The National all'Auditorium di Roma

Abbiamo assistito ad una delle 4 tappe del minitour italiano della band statunitense al Parco della Musica di Roma: due ore di indie rock intimista e travolgente per una Cavea strapiena e calorosissima 

di Giulia Marras

the national bandScongiurato ogni pericolo di pioggia, come è spesso accaduto in questo luglio romano quasi autunnale, il 23 la Cavea dell‘Auditorium Parco della Musica si è riempita lentamente di spettatori di ogni età, in attesa dei National, che tornano trionfanti dalla tappa dello scorso anno per il tour di High Violet, nonché dal successo di pubblico e critica del nuovo album Trouble will find me, sesto lavoro della band formatasi a Brooklyn, ma originaria di Cincinnati nell’Ohio.

I cinque salgono puntuali sull’alto palco della Cavea, senza nessun opening in precedenza: mancanza voluta o no, partono proprio quasi come un gruppo d’apertura emergente, timido, pacato, ancora distante dal pubblico, con tre pezzi dei primi LP e EP degli inizi, che in pochi ricordano, ma sono utili a preparare l’atmosfera dell’intero concerto, quasi sempre introspettiva ma che andrà salendo sempre più di intensità.

Con Fireproof il pubblico si accende definitivamente, il parterre è già riverso verso il palco mentre le gradinate cominciano a cantare insieme a Matt Breninger, il frontman dalla voce baritonale, di solito sempre cupo e dolcemente malinconico, qui particolarmente irrequieto, anche grazie ai fiumi di vino (e champagne, dicono) che scorrono sul palco e che Matt non manca di lanciare verso il pubblico: alcolica caratteristica che accompagna comunque da sempre i live dei National.

Molto concentrato sull’ultimo album, il concerto prosegue così con Hard to Find, Don’t Swallow the Cap e I Should Live in Salt , fino ad arrivare alla collaudata Mistaken For Strangers, canzone del quarto LP Boxer che dà il titolo al documentario sulla band girato dal fratello di Matt, Tom Berninger (ve ne abbiamo parlato la scorsa settimana), presente a Roma per l’anteprima del film.

Un momento del concerto (©Giulia Marras)

Un momento del concerto (©Giulia Marras)

I National sono composti da ben due coppie di fratelli, Aaron e Brian Dessner (entrambi chitarre e piano) e Scott e Bryan Devendorf (basso e batteria) e anche dalla platea si percepiscono l’intesa e la vicinanza dei musicisti contribuendo a una dimensione intimista del live, mentre Matt si chiude su se stesso e sulle sue canzoni per poi buttarci addosso (non solo il vino) parole e tormenti, confessioni e grida. Con Bloodbuzz Ohio, prima singolo di High Violet dedicato ai sentimenti contrastanti verso la “casa” d’origine, si ripercorrono i passi fondamentali della discografia del gruppo, quali Afraid of Everyone, Squalor Victoria, All the wine, Slow Show, per tornare sempre al momento attuale di maturità e successo, dopo anni di scarsi risultati e visibilità.

I need my girl per esempio rappresenta il punto di arrivo e di superamento dal riconoscimento mondiale, sfogando la stanchezza dei tour infiniti e la nostalgia per le famiglie a casa. Ma da quest’istante, così privato e così metacontestuale, l’apertura sarà totale: Matt non si contiene più, arrivando a invadere lo spazio del pubblico e a cantare dal parterre, concedendo microfono e abbracci ai fan. Un rituale che viene ripetuto ad ogni tappa, certo: ma vederlo e viverlo, e soprattutto sentirlo, non ha eguali, per quanto possa essere scontato ribadirlo qui. E sono quasi come mantra rock, sofferti ed urlati, gli ultimi pezzi del bis, Mr. November e Terrible Love per concludere con l’epica Vanderlyle Crybaby Geeks, suonata senza amplificazione e in coro con tutto l’Auditorium, strapieno.

Indispensabili per chi assisteva dalle gradinate più alte, i visual di background sul grande schermo del palco, essenziali, non elaboratissimi, ma perfetti nella mixture della ripresa live dei musicisti con grafiche coloratissime e associate ai movimenti.

Nonostante quindi l’evidente fatica da tour mondiale che i National si portano dietro e un conseguente calo di voce del leader, nonostante l’insicurezza, tema per altro ricorrente nelle liriche, qua mascherata da nervosismo e da sfacciataggine, il live della band americana è in grado di creare un’aura di intimità che l’ascoltatore quasi teme di infrangere e di disturbare ma che alla fine lo trascina dentro e non lo più lascia andare.

Scaletta:

  • Wasp Nest
  • All Dolled-Up in Straps
  • 90-Mile Water Wall
  • Fireproof
  • Hard to Find
  • Don’t Swallow the Cap
  • I Should Live in Salt
  • Mistaken for Strangers
  • Bloodbuzz Ohio
  • Sea of Love
  • Afraid of Everyone
  • Squalor Victoria
  • I Need My Girl
  • This Is the Last Time
  • All the Wine
  • Available
  • Cardinal Song
  • Slow Show
  • Pink Rabbits
  • England
  • Graceless
  • Fake Empire
  • Ada
  • Mr. November
  • Terrible Love
  • Vanderlyle Crybaby Geeks

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