Jesse Owens, il “lampo d’ebano” che ha piegato Hitler in terra nazista

Vincitore in terra nemica, amico fraterno del pupillo del Führer e simbolo dei diritti umani e civili: la lotta di Jesse Owens

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Jesse Owens (immagine via frontart.org)

Berlino, Giochi Olimpici 1936: da un lato Tajima, dall’altro Long. Sul podio, il campione Jesse Owens che, attraverso lo sport, è riuscito a piegare il regime nazista con coraggio, forza e passione. Quattro le medaglie d’oro conquistate (record eguagliato, in seguito, alle Olimpiadi di Los Angeles da Carl Lewis, nel 1984). Il 3 agosto conquista la medaglia d’oro nei 100 metri, il 4 nel salto in lungo, il 5 nei 200 metri e il 9 nella staffetta 4×100 metri, entrando nella storia con record olimpici e mondiali.

La sua carriera da velocista e lunghista, però, ha inizio prima di diventare la stella e il mito delle Olimpiadi. Originario dell’Alabama, ha vissuto (come molti ragazzi del suo tempo) il periodo della Grande Depressione, in miseria e povertà. Lustrascarpe, giardiniere, gelataio e fattorino. Sono solo alcuni dei lavori svolti per (soprav)vivere da James Cleveland Owens. È questo il suo vero nome: sarà, in seguito, ribattezzato Jesse dal suo insegnante, a causa del suo accento meridionale nel pronunciare le sue iniziali (JS).

È il 1933 e durante i campionati nazionali studenteschi conquista il mondo sportivo nel salto in lungo; viene ammesso, inoltre, nell’Università statale dell’Ohio, dove può dedicarsi completamente all’atletica. Si è, però, nel pieno della segregazione razziale. Owens si ritrova, così, a vivere con i suoi compagni afro-americani all’esterno del campus universitario in cui, invece, vive il resto degli altri atleti e a pranzare in “ristoranti per soli neri” durante i viaggi con la sua squadra. È il 1935, invece, l’anno del “day of days”, in cui rende noto, Oltreoceano, il suo nome grazie alle vittorie ottenute nei campionati del Middle West presso l’Università del Michigan: in meno di un’ora eguaglia il record mondiale nei 100 metri, nel salto in lungo, nei 200 metri a ostacoli e nella gara dei 200 metri.

Il 25 maggio dello stesso anno, in 45 minuti, al Big Ten meet di Ann Arbor, nel Michigan, si impossessa fieramente del record del mondo (che durerà fino al 1969) di salto in lungo, con 8,13 metri. “Ho sempre amato correre: è qualcosa che puoi fare contando soltanto su te stesso, sulla forza dei tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni“, dichiarerà. A Berlino, il guerriero ricordato da molti come “il lampo d’ebano“, non solo incontra e scopre il suo grande amico Long ma diventa il simbolo della libertà, della lotta dei diritti umani e civili in territorio nazista ma anche nel proprio, battendosi per fare luce sulla propaganda americana. Credeva, infatti, che la situazione degli ebrei in Germania fosse molto simile a quella della sua gente in America. Una (non) vita, dunque, priva di diritti.

Quando venne il momento per le prove del salto in lungo, allibii nel vedere un ragazzo altissimo che saltava quasi otto metri in allenamento. Seppi che era un tedesco, Luz Long; e mi dissero che Hitler l’aveva tenuto in serbo per la vittoria nella gara di salto. Pensai che, se Long avesse vinto, questo sarebbe stato un altro appiglio alla teoria nazista della superiorità della razza germanica“. Tra i due nacque un’amicizia sincera, come poi scriverà poi lo stesso Jesse Owens: “Le amicizie nate sul campo durante le gare sono le vere medaglie d’oro in una competizione, i premi col tempo si consumano, mentre le amicizie non si ricoprono di polvere“.

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Luz Long e Jesse Owens a Berlino ’36 (immagine via facebook.com/IglooSignatures)

Un legame fraterno durato fino alla morte di Long (che avverrà a Cassino da ufficiale dell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale) e anche oltre: “Dove mi trovo sembra che non sia altro che sabbia e sangue. Io non ho paura per me ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli anche che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello, Luz“.

Questa è solo una delle tante lettere che dimostrano il ferreo rapporto tra i due. Dopo la sua scomparsa, Jesse Owens riuscirà a rintracciare la sua famiglia e ad essere presente, in veste di ospite d’onore, al matrimonio di suo figlio. Sarà lo stesso Luz a permettere una delle diverse qualificazioni di Owens: JS sbaglia due dei tre salti, quando, prima del terzo, Long gli suggerisce di effettuare lo stacco 30 centimetri prima dell’inizio della pedana della rincorsa. Vittorie che turbano le file naziste.

Anche le Olimpiadi, a Berlino, furono un mezzo utilizzato dal Führer e da tutto il regime nazista per propagandare i valori su cui gli stessi volevano fondare la società. Un modo, dunque, per affermare la superiorità dei tedeschi e della razza ariana. Berlino avrebbe dovuto essere la città scelta per lo svolgimento dei Giochi Olimpici del 1916 ma la Prima Guerra Mondiale non lo permise. Nel periodo successivo alla stessa, la Germania, però, fu esclusa dal CIO (Comitato Internazionale Olimpico) per essere, poi, riammessa nel 1925 e candidarsi ai Giochi del 1936. Due, le città rimaste nella competizione: Berlino e Barcellona. La prima ottenne la maggioranza dei voti (43) del CIO.

Hitler, per affermare la superiorità del suo popolo, voleva partecipasse solo la “sua” gente, ma le altre nazioni minacciarono il boicottaggio dei Giochi provocando il ritiro della proposta e una serie di limiti alla propaganda: eliminò (ma solo apparentemente) cartelli e svastiche in rappresentanza del popolo tedesco. 120.00 braccia tese, però, aprirono le Olimpiadi, fino ad allora, evento mondiale ispirato a valori quali l’uguaglianza, l’integrazione, la libertà. Per l’evento furono realizzati un nuovo stadio, sei palestre e portati a termine lavori di urbanistica.

Si trattò della prima edizione trasmessa in TV e, per coloro che non ne avessero avuto una, furono adibiti teatri affinché potessero partecipare all’evento. “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto“. Con queste parole, nell’autobiografia “The Jesse Owens Story“, l’atleta intende raccontare la sua verità.

Dalle Olimpiadi che lo hanno visto protagonista, infatti, in molti hanno raccontato del rifiuto, da parte di Hitler, della stretta di mano al “nero americano”. Si dice, dunque, Hitler abbia abbandonato lo stadio pur di non salutarlo (in una precedente vittoria, il dittatore rifiutò la stretta di mano di un afro-americano). Le parole di Jesse sono state confermate da Eric Brown, pilota della Fleet Air Arm, che in un documentario della BBC ha dichiarato: “Sono stato testimone del saluto di Hitler a Jesse Owens, il quale si congratulò con lui per i risultati raggiunti“. Il giornalista sportivo Siegfried Mischner, invece, racconta di una foto autografata inviata dallo stesso Hitler a Owens una volta terminate le Olimpiadi. Si dice l’abbia tenuta sempre nel portafoglio. Un episodio, però, non confermato.

Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il Presidente degli Stati Uniti“. Da una parte il Cancelliere, dall’altra Franklin Delano Roosevelt, allora impegnato nelle elezioni, che, per non perdere i voti degli ex Stati Confederati del Sud, cancellò l’appuntamento col campione alla Casa Bianca. Owens, così, decise di iscriversi al Partito Repubblicano e di sostenere il candidato Alf Landon. Episodio confermato da sua figlia Marlene: “(…) mio padre fu profondamente ferito dal fatto che Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano dell’epoca, non l’avesse ricevuto alla Casa Bianca“. Un duro attacco ma non infondato (si pensava, infatti, il presidente avesse chiuso un occhio davanti ai maltrattamenti subiti dagli afro-americani, soprattutto sul lavoro). Jesse Owens, la stella dello sport che ha lottato per gli ultimi e detestato, per questo, dai nazisti e dal suo presidente.

Viene nominato, nel 1955, “Ambasciatore dello Sport” da Dwight D. Eisenhower; nel 1976 gli viene assegnato il collare d’argento dell’Ordine Olimpico per l’affronto al razzismo durante le Olimpiadi del 1936. Una strada di Berlino e un asteroide portano il suo nome. Post mortem, gli viene riconosciuta la Medaglia d’oro del Congresso dal presidente George H. W. Bush e, nel 2013, viene battuta all’asta per 1,4 milioni di dollari quella vinta a Berlino. Nel 2016, la sua storia viene raccontata nel film “Race – Il colore della vittoria“, dove viene interpretato da Stephan James. “Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo mostrando al mondo che un afro-americano appartiene al mondo dell’atletica”. Mentre lo afferma, il Presidente Gerald Ford lo premia con la Medaglia presidenziale della libertà, il massimo titolo ottenibile da un civile americano.

Giorgia Cecca

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