L’Europa e il sovranismo che non sfonda

Seppur vittoriosi in Paesi come l’Italia e la Francia, i partiti sovranisti non travolgono l’Europa, che va verso un’alleanza PPE, S&D e ALDE

(Fonte immagine: election-results.eu)

Nonostante il 34,3% della Lega in Italia e il 23,3% del Rassemblement national (RN) di Marine Le Pen in Francia, la temuta invasione sovranista dell’emiciclo europeo non c’è stata: entrambi i partiti, infatti, confluiscono in Europa nel gruppo Europa delle nazioni e delle Libertà (ENL), che ha ottenuto solo il 7,7% delle preferenze – per un totale di 58 seggi – posizionandosi come sesto gruppo parlamentare europeo.

Prima forza del nuovo Parlamento si riconferma il Partito Popolare Europeo (PPE) – del quale fra i partiti italiani fa parte Forza Italia (8,8%, 7 parlamentari eletti) – che ha ottenuto il 23,8% delle preferenze aggiudicandosi 179 seggi, seguito dal gruppo dei S&D (di cui fa parte il PD con i suoi 19 parlamentari, 22,7%) con 153 seggi.

Tuttavia, a differenza del Parlamento uscente, PPE e S&D per raggiungere nella nuova legislatura i 376 seggi, ovvero la maggioranza del Parlamento, hanno bisogno di nuovi alleati che potrebbero ritrovare nei “terzi classificati” del gruppo dei liberali dell’ALDE (109 seggi con il 14,5% delle preferenze) che potrebbero sciogliersi e cambiare veste per accogliere i parlamentari eletti con En marche di Emmanuel Macron.

Meno probabile (ma sulla carta possibile) un’alleanza con i Verdi che, con il 9,2% delle preferenze, si affermano come quarta forza dell’emiciclo europeo ottenendo 49 seggi. Proprio i partiti ecologisti nazionali hanno fatto registrare un exploit inaspettato, che li ha portati ad essere il secondo partito in Germania – dove i Grüne hanno ottenuto il 20,5% dopo la CDU di Angela Merkel (28.9% dei voti), e terzo in Francia dopo Il RN di Marine Le Pen (23,3%) e la coalizione guidata da Macron (22,4%).

Europee 2019

(Fonte immagine: Trevisotoday.it)

A seguire, come quinta forza europea, si trovano i conservatori del gruppo ECR con l’8.4% e 63 seggi: qui confluiranno i 6 parlamentari italiani eletti tramite il 6,5% di Fratelli d’Italia.

Successo in Spagna per i socialisti del PSOE, che si affermano come primo partito nazionale con il 32,8% mentre, sul fronte dei partiti anti-sistema, trionfano il partito Brexit Party di Nigel Farage in Regno Unito (30,8%) – che insieme al Movimento 5 Stelle (14 seggi, 17,1%) confluisce nel gruppo EFDD, settima componente del Parlamento europeo con 54 seggi per il 7,2% di preferenze – e quello di Orbán in Ungheria con il 52,3% dei voti.

Chi per contestare l’Europa, chi per difenderla, queste consultazioni hanno registrato un aumento nella partecipazione elettorale: l’affluenza, infatti, è stata de 50,95% a fronte del 42,61% delle europee del 2014.

Ma quali sono i prossimi passi del nuovo Parlamento? Entro il primo luglio, i vari partiti nazionali che ancora non l’hanno fatto dovranno scegliere e aderire a un gruppo Parlamentare europeo o formarne uno nuovo, composto da almeno 25 parlamentari rappresentativi di 7 Paesi europei. Dal 2 al 4 luglio a Strasburgo, si terrà la prima assemblea plenaria del Parlamento europeo, dove sarà eletto il nuovo Presidente (uscente è l’italiano Antonio Tajani) e il relativo Ufficio di Presidenza. Ogni gruppo parlamentare (o almeno 38 deputati) potrà presentare il proprio candidato.

Successivamente, sarà la volta del Presidente della Commissione europea e della sua squadra di governo. Nel 2014, Jean-Claude Junker è stato scelto tramite il metodo dello “Spitzenkandidat”, il “candidato di punta”: questa prassi prevede che diventi Presidente il candidato individuato dal Gruppo parlamentare più numeroso. Già durante la campagna elettorale, infatti, i vari Gruppi devono indicare un loro candidato alla Presidenza (Junker lo era per il PPE nel 2014): abbiamo quindi i nomi di Manfred Weber per il PPE, Jan Zahardil per i Conservatori e riformisti dell’ECR, Nico Cuè e Violeta Tomic per il Gruppo di sinistra GUE, Frans Timmermans per i S&D, Margrethe Vestager per i liberali dell’ALDE, Ska Keller per i Verdi.

Tuttavia questo metodo, nato per rafforzare il Parlamento – e quindi la volontà espressa dai cittadini europei durante le Elezioni – e bilanciare il peso del Consiglio Europeo, è stato messo in discussione proprio nell’ultima riunione del Consiglio Europeo durante il quale i Capi di Stato e di governo si sono espressi a favore di un’elezione del Presidente della Commissione conforme a quanto scritto nel Trattato di Lisbona, ovvero che il nome del candidato alla presidenza sia proposto dal Consiglio Europeo – non necessariamente fra i “candidati di punta” – che delibera a maggioranza qualificata e confermato dall’Europarlamento a maggioranza dei suoi membri.

Dietro questa scelta c’è infatti la volontà di Francia e Germania, appartenenti a due gruppi parlamentari differenti (rispettivamente il nuovo Gruppo che sorgerà dall’ALDE e il PPE), di non perdere la propria influenza e di indirizzare anche il Parlamento europeo a proprio favore.

Questa nuova Europa sarà in grado di cambiare volto e premiare i tanti cittadini che hanno partecipato alle elezioni, decidendo di cogliere con impegno e serietà le molteplici sfide, come quella ambientale o migratoria, che richiedono una risposta concertata, unica e solidale? Le premesse, purtroppo, non sono delle migliori.

Francesca De Santis

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