Si fa presto a dire marketing online

Il marketing online è la nuova frontiera della comunicazione non solo per le aziende, ma anche per enti ed istituzioni. Ma in Italia, arriva la doccia fredda dell’Agcom, con una cifra che frena gli entusiasmi

di Alessia Signorelli @lasignorelli

fonte immagine: onbile.com

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Ne parlavamo sulle pagine virtuali di questo stesso settimanale qualche settimana fa: oramai, il marketing vive, respira e prospera soprattutto nella rete, per tutta una serie di motivi che lo rendono per certi versi più efficace di quello tradizionale, fatto di carta stampata e di trasmissioni video e radio.

Si diffonde più in fretta e  raggiunge un numero più vasto di utenti. Per quanto concerne l’Italia, forse dovremmo aggiungere un “in teoria”, perché secondo la relazione annuale dell’Agcom, presentata qualche giorno fa alla Sala della Lupa della Camera dei Deputati, nel nostro Paese, il 37% delle persone non ha mai avuto accesso ad Internet, il che vuol dire che, dalle nostre parti, sicuramente il marketing online fatica non poco ad affermarsi come valida alternativa ai “vecchi” sistemi di cui sopra.

Il digital divide colpisce ancora e continua a costituire l’ostacolo maggiore per la visione della rete come “agorà” virtuale dove far passare non solo conoscenza, cultura e quant’altro, ma anche promuovere il proprio lavoro e raggiungere i bacini di utenza più svariati, andando ad allargare il proprio “giro”.

Se negli Stati Uniti, come riportato da Maurizio Molinari, corrispondente da New York sul suo blog nell’edizione online de La Stampa, siamo arrivati al “marketing delle scuse” da parte di quelle aziende che vogliono farsi perdonare mancanze varie dai propri clienti e raggiungerne altri (ma qui siamo già al di fuori dei “confini” della rete, in quanto si tratta di spot trasmessi in tv dove le aziende “colpevoli” chiedono perdono ai clienti per disservizi di varia origine e natura), l’Italia arranca a costruire un mercato di promozione virtuale che raggiunga il maggior numero di persone possibili. Eppure siamo nella piena bulimia da networking.

Una situazione senza dubbio paradossale, se si pensa a quante aziende, istituzioni e realtà più disparate fra loro, abbiano deciso di passare in rete e rendersi estensivamente “social”, proprio perché ora come ora, se non si è su qualche social network, se non ti fai conoscere nella rete, sembra proprio che sia impossibile farsi conoscere. Quel 37% non è un numero da poco, tutt’altro; ci regala un quadro piuttosto preoccupante sull’idiosincrasia tecnologica della Nazione, dove si rincorre il futuro, ma la banda larga resta ancora una specie di chimera nascosta sotto la botola di qualche introvabile tempio leggendario.

E il marketing online ovviamente, ne risente. Sarà più veloce, agirà a livelli inconsci più profondi, ma, se questa larga porzione di utenza ne rimane tagliata fuori, si crea quella situazione che gli anglosassoni chiamano “catch 22” (dall’omonimo libro di Joseph Eller) e noi, più “bucolicamente”, cane che si morde la coda.

Non si parla semplicemente del riscontro dell’azienda o dell’istituzione che decide di spostare il proprio marketing online, quanto piuttosto di un “buco” che viene comunque a crearsi tra l’espressione di un bisogno e il suo soddisfacimento.

Marketing non è soltanto un “vendere” (in alcuni casi vendersi), significa anche promuoversi (il caso dei musei che offrono esperienze per le famiglie, per i bambini e gli anziani, ad esempio) ed offrire agli utenti un arricchimento in più, una finestra su opzioni ed opportunità. Ma finché le percentuali di coloro che non hanno accesso ad internet continueranno ad essere così importanti, difficilmente potremmo fare, almeno in Italia, un discorso concreto sull’effettività del marketing online.

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