L’anima modernista dell’arte iraniana

Il modernismo nell’arte iraniana prerivoluzionaria: poco considerato eppure straordinariamente potente

di Alessia Signorelli (@signorellialexa)

A settembre, l’Asia Society Museum di New York accoglierà la prima grande retrospettiva sull’arte modernista in Iran mai ospitata fuori dai confini del Paese.

Ardeshir Mohassess, Untitled 1978. Fonte immagine:slowpainting.wordpress.com

Ardeshir Mohassess, Untitled 1978. Fonte immagine:slowpainting.wordpress.com

La mostra, “Iran Modern”,  sarà curata da Fereshteh Daftari e Layla Diba, si snoderà sui due piani del museo e raccoglierà più di 100 opere, prodotte tra gli anni ’50 e ’70,  provenienti da prestiti internazionali, che avranno il compito di raccontare come i modernisti iraniani, attivi nel periodo che va dal secondo dopoguerra a poco prima (o appena dopo) la rivoluzione, si rapportarono con il movimento, attingendo dagli esempi europei di artisti come Antoni Tapìes, cercando di coniugarlo con la loro eredità culturale e religiosa, facendo poi confluire il tutto in opere d’arte dalla forte espressività.

Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato un particolare interesse per l’approccio iraniano all’arte modernista, fatta eccezione per Abby Weed Grey, fondatrice della  Grey Art Gallery, la quale, facendosi essa stessa mecenate di artisti come Parviz Tanavoli, riuscì ad acquistare, tra gli anni 60 e ’70, centinaia di lavori di altrettanti modernisti provenienti dall’Iran, andando così a creare la sua collezione.

Eppure, nel modernismo iraniano, c’è un approccio all’arte e all’esistenza che lo rende unico, proprio perché le influenze di due mondi, quello dell’Occidente e quello Persiano, si incontrano in opere che mostrano l’eredità pre e post islamica, che fondono la sensazione del deserto con l’utilizzo di materiali semplici ed umili, e guizzano di “cronaca”, quando nel 1958 Houshang Pezeshkina ritrae gli operai dell’industri petrolifera dell’isola di Kahrk.

Il modernismo iraniano mostra una personalità caleidoscopica, analitica, cosciente della storia e del presente, una strana forza espressiva, venature di malinconia, desiderio di astrazioni e geometrie, mentre gioca con l’arte della calligrafia e con il simbolismo astratto e metafisico proprio dell’arte Islamica – per precetto è vietato che venga dipinta non solo l’immagine di Dio, ma che si cerchi anche solo di riprodurre, tramite l’arte, il suo creato, in quanto corrisponderebbe ad un atto di ubris imperdonabile, il voler gareggiare con la divinità creatrice, il volersi elevare al suo livello, una intollerabile blasfemia.

Un modernismo più “vero”, rispetto a quello occidentale, così decantato e favoleggiato.

L’allestimento curatoriale ha dovuto, però, fare i conti con le sanzioni statunitensi contro l’Iran, che hanno avuto effetto anche sul prestito e sulla circolazione di opere d’arte provenienti da quel Paese, e del quale lamentano le curatrici (Fereshteh Daftari è stata curatrice del MoMA, mentre Layla Diba è stata curatrice per la sezione di arte Islamica per il Brooklyn Museum), che hanno dovuto pensare la mostra aggirando il più possibile questo ostacolo non da poco.

Il modernismo iraniano ha raccontato un’epoca che si è dissolta rapidamente nel 1979, con la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini, si è raccontato attraverso le sue idiosincrasie, le sue sperimentazioni, il tratteggiato deciso, prepotente, il gioco di scambio tra artista, critico, curatore, impresario d’arte. Un’epoca veloce, rapida, che ha incontrato una fine improvvisa in un colpo mortale, a settembre troverà finalmente il giusto spazio nel cuore dell’Occidente, in quella New York che, per tutti, è sinonimo di avanguardia assoluta, nell’America della politica sanzionatoria, in quella Nazione i cui rapporti con l’Islam conosciamo tutti fin troppo bene.

A riprova che l’arte, per quanto possa essere legata ad una determinata cultura, prima o poi, i confini, li scavalca con un balzo leggero.

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