Qual è il miglior sistema elettorale?

Maggioritario, proporzionale, misto. Tra le varie scelte ancora non si conosce bene il nuovo sistema elettorale per il nostro Paese, capace di garantire sia la rappresentanza che la governabilità

di Mattia Bagnato

urne-300x234Alla fine di un lungo travaglio, durato più o meno 30 anni, le acque sembra si stiano per rompere e il Governo Renzi potrebbe essere riuscito, finalmente, a partorire una legge elettorale che garantirà la tanto agognata governabilità. L’”Italicum”, appunto. Mai nome fu più patriottico. Una gravidanza interminabile, che conferma quanto sia difficile, in questo paese, riuscire a convogliare i diversi interessi che muovono i vari soggetti politici. Ormai, però, il peggio sembra alle spalle. Così, se un giorno gli italiani dovessero ritornare ad eleggere i propri rappresentanti, nel farlo potrebbero avere a disposizione una legge elettorale nuova di zecca.

Ogni tentativo di analizzare il rapporto esistente tra sistemi elettorali e rappresentanza politica non può assolutamente prescindere da una parola: democrazia. “Governo del popolo”, un concetto semplice quanto imprescindibile, soprattutto se si vuole godere di un minimo di legittimazione. Lo sapevo bene i Greci, i quali scelsero, a suo tempo, di affidare la sovranità all’insieme dei cittadini. Quella sovranità a cui fa preciso riferimento la nostra costituzione, ma che invece in Italia è stata (r)interpretata a piacimento dalle “mille” leggi elettorali. Così, se si guarda bene, ce ne è per tutti i gusti: una per l’elezione dei Sindaci, una per le elezioni regionali ed, infine, una anche per le elezioni europee. Quale dovrebbe essere quella giusta, tuttavia, rimane un mistero.

Gran parte dell’attuale dibattito politico si incentra giust’appunto sulla distinzione tra democrazia diretta e democrazia indiretta. A differenza della prima, quella indiretta prevede che siano dei rappresentanti scelti dall’elettorato ad agire in nome, al posto e per conto di questi ultimi, tutelandone gli interessi. Questa modalità di intendere la democrazia trova, o per lo meno dovrebbe trovare, riscontro proprio nella competizione elettorale. Attraverso un sano dibattito politico, le varie forze in corsa per la carica di rappresentanti del popolo mirano, a guadagnare il consenso dei concittadini. Rappresentare interessi, assicurare un futuro migliore, garantire un lavoro, le carte da giocare le conosciamo. Il vero problema è come tradurre il voto cittadino in seggi da assegnare ai vari candidati rappresentanti. Qui la questione si fa spinosa.

Non spiegheremo nel dettaglio i diversi sistemi elettorali, argomento che necessiterebbe fin troppo spazio e che è prettamente terreno di discussione delle scienze politiche. Ciò che ci preme sottolineare è la differenza sostanziale che esiste tra un sistema elettorale maggioritario ed uno proporzionale a livello di rappresentanza.

Nel caso del maggioritario, la popolazione viene divisa in circoscrizioni, all’interno delle quali il partito o il candidato che colleziona la maggioranza numerica di preferenze ottiene la fetta più grande di seggi previsti per quella data porzione di elettorato, non importa il numero di voti in sé.

Diverso il caso del proporzionale, che prevede una distribuzione di seggi proporzionale, appunto, all’effettivo numero di voti raccolti.

Entrambi i sistemi hanno dei pro e dei contro. Nel caso del proporzionale, abbiamo sicuramente la garanzia che il volere popolare ottenga una fedele e precisa rappresentanza, con il rischio, però, che si formi un parlamento estremamente frammentato fra le varie forze politiche, incapaci poi di formare un esecutivo stabile. Un rischio questo che il sistema maggioritario elimina di certo, ma ad un certo prezzo. I voti totali raccolti dal partito o candidato vincitore non sono necessariamente di molto maggiori a quelli degli sconfitti. Un caso limite, ad esempio, è stata la seconda elezione di George W. Bush negli U.S.A., dove il candidato repubblicano ottenne il secondo mandato presidenziale senza che la maggioranza degli americani l’avesse scelto.

Che l’Italia fosse un paese politicamente atipico è sempre stato evidente. Per coglierne la sua “originalità”, è sufficiente osservarne il sistema elettorale: né maggioritario, né proporzionale, ma tutti e due insieme. In pratica quello che viene tecnicamente definito sistema misto, ribattezzato nella sua ultima versione, a ragione, “Porcellum”. Questa sistema, rimasto in vigore per le ultime tre tornate elettorali prima di essere giudicato incostituzionale, è tecnicamente proporzionale, assegnando, però, anche un premio di maggioranza al partito o alla coalizione che ottiene il numero maggiore di voti, ma il tutto per una sola camera del Parlamento. Un sistema elettorale reso ancora più discutibile da una miriade di soglie di sbarramento e da quelle che vengono definite liste bloccate, le quali permettono agli elettori di scegliere solamente il partito e non i singoli candidati all’interno di esso.

L’attuale dibattito politico è alimentato proprio da coloro che chiedono a gran voce un meccanismo elettorale che possa favorire una sintesi, appunto, tra governabilità e rappresentatività. Così, se da un lato si è ridotta la frammentazione “grazie” al premio di maggioranza e alle soglie di sbarramento, dall’altro viene fortemente penalizzata la rappresentatività di tutti coloro che hanno votato per un partito “piccolo”. Inoltre, cosa ancora più discutibile, le liste bloccate hanno finito per eliminare qualsiasi forma di controllo da parte dell’elettorato sui candidati, con il risultato di aver trasformato il parlamento italiano in un “parlamento di nominati”.

L’Italicum, di cui ancora non si conosce il testo definitivo, sarà quindi chiamato a rispondere a queste necessità. Ad oggi, comunque, l’accordo di massima fra i soggetti politici sembrerebbe disegnare una sistema elettorale che, valido solo per la Camera, dovrebbe prevedere un premio di maggioranza per la lista che otterrà almeno il 40% dei voti (340 seggi), una soglia di sbarramento del 3% per tutti, sia partiti che coalizioni, e la reintroduzione delle preferenze, anche se i capilista dovrebbero continuare ad essere scelti dai partiti. Quest’ultimo punto, ancor più dei precedenti, appare come una sorta di accordo per evitare che i c.d. “big di partito” finiscano per rimanere a casa.

Fermo restando che un sistema elettorale perfetto non esiste, non si può fare a meno di sottolineare come un buona legge elettorale può dare un contribuito determinante, dal punto di vista della qualità di una democrazia.

Da anni, ormai, si fa un gran parlare della necessità di una riforma elettorale tale da garantire tanto la governabilità quanto la rappresentatività. Nella pratica, però, questa non ha mai visto la luce, deformata da interessi di parte o frenata dai timori di coloro che sentivano l’odore della sconfitta. Il pallone è mio e decido io. Inoltre stiamo assistendo da qualche tempo ormai ad una “deriva bipartista” modello U.S.A, che sta seriamente mettendo a repentaglio la rappresentatività dell’elettorato, come dimostrano le manifestazioni dei giorni scorsi. Una tendenza aggravata dalla scelta di fare del Senato un “covo” di uomini di partito, pronti ad assecondare in ogni momento le scelte del Palazzo. Elaborare un meccanismo elettorale capace di dare voce alle diverse anime di una comunità non è cosa facile, ma non per questo ci si deve arrendere all’idea di un “partito della Nazione”.

(fonte immagine: libertiamo.it)

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