“Fino all’alba”, fiaba moderna sulla difficoltà di essere madre

“Fino all’alba” è un romanzo che si infila nelle pieghe della maternità. Carole Fives ci tiene in ansia fino al finale non scontato

fino all'albaQuando scrivo di libri cerco sempre di guardarli da una certa distanza. Voglio essere lucida nell’analisi di un testo e cogliere gli aspetti che di esso funzionano o meno, al di là della simpatia o antipatia dei personaggi o della vicinanza personale al tema trattato. Credo che questo sia tanto più necessario quando un romanzo, come Fino all’alba (Einaudi, 2020), si impregna di temi spesso controversi.

Carole Fives scrive un romanzo breve, forse un racconto lungo, che si infila nelle pieghe della maternità

Credo che in molti (genitori e non, tanto più probabile se avete superato la trentina) abbiano sperimentato almeno una volta nella vita quella intrusione fastidiosa del mondo esterno nel proprio privato. Quella intrusione per cui tutti sembrano avere qualcosa da dire o pretendono di saperne più di voi su come si gestisce o non si gestisce un figlio, su cosa è meglio fare o non fare, anche sull’opportunità di avere o non averne di figli. 

Nel trovarsi davanti una donna come la protagonista del libro – che ha un figlio e che vorrebbe ritagliarsi uno spazio per essere una persona oltre che una madre -, non è detto che il lettore si trovi in quella fetta di popolazione che comprende quella donna. Potrebbe bensì trovarsi nell’altra fetta di popolazione, quella che non può comprenderla. Credo però che opinioni personali sul come si dovrebbe essere madre non dovrebbero inficiare il giudizio verso il romanzo in sé. 

Carol FIves

Fonte: Le Maine Livres

La protagonista – un protagonista senza nome – ha un bambino – un bambino anch’egli senza nome – di circa due anni. E’ una madre single perché il padre ha visto bene di darsela a gambe il prima possibile. 

Non c’è un padre. Non ci sono i nonni (compare un paio di volte, severo, un nonno materno che vive lontano). All’inizio non c’è nemmeno un asilo nido. Una madre da sola e senza rete, dunque. Nel mezzo un lavoro da grafico freelance da svolgere. Un lavoro che trova scarso spazio nella routine a ciclo continuo di una madre con un bimbo piccolo. 

La protagonista si sente soffocare. E la scrittura è efficacissima nel dare corpo a questa routine che va avanti senza soluzione di continuità tra gioco, pappe, bagnetti, ninne. Una routine che non si ferma nemmeno quando il bambino dorme perché a quel punto c’è una casa da riordinare, un lavoro da fare, la giornata di domani da immaginare per riuscire a incastrare tutto.

Ed è efficace anche nel creare tensione nella narrazione fino alle ultimissime pagine di pari passo con gli eventi.

Sì, perché per non soffocare e sopravvivere la protagonista esce mentre il bambino dorme. Per fare due passi, per respirare un po’ d’aria, per sbirciare nelle vite altrui attraverso le finestre aperte.

La prima volta sono 5 minuti, giusto il giro dell’isolato. Poi 10. Poi venti. E il bambino dorme nel suo lettino. Ogni volta si spinge un pochino più lontano. Fino a prendere la metropolitana per raggiungere un luogo cui è affezionata. E ogni volta è dilaniata tra questo desiderio quasi ferale di movimento in avanti e il senso di colpa e il timore che contorce lo stomaco al pensiero che il bambino possa svegliarsi. O che possa succedergli qualcosa.

Questo racconto assomiglia per certi versi a una favola. Di quelle che ci raccontavano da bambini. 

Come spesso nelle fiabe, non ci sono nomi. Non abbiamo mai saputo quale sia il vero nome di Cenerentola o di Cappuccetto Rosso. La nonna è semplicemente la nonna. Il cacciatore è il cacciatore.
Come nelle fiabe sappiamo che dovrà succedere qualcosa. Come quella sul bambinetto che gridava al lupo, al lupo. E la tensione cresceva fino ad arrivare al finale.

E il testo è intramezzato proprio da una favola, una storiella in cui una capretta che non vuole più la corda del padrone scappa per mangiare l’erba fresca e ammirare di notte il cielo stellato. Sa che arriverà il lupo ma vuole restare libera.  E quando arriverà il lupo combatterà fino all’alba.

Una testo parzialmente ibrido, dunque. La narrazione principale è intramezzata da passaggi di un testo altro – la storiella sulla capretta – e in cui si inseriscono estratti di chat di forum online attraverso cui si vedono rappresentati i pensieri della società esterna. 

Quella rappresentata attraverso queste chat è prevalentemente una società che, esprimendosi spesso attraverso le voci di altre donne, ancora relega la donna al ruolo di moglie e madre.

Una società in cui il lavoro di cura è sulle spalle delle donne, che giustifica l’assenza e la mancanza di collaborazione da parte dei padri o condanna le donne che non vogliono essere solo madri.
Una società che trova la sua incarnazione fisica nei condomini e nei vicini di casa della protagonista che la giudicano in quanto madre single e la escludono. 

La tensione procede in crescendo fino alla fine, fino all’ultima fuga della madre, fino ad un rientro di corsa immaginando il peggio. E il peggio arriva. Ma non è come credete. Il peggio è un lupo socialmente accettato.

@vivileggiama

Fino all’alba
Carole Fives
Einaudi, 2020
pp.144, € 17

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