Una settimana senza WhatsApp

Una settimana (e oltre) senza WhatsApp, il servizio di messaggistica più famoso al mondo: isolamento virtuale o riappropriamento del proprio tempo?

whatsappÈ stato un gesto impulsivo, derivante da paturnie emotive: di punto in bianco, in un pigro, normale mercoledì mattina, ho disinstallato WhatsApp. Non ho inviato un messaggio broadcast alla mia rubrica, un messaggio che dicesse “Ehi, ciao, io sto disinstallando WhatsApp”, così come Netiquette comanda. Ho semplicemente trascinato l’iconcina verde di fama mondiale sul tasto “Disinstalla” del mio Huawei, e mi sono lasciata emotivamente trasportare dalla prima emozione provata: il senso di colpa.

Sì, perché prima di compiere l’insano gesto, chattavo con almeno cinque persone, persone che attendevano una risposta. Bon, anche per questo, ma soprattutto perché sono una tossica di WhatsApp, avrei voluto reinstallarlo subito e dare un feedback a tutti, magari inventandomi qualche palla colossale per non aver risposto immediatamente. D’altra parte, mi occupo di PR: dare una risposta immediata è nel mio DNA, senza parlare del fatto che, tra quelle cinque conversazioni,  c’era una persona con la quale avrei voluto continuare a parlare. Però mi sono detta: “No, dai, arriva almeno a fine giornata, il mondo non cadrà”.

Ed il mondo non è caduto, anzi: non c’erano più notifiche, non c’era più il contatore che, con il suo bollino rosso, segnalava il numero dei  messaggi da leggere, non c’erano alert o vibrazioni. Ma era rimasta la dipendenza. Forte, fortissima ed anche provata scientificamente:  si chiama dopamina, è un neurotrasmettitore, ed è balzata all’attenzione dei più perché è strettamente legata al nostro (eccessivo) utilizzo di social network e di app di messaggistica istantanea. Per farla breve, la dopamina è ciò che ci fa spuntare un bel sorriso quando qualcuno risponde su WhatsApp oppure quando riceviamo like e cuoricini.

È una scarica elettrizzante ad apparente costo zero. Apparente ciò che rende felici, che rinvigorisce, soddisfa ed eccita crea dipendenza. Ad ogni modo, nel pomeriggio di mercoledì, mio primo giorno senza WhatsApp, ho avuto qualcosa di simile ad una crisi di astinenza, crisi che ho cercato di tamponare cercando alternative valide: ho installato Telegram, altra famosissima app di messaggistica istantanea. Per poi scoprire di essere rimasta l’unica pirla sulla terra a non averlo e che tra l’app verde e quella blu, di differenze sostanziali non ve ne sono. Ho, quindi, avvisato madre e migliore amica che, da quel momento in poi, le conversazioni con me si sarebbero svolte tramite conversazione telefonica o tramite SMS (un flashback anni 2000 che Marty McFly levati proprio!). Per poi scoprire che son l’unica ad avere gli sms gratuiti: d’altra parte, che ci fosse crisi nell’aria del short message service era risaputo.

La prima, grande, disarmante, scoperta è stata quella di avere molto più tempo a disposizione: lavorando senza interruzioni avevo guadagnato almeno un’ora. E ne ero entusiasta. Eepperrròòò… Chissà che facevano i miei amici, chissà se mia sorella aveva inviato qualche video divertente di mia nipote, chissà se la persona a cui stavo scrivendo quella mattina si domandava dove fossi finita (se ve lo state chiedendo non se l’è domandato: ci sono tanti modi per comunicare senza WhatsApp ed io non ho ricevuto neanche un misero sms, senza tener conto che ho pur sempre Facebook!).

Il terzo giorno senza WhatsApp, l’astinenza è sembrata placarsi. Molto velocemente, ero diventata una desaparecida: se non hai WhatsApp non esisti. Tra le persone che sentivo quotidianamente, almeno 15, solo due (DUE!) mi hanno cercato per vie traverse, perché preoccupati che mi fosse accaduto qualcosa. Non solo: la scelta di disinstallare l’app di messaggistica più famosa al mondo mi ha reso protagonista di sguardi attoniti e sconvolti da parte di amici, familiari e colleghi. Per citare un solo, semplice, esempio, durante un caffè pomeridiano un mio amico, al mio “Ah, non ho più WhatsApp” ha replicato con uno schietto Ma ti sei impazzita?!”, E, a conti fatti, è stata la frase che ho più sentito nell’arco di una intera settimana. Quando fai una scelta non mainstream, passi automaticamente dall’altra parte della barricata, instaurando una lotta “noi-loro” che neanche io sapevo esistesse. Sono improvvisamente diventata elitaria, ed anche un po’ presuntuosa: un mood simile a “Chi saresti adesso tu, che per atteggiarti hai deciso di disinstallare WhatsApp?!”.

Eppure in questa settimana ho ricominciato a chiacchierare con le persone, a parlar loro per davvero e non solo per avere chiacchiere di sottofondo senza significato. E, last but not least, ho iniziato ad avvertire un vago sentore di libertà, un privilegio che noi, schiavi tecnologici iperconnessi, abbiamo iniziato a perdere. Non è una condanna a WhatsApp: insomma, in sé e per sé, l’app è stupenda: avvicina le persone con chat, chiamate, videochiamate, rende il lavoro più semplice e fluido, ci dà la possibilità di ridere, piangere, lamentarci e, ovviamente, flirtare! Ma ne siamo schiavi: o quanto meno, io lo sono.

Ad una settimana compiuta senza WhatsApp, ammetto di sentirne ancora la mancanza: penso a chi può avermi scritto, a cosa possono avermi scritto. Lo reinstallerò? Forse sì e, se non dovesse essere WhatsApp, sarà Telegram o chi per lui. Solo che non ho deciso quando. Perché anche questa libertà dà assuefazione e dipendenza. E per ora, va bene così.

Adele Lerario

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