visitare il sito direcontrolaviolenza.it.

In caso di pericolo immediato, rivolgetevi alle Forze dell’Ordine o al Pronto Intervento. I Carabinieri sono raggiungibili al numero 112 e la Polizia di Stato al 113. Per le Emergenze Sanitarie contattate il numero 118.

 

Traduzione di Chiara Romano via aljazeera.com

Immagine di copertina via regionelombardia.it

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