"StopBiocidio": intervista a Salvatore Altiero

Abbiamo parlato del passato, del presente e del futuro del nostro territorio con un collaboratore di “A Sud”, associazione che opera nel campo della cooperazione, della ricerca e della formazione

di Graziano Rossi
su Twitter @grazianorossi

cimitero-territorio“StopBiocidio” è un percorso partito dalla Campania e arrivato anche nel Lazio, al quale aderiscono diversi comitati, associazioni e cittadini che vogliono vivere in un ambiente sano. Alla luce dell’impatto mediatico scaturito da ciò che succede nella cosiddetta “Terra dei fuochi”, quale futuro dobbiamo aspettarci per terre così martoriate?
Con “Biocidio” indichiamo l’esposizione sistematica di determinati territori e delle comunità che li abitano ad attività impattanti sull’ambiente che compromettono in maniera grave la salute dei cittadini. Lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento del ministero della salute, ad esempio, certifica l’aumento dell’incidenza di alcune malattie non solo nei territori campani ma in gran parte dei SIN, i siti di interesse nazionale per le bonifiche, risultati simili, per la Regione Lazio, vengono riportati nello studio ERAS – Epidemiologia, rifiuti, ambiente, salute; emerge inoltre che il fenomeno riguarda soprattutto le fasce svantaggiate dal punto di vista socio-economico; per questo parliamo di vere e proprie ingiustizie ambientali, di territori piegati al profitto e di comunità sacrificate.

Non stiamo parlando solo dello smaltimento dei rifiuti completamente incentrato su discariche e inceneritori, le modalità più dannose ma anche più redditizie, ma delle logiche che da decenni sottostanno allo sviluppo industriale del paese. Ne è chiara esemplificazione la situazione della Valle del Sacco in emergenza ambientale dal 2005 a causa dell’inquinamento prodotto dalla BPD di Colleferro i cui veleni – il betaesaclorocicloesano, prodotto dalla lavorazione del lindano -, propagandosi attraverso le acque del fiume Sacco, hanno contaminato vaste aree della provincia di Frosinone. Se si ascoltano le testimonianze degli ex operai della fabbrica, si capisce che il modo di operare delle industrie non era molto diverso da quello delle mafie ambientali. In sostanza, nei siti ARPA 1 e ARPA2 gli stessi operai provvedevano all’interramento di fusti di rifiuti tossici, da qui il disastro ambientale della Valle del Sacco.

Salvatore Altiero

Salvatore Altiero

Non possiamo aspettarci granché per il futuro di questi territori, fin quando le decisioni politiche che li riguardano verranno prese in totale dissonanza con quanto chiedono i cittadini e concentrandosi sul non compromettere gli interessi degli stessi inquinatori. Un esempio: è in discussione il decreto “Destinazione Italia” il cui art. 4 prevede di “stipulare accordi di programma con uno o piu’ proprietari di aree contaminate o altri soggetti interessati ad attuare progetti integrati di messa  in sicurezza o bonifica,  e  di  riconversione  industriale  e  sviluppo economico in siti di interesse nazionale individuati” indirizzando agli stessi proprietari “i contributi pubblici e le altre misure di sostegno  economico finanziario disponibili”.

In sostanza, mentre in Europa vige il principio “chi inquina paga”, in Italia chi inquina viene pagato con i fondi pubblici destinati alle bonifiche e mentre quando si parla di bonifiche il primo obbiettivo dovrebbe essere la tutela della salute e dell’ambiente, qui si usa la crisi e il ricatto occupazionale per fare delle bonifiche un veicolo dei processi di nuova industrializzazione, con la scusa della “green economy”, in realtà molti di quegli impianti oggi spacciati come “verdi” continueranno ad avere impatti negativi sull’ambiente. Basti pensare che persino il combustibile da rifiuti bruciato negli inceneritori, in Italia, è considerato fonte di energia rinnovabile.

Segnalo che domani, martedì 11 febbraio, alle ore 11.30 presso la Sala Conferenze Stampa della Camera dei Deputati si svolgerà una conferenza stampa organizzata dal Forum Italiano dei movimenti per l’acqua e dalle reti Stop Biocidio Lazio e Abruzzo proprio per mettere in luce quanto di sbagliato c’è in quest’ultimo provvedimento del governo.

L’Italia è un paese che ha sempre sofferto dal punto di vista ambientale. Fino a poco tempo fa però si considerava solo il Sud la parte più colpita, ma anche al Centro e al Nord la situazione è preoccupante. Pensi che possa costituirsi una rete più grande che copra tutto il territorio nazionale?
I movimenti, i comitati e le associazioni lavorano già in questa direzione. Come ti dicevo, Stop Biocidio esiste già non solo in Campania e Lazio, ma anche in Abruzzo, mentre a Parma, il 16 novembre scorso, proprio mentre in piazza a Napoli, contro il biocidio, manifestavano in 100.000, gli attivisti occupavano l’inceneritore della IREN. In Emilia Romagna ci sono ben 8 inceneritori, uno per provincia, in grado di smaltire una quantità di rifiuti ben superiore a quella prodotta dalla regione, sembrerebbe in sostanza che si stia “lavorando” per farne una sorta di Regione dell’incenerimento.

Una foto di gruppo durante il Biocidio Tour, il 9 e 10 novembre 2013

Una foto di gruppo durante il Biocidio Tour, il 9 e 10 novembre 2013

Le lotte ambientali assumono un ruolo sempre più centrale nell’agenda dei movimenti e, dai rifiuti alle industrie inquinanti, il nodo centrale è il nesso tra salute e ambiente. Per decenni il sistema produttivo ha utilizzato l’ambiente come combustibile, poi con la scusa della crisi ha sempre più compresso i diritti dei lavoratori, adesso sta andando oltre, chiedendo che intere comunità rinuncino al proprio diritto alla salute. La vicenda dell’ILVA di Taranto è emblematica.

Industrializzazione e capitalismo hanno significato deregolamentazione ambientale e negazione del limite ecologico allo sfruttamento delle risorse e all’inquinamento dell’ambiente, le politiche neoliberiste hanno spinto verso deregolamentazione economica e crisi del funzionamento delle istituzioni democratiche. La finanziarizzazione dell’ambiente, delle risorse naturali, dei beni comuni, dei servizi pubblici, assoggettati a logiche di mercato e di profitto, incide sui territori e mette in atto processi di deprivazione delle comunità accompagnati, per quanto riguarda l’incidenza sull’ambiente, da danni alla salute. In sostanza, il modello economico su cui continuano ad insistere adesso chiede di rinunciare persino all’aspettativa di una vita in buone condizioni fisiche.

Cosa fa invece “A Sud”, l’associazione di cui fai parte, a supporto di “StopBiocidio”?
Gli attivisti di A Sud svolgono da anni il proprio lavoro assumendo come centrale l’impegno sui conflitti ambientali e l’intreccio con i movimenti. Il nostro è un ruolo attivo nelle e di “servizio” alle mobilitazioni e ai processi di partecipazione dal basso. In questo modo intendiamo dare il nostro contributo al lavoro comune di tutte quelle realtà quotidianamente impegnate nel disegnare un altro mondo possibile.

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