Le idee più del denaro. Il caso Sassari

Sì, le idee valgono più del denaro. E nel mondo della pallacanestro italiana di oggi, forse queste idee valgono ancora un po’ di più o quantomeno dovrebbero valere.

È particolarmente stretto il legame che unisce l’assenza di budget milionari, come quelli di un tempo e di un basket che non c’è più, all’esigenza di adeguarsi alla modernità ed a nuove forme di comunicazione e di strategie imprenditoriali e di marketing. Tutte forme che tramutano il mondo delle idee nel mondo reale.

In un passato che sembrai ormai davvero lontano, quello che oggi viviamo, sembrava essere un iperuranio lontano ed inutile, e le idee immutabili e perfette erano quelle che governavano non tanto la volta celeste ma tutti quegli enti che con il tempo, oggi, si sono davvero mostrati di molto imperfetti.

Ed allora esiste un rimedio: l’intelletto. Una parola che assomiglia ad un enorme contenitore in cui dentro vi sono riposti tanti altri elementi: comunicazione, social network, programmazione, identità. Tutti connessi tra di loro da un filo che significa nel mondo del basket odierno un qualcosa di ancora più importante: futuro.

Idee che si trasformano in fatti che danno origine alla programmazione che costruisce il futuro.

La Dinamo Sassari, squadra sarda, salita dalla A2, con la guida societaria del presidente Stefano Sardara ha gettato basi solide che le hanno consentito, sotto la guida tecnica di Meo Sacchetti, di raggiungere il triplete: Supercoppa italiana, Coppa Italia e scudetto. Poi anni alterni che negli scorsi giorni hanno raccontato le dimissioni di Pasquini (che torna a fare il general manager) e la nomina di Zare Markovski a traghettatore fino alla fine dell’anno.

La fortuna di vivere su un’isola è forse quella di poter girare lo sguardo e di trovare sempre l’orizzonte da ogni parte ci si decida di voltare. Uno sguardo sempre “dritto e aperto nel futuro” che la Dinamo ha sempre avuto.

Lo si vede nella forte identità, tutta sarda, che ha saputo costruire nel corso degli ultimi anni. Lo si vede nella modernità e nel deciso investimento che si è deciso di fare a livello comunicativo, con social network perennemente aggiornati e stimolanti e con iniziative fresche e coinvolgenti. Lo si vede nel marketing: ha scelto un marchio sardo, ha uno dei web store migliori del campionato e negozi dislocati in tutta l’isola di cui uno appena si esce dal gate dell’aeroporto di Alghero. In ultimo, la presidenza Sardara ha deciso di costituire una squadra in A2, la Dinamo Basket Academy di Cagliari, una squadra in cui sviluppare idee e giocatori funzionali alla prima squadra di Serie A.

Non sono nemmeno un caso i viaggi negli Emirati Arabi ed in Spagna. Sardara non ha mai fatto mistero di ammirare molto il modello Barcellona e di aver speso tempo per studiare e vedere da vicino la gestione e la costruzione di un modello del genere. Che poi se si pensa un po’ all’animo catalano ed a quello sardo, qualche filamento caratteriale simile non sarà difficile trovarlo.

(fonte immagine: facebook.com/VictoriaLibertas)

Ma c’è il campo e lì le cose non stanno andando come fuori. Playoff a rischio, l’annata di Champions League quasi da dimenticare ed il cambio di allenatore in ultimo. I tifosi dopo le stagioni di successi hanno oramai alzato l’asticella delle aspettative, che sino a quando rimangono in una giusta dialettica, sono giuste e doverose da avere da parte di un sostenitore.

Nessun dramma. La scelta è stata quella di rinnovare parte della squadra per presentare ai nastri di partenza del prossimo anno un’unione umana che potrebbe aiutare quella tecnica. Ma Sassari deve fare una cosa prima ancora di tutte le altre: non perdere la freschezza delle sue idee ed il suo entusiasmo di programmazione.

La fortuna di vivere in Sardegna, oltre che nel godere delle sue meraviglie, sta nell’avere un amico che può aiutare a ripartire: il maestrale. Che quando soffia pulisce tutto e con sé si porta via i pensieri sbagliati. E la Dinamo ora ha questo amico dalla sua parte e deve accogliere il suoi aiuto benefico: spazzare via gli errori degli ultimi tempi e ripartire, gettare le basi ora per un futuro solido sul campo, nel momento in cui iniziano a consolidarsi nuove realtà.

Scegliere innanzitutto per il nuovo corso un allenatore con cui poter programmare, con cui tornare ad avere un’identità, una nuova identità, che possa tornare a riprendersi attraverso il campo anche quel pubblico che ora “borbotta”.

La Dinamo di Meo Sacchetti, nonostante un roster di assoluto livello, non era la più forte ma ha vinto. Grazie alla sua identità, grazie all’idea che trasmetteva. E quando ha perso, ha comunque divertito.

Che si butti un occhio al nuovo, come Sassari è stata all’arrivo in Serie A. Ed il nuovo è rappresentato da allenatori giovani e capaci, che siano di Serie A ma soprattutto di A2. Cavina, Ramondino, Ferrari per esempio, che dopo ottimi anni nella seconda serie, sono pronti per il grande salto, senza dimenticare allenatori come Paolo Moretti, Andrea Trinchieri o Marco Crespi.

Nomi (alcuni), idee (alcune) che hanno bisogno prima ancora di generalità o di palmares, di coraggio e programmazione, elementi che alla società sarda ed al presidente Sardara non sono mancati. Serve anche quell’atteggiamento paterno e protagonista dello stesso presidente che se interpretato come eccessivo a volte, in altre non si riconosce come enormemente protettivo verso la sua squadra.

Affidare ed affidarsi ad una nuova e fresca guida tecnica ed anche nella costruzione del roster a giovani che meritano un’opportunità, senza perdere un tesoro di identità e di forza sul territorio, che ad oggi in Italia in pochi possono vantare a questo livello.

Fortitudo Bologna, Treviso, Trieste, Verona, Ravenna, Montegranaro, Casale Monferrato, Biella. Tutte queste società sono in A2 ed in maniera diversa e con diversa forza vantano un’identità ed una programmazione invidiabile. E non è un caso che siano nella seconda serie, quella serie da dove Sassari ha iniziato a costruire per arrivare dove oggi è.

Trento, Virtus Bologna, Torino, che guadagnandosi la promozione, come Sassari, sono riuscite a stabilizzarsi. Trento più delle altre.

E se fuori dal campo la logica aziendale e gestionale di Sassari cavalca a piene vele il soffiare del maestrale, dentro al campo a fine stagione sarà necessario aprire le porte del palazzetto, far passare quel forte ed orgoglioso vento ed andare a fare un tuffo per riscoprirsi nell’elemento primordiale per eccellenza, l’acqua. Mi raccomando, dove non batte il maestrale, che altrimenti è un attimo ritrovarsi in Corsica.

Edoardo Caianiello

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